Categorie approfondimento: Tributario e fiscale
20 Luglio 2013

Mancato versamento dell’IVA: il reato

Di cosa si tratta

Il problema di non avere versato l’IVA è sempre più ricorrente quanto la domanda che ci viene rivolta di quando il fatto integri un reato.
Il soggetto che non versa l’IVA nei termini previsti dalla legge, sia che il debito derivi da liquidazione periodica che annuale, incorre in una sanzione amministrativa pari al 30% dell’importo non versato. Quando l’importo non versato è uguale o inferiore a 50.000,00 euro, le sanzioni sono esclusivamente di carattere amministrativo e non vi è alcun reato.
Quando l’importo non versato è dovuto in base alla dichiarazione annuale dei redditi ed ammonta ad oltre 50.000,00 euro per ciascun periodo di imposta e il pagamento non avviene entro il termine per il versamento dell’acconto dell’anno d’imposta successivo, il fatto costituisce reato ed è punito con la reclusione da sei mesi a due anni.
Il reato di omesso versamento dell’Iva può configurarsi solo se è stata regolarmente presentata la dichiarazione; se questa non è stata presentata il reato cambia e diviene di “omessa dichiarazione” con una soglia più bassa per integrare i presupposti del reato che è dell’importo pari a 30.000,00 euro. Con il pagamento tardivo, cioè oltre il 27 dicembre, è possibile usufruire di uno sconto della pena pari a un terzo.
Il reato si configura esclusivamente nell’ipotesi di omesso versamento dell’imposta derivante dalla liquidazione annuale e non anche da quella periodica che può essere mensile o trimestrale.
Naturalmente il reato lo può compiere chi sia imprenditore o lavoratore autonomo soggetti agli obblighi IVA e tutti sanno che l’importo dell’imposta da versare è il frutto della differenza tra quanto è dovuto per l’imposta sul bene o servizio e quanto è stato pagato per i costi.
Se il reato è compiuto da una società o da un ente sarà il suo legale rappresentante a risponderne. La Corte di Cassazione ha precisato che il legale rappresentante di una società risponde del reato di omesso versamento dell’IVA, ex art. 10-ter del D.Lgs. n. 74/2000, anche per la violazione del semplice dovere di vigilanza; è principio pacifico che possano aggredirsi i beni del rappresentante legale qualora la violazione sia stata commessa dalla società, dal momento che in capo all’amministratore vige un generale dovere di vigilanza sull’operato di terzi (Cassazione penale, sentenza, Sez. III, 26/06/2013, n. 27902).
Il reato di omesso versamento si prescrive nel termine della prescrizione ordinaria di sei anni e il periodo, a seguito di atti interruttivi, può protrarsi entro un limite massimo di sette anni e sei mesi. La prescrizione inizia la sua decorrenza del termine ultimo per il versamento cioè dal 27 dicembre dell’anno successivo a quello di riferimento.
Il meccanismo in termini normativi è a taratura fissa: misura dell’importo, superamento del termine, omesso versamento.
In giurisprudenza si afferma che anche se il pagamento a rate abbassa la soglia del debito fiscale, non cancella il reato, che sussiste ugualmente. Con la sentenza n. 24185 del 4 giugno 2013 la Cassazione, rigettando il ricorso proposto dall’imprenditore e confermando un suo orientamento consolidato, ha stabilito che, in relazione al reato di omesso versamento dell’Iva (art. 10-ter del D.Lgs n. 74/2000), è legittimo il sequestro preventivo funzionale alla confisca per equivalente anche se, a seguito del versamento di alcune rate da parte del contribuente, il debito fiscale scende sotto la soglia di rilevanza penale.
Si afferma che: “La mera rateizzazione del debito non elide la punibilità di una condotta che si basa chiaramente sul mancato versamento di un’imposta dichiarata di importo almeno pari a 50mila euro”.
