Categorie approfondimento: Commerciale e industriale
23 Aprile 2008

Licenza d’uso di software

Di cosa si tratta

Ricorrente convinzione è quella per la quale la licenza d’uso di un software integri qualche cosa di diverso da una vendita, pensando invece ad un diritto più sfumato che viene attribuito all’utilizzatore.
Chi si ponesse con attenzione a leggere il testo in sede di acquisto di una licenza d’uso di software vedrebbe come il contenuto sia costellato più da divieti che da diritti dell’utilizzatore; questo impianto fa correttamente dubitare di avere acquistato un bene materiale, che nella fattispecie è un software, dato che oggetto della licenza è esclusivamente il diritto all’utilizzo del software.
Il tema che ci poniamo non è ozioso in quanto se qualifichiamo il contratto in un modo o in un altro cambia il regime delle conseguenze che ne derivano.
Tutti concordano che la licenza sia un contratto atipico, il cui contenuto può essere ricondotto a più tipi di contratto; se così non fosse avremmo un contratto individuato, specifico e sapremmo quale normativa si applica ad esso; oppure potremmo anche avere un contratto regolato in parte e quindi avremmo il problema di trovare quali altre norme regolino quanto non fosse dettato dalla normativa speciale data appositamente per il contratto.
Con la licenza invece non troviamo disposizioni specifiche che sul piano della qualificazione ci dicano che ci troviamo di fronte a questo o a quel contratto.
La giurisprudenza non ha dato sul punto grandi contributi quantitativi e solo qualche autore si è occupato del tema puntualmente. Tenendo un linguaggio comprensibile, diremo che principalmente si poggia nel ricondurre la licenza in questione o alla vendita o alla locazione.
Questo diciamo per la licenza, mentre nella pratica ci troviamo anche di fronte ad articolazioni di situazioni diverse e più complesse, che non riguardano la sola licenza, come è a dire per la fornitura di un sistema informatico o per la realizzazione di programmi personalizzati, anche magari solo in parte.
Diciamo subito che la nostra preferenza in termini di qualificazione generale per le operazioni che si compiono con maggiore frequenza è per l’applicazione delle norme sulla vendita, ma non esauriamo con questo il punto perché potrà dipendere da come il contratto in concreto è stato fatto.
Ci riferiamo alla distinzione che discende dalla sentenza del Tribunale di Milano del 3 giugno 2002, dalla quale si può ricavare il distinguo legato al fatto che l’impiego sia legato alla temporaneità o meno della cessione dei diritti di utilizzo del programma oppure la loro cessione in via definitiva; indicatore in proposito sono anche gli accordi sul prezzo, che può essere pattuito in modo unitario e determinato per la cessione definitiva o concordato come canone periodico, che porterà a propendere per una cessione temporanea, per alcuni propria della licenza.
Vediamo le conseguenze che ne derivano applicando i due diversi regimi.
Come locazione entreranno in gioco le obbligazioni del locatore, che sarà tenuto alla consegna in buono stato di manutenzione, al mantenimento successivo in condizioni da servire all’uso pattuito e la garanzia che il conduttore ne possa pacificamente godere.
Oltre che fornirlo in grado di soddisfare il bisogno in termini di funzionalità, il programma dovrà essere mantenuto in tale condizione; si tratta di un obbligo più ampio e specifico di operare tutti quegli interventi, anche di riparazione, che si rendessero necessari per conservargli quella attitudine a soddisfare il bisogno per il quale è stato predisposto. Il dovere di riparazione scaturirebbe dall’art. 1575, n. 2 cod. civ., che è la norma espressa che impone tale obbligo.
La presenza di vizi potrà comportare la possibilità di esercitare azioni per l’esatto adempimento ovvero di risoluzione e dovrà sospingersi oltre alla loro assenza originaria anche al loro sopravvenire.
Sul piano del godimento pacifico poi il licenziatario avrà diritto di potere disporre del programma, mentre sarà legittimato anche nei confronti dei soggetti terzi direttamente per rivendicare i diritti che gli sono stati attribuiti.
I patti contrattuali potranno avere limitazioni di validità come conseguenza dell’inquadramento illustrato. Le limitazioni di contenuto e quelle temporali non potranno operare se si versasse nell’ipotesi di vizi che il locatore abbia in mala fede taciuto e che rendano impossibile l’utilizzazione del programma ovvero nei casi di dolo o colpa grave.
La limitazione della responsabilità ai danni diretti contrasta con l’art. 1229 cod. civ., che sancisce la nullità del patto che esclude o limita la responsabilità per dolo o colpa grave; ancora in caso di inadempimento sarà illegittima la pattuizione che preveda la scelta del licenziante in ordine al rimedio di tutela della risoluzione con la mera restituzione del prezzo e l’esclusione dei danni provocati.
Quanto illustrato è in termini generali e senza considerare le situazioni dell’utente finale, che, se consumatore, avrà estesa la tutela dalla contrarietà a quanto disposto dall’art. 1469-bis. cod. civ. Riconducendo la licenza alla vendita, opererà comunque il rimedio dell’art. 1229 cod. civ. perché disposizione di carattere generale e non data per uno specifico tipo di contratto, mentre la malafede del venditore e l’invalidita del patto che escluda la responsabilità potrà fondarsi sull’art. 1490, 2° co, cod. civ., che però nulla dice sui difetti tali da pregiudicare il godimento del bene, piano sul quale la tutela sarebbe inferiore per la possibilità di deroga pattizia.
Seppur si dovesse quindi ritenere di fare riferimento alle norme sulla vendita, avremmo quindi una minore tutela del licenziatario, ma non è dalle conclusioni che si deve muovere per capire a quali dei due tipi contrattuali ci si debba riferire.

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