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6 Aprile 2021

Non è mutuo il ripianamento del debito bancario

L’operazione di “ripianamento” di debito a mezzo di nuovo “credito”, che la banca già creditrice realizzi mediante accredito della somma su un conto corrente, gravato di debito a carico del cliente, non integra gli estremi del contratto di mutuo; così si è pronunziata la Corte di Cassazione con sentenza del 25 gennaio 2021, n. 1517, che ritiene che l’attività di qualificazione dei negozi contrattuali per l’individuazione della comune volontà alla quale ricondurla rientra nell’ambito delle valutazioni consentite nel giudizio di legittimità.
L’attribuzione di una intestazione a un contratto non è operazione che esaurisca l’attività del giudicante, che dovrà interpretare il contratto nel contesto dell’operazione per poterne fare conseguire gli effetti corretti dello stesso.
L’operazione di “ripianamento” descritta non integra gli estremi del contratto di mutuo, ma quelli di una semplice modifica accessoria dell’obbligazione, come conseguente alla conclusione di un pactum de non petendo ad tempus.
La mera enunciazione nel testo che il mutuatario utilizzerà la somma, erogatagli per lo svolgimento di una data attività o per il perseguimento di un dato risultato, non è per sé idonea a integrare gli estremi del mutuo di scopo convenzionale, che si ha quando la fattispecie serva a fare in modo che lo svolgimento dell’attività dedotta o il risultato perseguito siano nel concreto rispondenti a uno specifico e diretto interesse, anche proprio della persona del mutuante, che vincoli l’utilizzo delle somme erogate alla relativa destinazione.
Nel caso di mutuo di scopo convenzionale, il punto del necessario rispetto della destinazione delle somme erogate all’effettivo conseguimento dello scopo prefissato è assicurato sul piano dello svolgimento del sinallagma funzionale del rapporto, con la conseguenza che all’inadempimento del mutuatario seguirà la risoluzione del relativo contratto.
Il caso sottoposto vedeva una pretesa operazione di acquisto immobiliare a fronte del quale il cliente della banca aveva invece depositato il denaro ricevuto su un conto corrente scoperto che era servito ad estinguere il debito senza creare una provvista autonomamente utilizzabile dal cliente e così trasformando un debito chirografario in debito privilegiato in epoca in cui erano già presenti in contabilità debiti concorsuali.
Il curatore ha ritenuto esistente la “nullità del contratto per mancanza di causa ai sensi dell’art. 1418 cod. civ., con conseguente nullità delle ipoteche iscritte a garanzie. La nullità della causa del contratto ex art. 1344 cod. civ. per essere state utilizzate le somme per il ripianamento di pregressa esposizione; la simulazione del contratto stipulato è stata operata in frode alle ragioni dei creditori per avere trasformato un credito chirografario in un credito ipotecario”. Per le indicate ragioni anche il Giudice Delegato del fallimento si era allineato a queste conclusioni.
La banca aveva fatto opposizione e il Tribunale aveva parzialmente accolto l’opposizione. Il decreto ha escluso il “rango di privilegiato del credito perché l’atto di costituzione di ipoteca volontaria, contenuto nel contratto di mutuo, è privo di causa sapendo entrambe le parti che lo scopo dichiarato (investimento immobiliare) era simulato e che l’erogazione del mutuo avrebbe estinto debiti pregressi di natura chirografaria attribuendo alla società un finanziamento a lungo termine”; per l’effetto, ha ammesso il credito al chirografo.
Era dimostrato ciò che si è riportato e che la Banca era a conoscenza della situazione economica della società e le sue difficoltà “è stato da un lato attribuito uno stabile finanziamento” e, dall’altro, è stato “consentito di proseguire ad operare sul conto corrente,
il tribunale aveva ritenuto che si dovesse prendere in separata considerazione il “negozio accessorio costitutivo dell’ipoteca” e il “nuovo finanziamento a lungo termine”.
La “nullità dell’ipoteca in applicazione dell’art. 1418 c.c.”, rilevando che “in questo caso è provato che le parti abbiano indicato uno scopo sin dall’inizio inesistente e anche illecito civilmente, perché è provato che le parti sapevano che non si trattava di un mutuo finalizzato a un investimento immobiliare, ma ad estinguere debiti pregressi di natura chirografaria”.
Il Tribunale inoltre ha affermato che l'”ammissione in chirografo deriva dal fatto che è inequivocabilmente provato che con l’erogazione del mutuo le parti hanno voluto estinguere il debito sul conto corrente, e hanno voluto contrarre un finanziamento a lungo termine e quindi non hanno simulato un mutuo non voluto, ma soltanto hanno simulato l’ipoteca. In questo caso è intervenuta una novazione perché la precedente obbligazione è stata sostituita da una nuova, assistita da una garanzia ipotecaria del tutto simulata e del tutto nulla per inesistenza e illiceità della causa”.
Alla motivazione in punto di nullità dell’ipoteca e di validità invece della dilazione connessa con l’operazione, il Tribunale ha preso in esame l’eccezione revocatoria, proposta dal curatore.
Il decreto ha precisato che “il fallimento ha provato che la Banca era a conoscenza della frode che andava a realizzare nei confronti degli altri creditori in ordine alla costituzione dell’ipoteca, trasformando un credito chirografario in un credito ipotecario” e ha riscontrato che, essendo già sussistente il debito “al momento della costituzione dell’ipoteca… il debito di conto corrente ed essendo stato trasformato in debito a lungo termine”, non ancora estinto al momento della dichiarazione di fallimento, era da valorizzare “la frode ai creditori… solo per l’ipoteca e la consapevolezza di ciò in capo all’Istituto di credito e al debitore”.
“Non essendovi stata una vera e propria erogazione di nuova finanza, ma solo una trasformazione di uno scoperto di conto corrente in un debito a lungo termine” “non sussistono gli estremi della frode ai creditori, in particolare del danno, per revocare l’intera operazione economica”.
Sulla base di questi elementi la Corte di Cassazione ha ritenuto di affermare i seguenti principi di diritto.
“La mera enunciazione, nel testo contrattuale, che il mutuatario utilizzerà la somma erogatagli per lo svolgimento di una data attività o per il perseguimento di un dato risultato non è per sè idonea a integrare gli estremi del mutuo di scopo convenzionale, per la cui realizzazione occorre che lo svolgimento dell’attività dedotta o il risultato perseguito siano nel concreto rispondenti a uno specifico e diretto interesse anche proprio della persona del mutuante, che vincoli l’utilizzo delle somme erogate alla relativa destinazione”.
“Nel caso di mutuo di scopo convenzionale, il punto del necessario rispetto della destinazione delle somme erogate all’effettivo conseguimento dello scopo prefissato è assicurato sul piano dello svolgimento del sinallagma funzionale del rapporto, con la conseguenza che all’inadempimento del mutuatario seguirà la risoluzione del relativo contratto”.
“L’operazione di “ripianamento” di debito a mezzo di nuovo “credito”, che la banca già creditrice realizzi con accredito della somma su un conto gravato di debito a carico del cliente, non integra gli estremi del contratto di mutuo, bensì quelli di una semplice modifica accessoria dell’obbligazione, come conseguente alla conclusione di un pactum de non petendo ad tempus”.

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