30 Settembre 2018

Lo stipendio in Francia sconta le imposte anche in Italia

La Corte di cassazione, con l’ordinanza n. 20291 del 31 luglio 2018, ha accolto il ricorso dell’Agenzia delle entrate, affermando che i redditi di lavoro dipendente derivanti da attività lavorativa prestata in Francia da un contribuente residente in Italia devono essere dichiarati anche in Italia.
Al contribuente spetta il riconoscimento del credito per le imposte pagate all’estero, da richiedere, a pena di decadenza, nella dichiarazione relativa al periodo d’imposta in cui le stesse sono state pagate a titolo definitivo. Entrambi i punti valgono per altre situazioni analoghe e non è la Francia un Paese che abbia un diverso regime; regola quindi e non eccezione con quanto in seguito indicato nelle diverse Convenzioni.
La pronuncia afferma che “il reddito percepito in Francia dal soggetto residente in Italia, quale dirigente di società di diritto francese, reddito già tassato in Francia, attraverso le ritenute alla fonte, deve essere dichiarato anche in Italia, con la possibilità per il contribuente di portare a detrazione le imposte pagate all’erario dell’altro Stato, e con la conseguente legittimità, in mancanza di riscontro nella dichiarazione dei redditi presentata dal contribuente per quell’anno, del recupero a tassazione”.
Il contribuente che sia residente in Italia e non iscritto all’AIRE deve inserire in dichiarazione le retribuzioni percepite e tassate in Francia. La tesi del contribuente, respinta in primo grado e accolta in appello, mirava all’annullamento degli avvisi di accertamento in quanto i redditi recuperati dall’Amministrazione finanziaria erano stati sottoposti a tassazione e nulla sarebbe stato dovuto al Fisco italiano.
La Commissione regionale stabiliva che “i maggiori redditi rilevati dagli avvisi di accertamento sono stati regolarmente sottoposti a tassazione dallo stato francese e quindi la questione attiene unicamente alla loro mancata esposizione nella dichiarazione dei redditi nazionali ed i conseguenti effetti sull’imponibile tassabile per gli anni in esame”. Di conseguenza, ha escluso che il contribuente possa essere qualificato un lavoratore transfrontaliero e, ritenendo applicabile al caso in esame l’art. 16 della convenzione Italia-Francia, ha concluso per l’illegittimità degli avvisi di accertamento poiché i redditi non dichiarati dal contribuente erano imponibili in Francia.
L’ufficio aveva ritenuto applicabile l’art. 15, § 4, della convenzione, riguardante la qualifica di lavoratore transfrontaliero, che prevede l’imposizione “esclusiva” nel paese di residenza. L’eventuale applicabilità dell’art. 16, richiamato dal contribuente, non esclude l’obbligo della dichiarazione dei redditi in Italia in quanto la previsione normativa stabilisce la tassazione concorrente tra i due Paesi.
La Cassazione ha rilevato che la ripresa a tassazione è corretta perché il dirigente, sebbene avesse subito le ritenute da parte del fisco francese, era tenuto a indicare il reddito estero nella dichiarazione dei redditi in quanto residente in Italia; ha quindi accolto il ricorso dell’ufficio in quanto la normativa di riferimento ovvero l’art. 3 del Tuir, nonché gli articoli 15, 16 e 24 della convenzione Italia-Francia, stabilendo che nel caso di specie “in forza dell’art. 3, co. 1, TUIR ……. in generale tutti i redditi da lavoro dipendente percepiti da soggetti residenti, anche per prestazioni rese all’estero, sono sempre assoggettabili a tassazione in Italia; inoltre, l’art. 165 del TUIR prevede che il contribuente possa recuperare le imposte pagate all’estero, a titolo definitivo, sui redditi ivi prodotti attraverso lo strumento del credito d’imposta, da esercitare nelle forme e nei termini ivi previsti”.
Per limitare gli effetti delle pretese fiscali di due diversi Stati ed evitare la duplice tassazione, è necessario far ricorso, ove esistenti, alle convenzioni bilaterali (“convenzioni contro le doppie imposizioni”), accordi stipulati prendendo a riferimento un modello di convenzione predisposto dall’Ocse nel 1963 e poi aggiornato. Il sistema per mitigare la tassazione del reddito, può avvenire: a) con il riconoscimento di una deduzione dal reddito imponibile complessivo dell’imposta pagata all’estero; 2) con il riconoscimento dell’esenzione a tutto il reddito prodotto all’estero, mediante la sua esclusione dalla base imponibile; 3) con l’attribuzione di un credito per le imposte pagate all’estero, in modo che il contribuente possa detrarre l’imposta pagata all’estero da quella calcolata sul reddito complessivo dichiarato in Italia. Quest’ultima appunto è la soluzione italiana che prevede l’ultimo dei modi descritti e che consente la detrazione delle imposte assolte all’estero dall’imposta dovuta complessivamente in sede di presentazione della dichiarazione dei redditi. La richiesta della detrazione di imposta deve essere richiesta, a pena di decadenza, nella dichiarazione dei redditi relativa al periodo d’imposta in cui le imposte estere sono state pagate a titolo definitivo e la regola è stata precisata nel co. 4 dell’art. 165, prevedendo che la “detrazione deve essere calcolata nella dichiarazione relativa al periodo d’imposta cui appartiene il reddito prodotto all’estero al quale si riferisce l’imposta estera a condizione che il pagamento dell’imposta estera a titolo definitivo avvenga prima della presentazione della dichiarazione in Italia”.

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