Nell’attuale congiuntura la ricorrenza di questi fatti si sta accentuando e va a colpire con frequenza chi meno se lo meriterebbe per avere magari preferito pagare il personale dipendente e non aver poi avuto la liquidità per il pagamento dell’imposta. Si afferma anche che, perché si realizzi il delitto, è necessaria la presenza nel soggetto attivo della “coscienza e volontà” di compiere l’illecito. Tuttavia non è necessario il fine dell’evasione dell’imposta, ma basta avere presentato la dichiarazione Iva e non aver versato l’importo nei termini previsti.
In varie situazioni la mancanza di liquidità comincia ad assumere rilevanza ai fini della configurazione del reato di omesso versamento dell’Iva. Si sostiene da alcuni in dottrina e dai giudici di merito che la situazione di crisi di liquidità, che renda impossibile il versamento dell’Iva, determini una esclusione del necessario dolo (comportamento cosciente e volontario necessario); per altri lo stato d’insolvenza del soggetto, compresa la situazione di fallimento, non è sufficiente in tutti i casi, a scriminare il mancato versamento dell’imposta.
La Cassazione non sta modificando il suo orientamento e questo non solo quando la “mancanza di liquidità è preordinata”, situazione nella quale il soggetto precostituisce volontariamente l’impossibilità ad adempiere, che è penalmente perseguibile; in tale eventualità, il soggetto agirebbe con la precisa volontà di non adempiere.
La Corte di cassazione ancora sostiene con la sentenza n. 19099/2013 del 3 maggio 2013, che il reato di omesso versamento Iva può essere commesso anche se l’impresa non ha incassato l’imposta in quanto ha rilevanza il dato testuale risultante dalla dichiarazione e non la percezione del corrispettivo, salvo i casi di applicazione del regime di “IVA per cassa”, cioè il reato tributario di omessa IVA si configura anche se l’impresa non ha incassato l’imposta, poiché rileva il solo dato riportato in dichiarazione.
Ancora la Cassazione Penale, terza sezione, con sentenza dell’8 luglio 2013 n. 28945 ai fini del reato di omesso versamento di IVA, precisa che la notifica dell’avviso di accertamento tributario non conta. Il reato si consuma se l’omesso versamento di quanto dovuto in base alla dichiarazione annuale si protrae fino al 27 dicembre dell’anno successivo al periodo d’imposta di riferimento. La Cassazione ha confermato il provvedimento di sequestro preventivo, funzionale alla confisca per equivalente, disposto dai giudici del merito a carico di una persona, in relazione al reato di cui all’art. 10 ter del D.Lgs. n. 74/2000. Oggetto della misura cautelare sono stati sia i beni personali dell’indagato che quelli della società di cui il medesimo era stato amministratore, fino alla concorrenza della somma corrispondente al profitto del reato, ossia all’ammontare dell’imposta evasa.
La Corte ha ritenuto che il Tribunale del riesame avesse ben motivato il suo convincimento ricordando che “ai fini del perfezionamento del modello legale del reato di cui all’art. 10 ter D.Lgs 74/2000, non è affatto richiesta la notifica dell’avviso di accertamento dell’infrazione in quanto il reato di omesso versamento dell’IVA si consuma nel momento in cui scade il termine previsto dalla legge per il versamento dell’acconto relativo al periodo di imposta successivo”.
Infatti l’art.10 ter del D.Lgs. n. 74/2000 punisce, con la reclusione da sei mesi a due anni, chiunque non versi l’IVA dovuta in base alla dichiarazione annuale per un importo superiore a 50mila euro, per ogni periodo d’imposta. Ai fini dell’integrazione del delitto in esame è fondamentale la presentazione della dichiarazione, considerato che il “quantum” d’imposta dovuta, e quindi da versare, è quella risultante esclusivamente da essa. Poiché l’acconto IVA va versato entro il giorno 27 del mese di dicembre, ai fini della consumazione del reato di cui all’art. 10 ter non è sufficiente un qualsiasi ritardo nel versamento rispetto alle scadenze previste, ma occorre che l’omissione del versamento dell’imposta dovuta in base alla dichiarazione si protragga fino al 27 dicembre dell’anno successivo al periodo d’imposta di riferimento.

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