Categorie approfondimento: Tributario e fiscale
15 Ottobre 2011

Lista Falciani e utilizzabilità dei dati acquisiti

Di cosa si tratta

Il Decreto del 4 ottobre 2011 del GIP (Giudice per le Indagini Preliminari) di Pinerolo ha fatto nutrire speranze in coloro che sono stati coinvolti dalla vicenda della “Lista Hervé Falciani”.
Abbiamo già considerato il tema nell’articolo “Soldi all’estero” e torniamo al tema in quanto il decreto pone il quesito se l’orientamento espresso dal giudice penale possa produrre effetti tributari utili per i soggetti che siano stati coinvolti.
Si tratta di un decreto di archiviazione del procedimento penale, ove il Pubblico Ministero si era espresso a favore dell’archiviazione; naturalmente la difesa dell’imputato si è associata alla richiesta.
Le ragioni dell’adesione del GIP sono state fondate sul fatto che la documentazione incriminante era stata acquisita su documenti riservati illecitamente sottratti dalla banca-dati informatica dall’ex dipendente, documentazione consistente in movimenti di conti correnti bancari accesi da soggetti privati, che attestavano il versamento o il possesso di somme che non erano state dichiarate nel noto quadro RW.
Il quesito era quindi se il denaro detenuto fosse provento di redditi sottratti all’imposizione fiscale italiana e tali da integrare gli estremi del reato previsto e punito dagli artt. 4 e 5 del D.Lgs. 74/2000, che prevedono: “Art. 4 – Dichiarazione infedele.
1. Fuori dei casi previsti dagli articoli 2 (Dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti) e 3 (Dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici), è punito con la reclusione da uno a tre anni chiunque, al fine di evadere le imposte sui redditi o sul valore aggiunto, indica in una delle dichiarazioni annuali relative a dette imposte elementi attivi per un ammontare inferiore a quello effettivo od elementi passivi fittizi, quando, congiuntamente:
a) l’imposta evasa è superiore, con riferimento a taluna delle singole imposte, a lire duecento milioni;
b) l’ammontare complessivo degli elementi attivi sottratti all’imposizione, anche mediante indicazione di elementi passivi fittizi, è superiore al dieci per cento dell’ammontare complessivo degli elementi attivi indicati in dichiarazione, o, comunque, è superiore a lire quattro miliardi”.
“Art. 5. Omessa dichiarazione.
1. E’ punito con la reclusione da uno a tre anni chiunque, al fine di evadere le imposte sui redditi o sul valore aggiunto, non presenta, essendovi obbligato, una delle dichiarazioni annuali relative a dette imposte, quando l’imposta evasa è superiore, con riferimento a taluna delle singole imposte a lire centocinquanta milioni.
2. Ai fini della disposizione prevista dal comma 1 non si considera omessa la dichiarazione presentata entro novanta giorni dalla scadenza del termine o non sottoscritta o non redatta su uno stampato conforme al modello prescritto”.
Siccome nel corso delle indagini relative a quel processo non sono stati acquisiti “elementi ulteriori e/o diversi rispetto a detta documentazione”, quest’ultima non può essere in alcun modo utilizzata ai sensi dell’art. 240, 2° comma ult. parte, cod. pen., che prevede la confisca delle cose che costituiscono il prezzo del reato ed anche la cui fabbricazione, l’uso, il porto, la detenzione o l’alienazione delle quali costituisce reato, anche se non è stata pronunciata condanna.
I documenti derivano da una acquisizione illegale di informazioni che stavano in una sede ove chi le ha prelevate non poteva farlo; chi lo ha fatto è andato contro la volontà di chi aveva il diritto di escludere quel comportamento. L’operazione è avvenuta a fini diversi da quelli per i quali qualcuno potesse accedere alla loro conoscenza. Il comportamento ha integrato un reato di accesso abusivo ad un sistema informatico (art. 615 cod. pen.), se non anche una appropriazione indebita aggravata di documenti ai sensi dell’art. 646 cod. pen..
