Categorie approfondimento: Tributario e fiscale
3 Agosto 2016

Natura della dichiarazione di successione

Quando il testamento olografo non è custodito in modo adeguato, come mediante l’affidamento ad un professionista terzo, un notaio, può essere che la logica di opportunità sostanziali od anche sono fiscali porti a ritenere che sia più facile sopprimerlo o modificarlo.
A noi pare superfluo solo scriverlo, ma l’estensione degli effetti penali si proietta anche per la Corte di Cassazione sulla denunzia di successione, atto certo amministrativo ma che va a confermare contenuti sostanziali della vicenda successoria.
Pronunciandosi su un ricorso contro una sentenza con cui la Corte d’appello aveva confermato la condanna nei confronti di due soggetti per aver formato un falso testamento olografo al fine di apparire eredi del de cuius, la Corte di Cassazione Penale con sentenza del 27 aprile 2016, n. 17206, ha respinto la tesi difensiva secondo cui la dichiarazione di successione non costituirebbe atto pubblico in quanto semplicemente destinata ad enucleare il quantum dovuto dal dichiarante per saldare l’imposta dovuta in riferimento alla successione. La Corte ha affermato il principio secondo il quale la dichiarazione di successione, anche tenuto conto della sua rilevanza fiscale, costituisce il primo atto di un procedimento che assume natura pubblicistica sottratta alla disponibilità del dichiarante, determinando l’interesse pubblico alla garanzia della genuinità della dichiarazione medesima, e da ciò ha fatto discendere l’affermazione del valore di atto pubblico fidefaciente ai sensi dell’art. 2699 c.c..
Nel giudizio si era accertato che era stato pubblicato il testamento olografo, nonché presentata all’Agenzia delle Entrate la dichiarazione di successione e da un conto corrente, con saldo attivo era stato effettuato un prelievo, a mezzo di bonifico a favore dei due imputati.
A seguito della acquisizione della documentazione medica relativa alla defunta, emergeva che le condizioni di salute della stessa al momento della pretesa redazione del testamento erano molto critiche, tali da rendere impossibile persino lo scrivere, e risultava che il testamento olografo non era scritto con grafia riconducibile defunta.
Gli imputati dichiaravano che la copia del testamento era pervenuta a casa della madre per posta, e che non erano in grado di ricostruire il loro albero genealogico, che ignoravano eventuali rapporti di parentela, che il notaio li aveva consigliati di pubblicare il testamento con accettazione dell’eredità con beneficio di inventario, che erano entrati nella casa della defunta, ove avevano trovato dei documenti attestanti i pessimi rapporti con i nipoti e che avevano saputo anche dai vicini di casa che aveva lasciato tutto al nipote, agendo, comunque, in buona fede.
Per la Corte la sussistenza dell’elemento materiale del reato, ossia la falsità dell’intera scheda testamentaria, risultava acclarata in giudizio; i giudici di merito hanno rilevato come il testamento in questione (recante la data del giorno prima del decesso ed asseritamente ricevuto per posta) non poteva essere realmente riferito alla de cuius, persona ultranovantenne, affetta dall’Alzheimer e ricoverata poco prima del suo decesso in ospedale in una condizione che le rendeva impossibile effettuare qualsivoglia atto.
La dichiarazione di successione, che ha effetti di natura fiscale, deve essere presentata presso l’Agenzia delle Entrate entro un anno dal decesso, consentendo di adempiere all’obbligo di pagamento delle imposte allo Stato in base al grado di parentela, alla natura e valore del patrimonio ereditario, di operare la voltura catastale degli immobili e l’individuazione dei soggetti tenuti al pagamento delle imposte (IMU ed altre).
In dipendenza degli effetti pubblicistici che determina (liquidazione dell’imposta, eventuali agevolazioni fiscali in dipendenza del grado di parentela ed altro) la Corte ha ritenuto che sussistesse un preciso obbligo del dichiarante di enunciare il vero, contenendo la dichiarazione in questione ovvero i suoi allegati delle autocertificazioni.
Riconosciuta tale natura e funzione alla dichiarazione di successione risulta rispettato il principio più volte affermato dalla Corte secondo cui il delitto previsto dall’art. 483 cod. pen., compreso nei delitti contro la fede pubblica (“Chiunque attesta falsamente al pubblico ufficiale, in un atto pubblico, fatti dei quali l’atto è destinato a provare la verità, è punito con la reclusione fino a due anni.”), sussiste qualora l’atto pubblico, nel quale la dichiarazione del privato è stata trasfusa, sia destinato a provare la verità dei fatti attestati e, cioè, quando una norma giuridica obblighi il privato a dichiarare il vero ricollegando specifici effetti all’atto-documento nel quale la sua dichiarazione è stata inserita dal pubblico ufficiale ricevente (Sez. 2, Sentenza n. 4970 del 12/01/2012 Ud. (Cass. Pen. Sez. 5, n. 2321 del 31 ottobre 2014; Sez. 5, n. 39215 del 4 giugno 2015).
I ricorrenti nel considerare specificamente l’orientamento della Corte avevano operato una segmentazione della dichiarazione di successione e giungevano a ritenere che nella fase procedimentale anteriore all’intervento certificativo e/o autoritativo del pubblico ufficiale, consistente nella redazione e presentazione da parte del privato della dichiarazione di successione, l’atto in questione non presenta alcuna delle caratteristiche di cui all’art. 2699 c.c.
In sostanza, i ricorrenti adducevano che vi sarebbe una fase precedente alla presentazione al pubblico ufficiale, nella quale la dichiarazione avrebbe natura privata e, per l’effetto, l’impossibilità di configurare in questo segmento temporale il reato di falso in oggetto.
Tale assunto non è stato condiviso dalla Corte, non considerandosi il profilo funzionale della dichiarazione di successione. Secondo la Corte non si può condividere l’impostazione, secondo cui la dichiarazione nasce come scrittura privata, redatta dall’interessato, ed acquista natura di atto pubblico nel momento in cui viene consegnata alla pubblica amministrazione, ritenendo di poter individuare due distinti momenti, con autonoma significatività e rilevanza, laddove la sua natura composita e la funzione propria di ‘dichiarazione’, ossia di atto con cui si comunicano al pubblico ufficiale, circostanze e fatti, vedendo come necessario destinatario di essa un soggetto diverso dal dichiarante, determinano l’infondatezza della ricostruzione.
La dichiarazione di successione non pare possa avere vita propria, indipendentemente dalla sua presentazione e dalle conseguenze pubblicistiche che da essa derivano, essendo funzionalmente legata al momento in cui viene portata a conoscenza nel suo contenuto al pubblico ufficiale dell’Agenzia delle Entrate, senza mutare la propria natura giuridica, convertendosi da atto privato in atto pubblico, costituendo, invece, un tutt’uno (quanto a redazione, presentazione e ricezione del pubblico ufficiale con conseguenti determinazioni fiscali), in relazione alla funzione assolta.
In conclusione, non è possibile guardare ad una dichiarazione di successione, indipendentemente dalla sua presentazione e dalla attività svolta in essa dal pubblico ufficiale, che è la ratio della ‘dichiarazione’ stessa, insomma indipendentemente dalla natura e funzione pubblica da essa assolta, con l’intervento del pubblico ufficiale.

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