I documenti hanno quindi un’origine illecita e non possono essere usati nel processo e, senza altri elementi di prova o possibilità di loro acquisizione, il GIP ha ritenuto di essere costretto ad archiviare.
Il giudice si sofferma poi anche su profili di giurisdizione e sulla possibilità di disporre la distruzione, che esclude, nonché della configurazione di altro reato per chi ne faccia uso; sintetizza poi che ne deriva dall’origine l’esclusione della giurisdizione italiana per i fatti relativi all’illecita acquisizione e che appare inutile procedere all’attività processuale della loro distruzione, che deve essere a cura del P.M. a tutela delle ragioni di riservatezza dei soggetti coinvolti.
Questo in sintesi il provvedimento che nulla dice nel merito del reato tributario; il quesito iniziale resta quello se l’uso dello “spunto” che deriva dalla conoscenza di questa situazione possa comportare in generale la chiusura degli effetti che possono derivare dalla disponibilità per gli uffici fiscali di questa conoscenza qualificata.
Sul punto allo stato non risulta che ci siano già state prese di posizione.
Generalmente a seguito della trasmissione della posizione con i dati ricavati dalla Lista Falciani viene investita la Guardia di Finanza, che invia un “Invito a presentarsi. Avvio di una verifica fiscale ai fini delle imposte sui redditi”. L’invito contiene già la richiesta di portare le dichiarazioni dei redditi dei periodi di riferimento non prescritti, ogni documentazione utile alla corretta determinazione delle imposte e documentazione relativa ai trasferimenti dall’estero e verso l’estero di denaro, titoli e valori dai quali possono essere stati conseguiti redditi di fonte estera che siano imponibili in Italia, da indicare nel quadro RW della dichiarazione dei redditi.
Non ci soffermiamo ad illustrare la procedura, ma è chiaro che dipende da quanto viene fatto e detto perché abbia a consolidarsi una posizione di pretesa tributaria fondata sullo svolgimento di queste operazioni. Questa è una parte delicata sulla quale non riteniamo di sospingerci in quanto il nostro quesito resta uguale.
Quando la Guardia di Finanza fonda la verifica sui dati risultanti dalla “scheda cliente” o sulla “fiche” della banca attraverso la quale il responsabile della vicenda ha fatto nascere lo “spunto “ di riferimento, la domanda se questo uso possa in sede tributaria inficiare il procedimento è il punto al quale vorremmo rispondere.
Si tratterebbe di informazioni illecitamente acquisite e come tali non dovrebbero potere andare a costituire un fondamento di una pretesa. Se neppure la Guardia di Finanza ne dovrebbe potere disporre, il loro uso in concreto dovrebbe essere vietato.
Il poter disporre di informazioni per esempio bancarie dei rapporti intrattenuti da un cittadino in altro stato postula il corretto impiego degli accordi bilaterali che regolano i rapporti tra i due paesi od anche accordi plurilaterali e nei limiti previsti da detti accordi anche con riferimento al coinvolgimento penale o solamente tributario; cioé a seconda dei fini perseguiti dagli accordi.
L’impiego della lista Falciani non può certo essere paragonato ai dati emergenti dalla collaborazione tra i paesi alla lotta al terrorismo, al riciclaggio e all’evasione fiscale; i dati emergenti da queste fonti sono legittimi, utilizzabili e su di questi si può fondare l’attività di verifica ed accertamento.
Se queste norme vigenti tra i Paesi non sono state osservate, il fondamento materiale della pretesa non è discutibile proprio perché lecitamente acquisito.
La violazione di queste norme invece ci deve portare a ritenere che il dato aliunde acquisito non possa costituire presupposto per la sua acquisizione ed utilizzo alle indagini e quindi alla contestazione all’interessato, soprattutto laddove il materiale abbia una provenienza non lecita in quanto procurato attraverso altre violazioni di disposizioni a danno degli interessati.

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