Categorie approfondimento: Commerciale e industriale
22 Luglio 2016

Legittime le società di engineering

Esistono da tempo le società di engineering e pare che oramai non si discuta sulla legittimità del loro operato e soprattutto che possano operare nella forma di società di capitali, quindi anche con responsabilità limitata. Nonostante il consolidamento di questa posizione ricorre ancora che, nell’interpretare in concreto il loro operato, qualche pronunzia vada in diversa direzione.
L’engineer compie la complessa attività di progettazione con una organizzazione societaria tramite un soggetto diverso dai singoli professionisti; questo aveva posto il problema dell’ammissibilità della prestazione esistendo il divieto contenuto nell’art. 2 della l. 23 novembre 1939 n. 1815, per garantire l’esercizio in forma personale delle professioni protette, di costituire, esercitare o dirigere sotto qualunque forma, diversa dallo studio associato, società aventi per oggetto prestazioni tipiche dei professionisti abilitati.
La disposizione applicata rigidamente aveva portato a concludere per l’inammissibilità dell’esercizio in forma societaria di attività professionali intellettuali, come quelle degli ingegneri e degli architetti; ma la costante evoluzione della giurisprudenza, soprattutto di merito, ha portato a modificare la posizione.
Consapevole della complessità del fenomeno relativo alla effettuazione di prestazioni organizzate di servizi compositi anche di natura intellettuale e della inidoneità ad essere ricondotti al contratto d’opera professionale, tale orientamento ha sottolineato la differenza tra la prestazione intellettuale e quella fornita dalla società di engineering, intesa come prestazione più composita ed articolata, dove l’attività di carattere intellettuale assumeva valenza limitata e strumentale rispetto alla fornitura del servizio o alla realizzazione dell’opera. Si è allora passati all’esplicito riconoscimento della legittimità delle società di engineering, che si fondava sulla parziale abrogazione del divieto di esercizio di attività professionali in forma societaria, operata da alcune disposizioni legislative che prevedevano una disciplina specifica per le imprese di progettazione industriale (art. 13, l. 2 maggio 1976 n. 183, in tema di interventi straordinari nel Mezzogiorno; sul potenziamento ed ammodernamento delle linee, dei mezzi e degli impianti della rete ferrovia dello Stato).
Pur avendo mutato l’inquadramento, questo non ha impedito che i giudici abbiano sottolineato che la liceità dei contratti posti in essere da tali società era da accertare in relazione al loro specifico contenuto, verificando se l’accordo avesse per oggetto nel nucleo centrale l’esercizio di una professione intellettuale ovvero un’attività più complessa tipica di un’impresa di servizi; nel primo caso è sempre stata dichiarata la nullità del contratto per violazione della norma imperativa.
Il radicale mutamento dell’assetto normativo ha fatto cambiare i termini della questione con la conseguenza che deve reputarsi ammissibile l’esercizio in forma societaria, non solo dell’attività di progettazione, ma anche dell’attività professionale.
Da una parte l’art. 10, co. 3, della l. 183/2011, abrogando definitivamente il divieto posto dall’art. 2, n. 1815/1939, ha dato legittimità sul piano generale allo svolgimento in forma societaria delle professioni protette, permettendo l’utilizzazione di ogni tipo di società, anche capitalistica, purché nel rispetto delle condizioni poste nel menzionato art. 10, co. 5. Del resto già l’art. 24, co. 1, della l. 7 agosto 1997 n. 266 aveva abrogato il divieto posto dalla l. n. 1815/1939. Tuttavia tale legge aveva demandato al Ministro di grazia e giustizia la fissazione dei requisiti per l’esercizio delle attività di cui all’art. 1 della l. n. 1815/1939. Tale normativa secondaria di carattere attuativo non era mai stata emanata e quindi la revoca del divieto non era divenuta operativa, quindi lasciando dubbi ed incertezze, superati in parte dalla nuova disciplina di cui all’art. 10 della l. 12 novembre 2011 n. 183.
Per il settore degli appalti pubblici, ove queste società operano con maggior frequenza, la l. 11 febbraio 1994 n. 109 (c.d. legge Merloni) all’art. 17, co. 7 e 8, ha escluso dall’ambito di applicazione della l. n. 1815/1939 (e quindi dalla portata del divieto) le società di ingegneria. L’esplicito riconoscimento di tali società, che ha rilievo anche con riguardo agli appalti privati, è stato confermato dalla successiva normazione in materia, posto che l’art. 90, co. 1, lett. e) ed f) del nuovo codice dei contratti pubblici (d.lgs. 12 aprile 2006 n. 163), ha contemplato le società di professionisti e le società di ingegneria tra i soggetti ammessi al compimento di attività di progettazione preliminare, definitiva ed esecutiva di lavori pubblici, di direzione dei lavori e di assunzione di incarichi di supporto tecnico amministrativo alla attività del responsabile del procedimento.
La giurisprudenza ha precisato che «i requisiti richiesti per essere annoverati tra le società di ingegneria, ai sensi dell’art. 90, d.lgs. n. 163 del 2006, risultano essere solamente la costituzione in forma di società di capitali o di cooperativa e lo svolgimento dell’attività ivi indicata» e, ancora, ha sottolineato che « la distinzione tra “società di professionisti” e “società di ingegneria” sta nella diversità della forma societaria prescelta, che, nel primo caso, ricade in uno dei tipi codificati di società di persone, ovvero di società cooperativa, e, nel secondo, di società di capitali; inoltre, mentre la società di professionisti può essere formata solo da professionisti, la società di ingegneria consente l’apporto (anche) di solo capitale (e dunque anche di soci non professionisti), fatto che ha imposto l’obbligo della nomina del direttore tecnico con il compito di controfirmare i progetti e l’assunzione di responsabilità solidale con i professionisti al fine di compensare eventuali limitazioni di responsabilità connesse al particolare schermo della forma societaria».
L’oggetto tipico delle società di ingegneria è stato descritto dal co. 2, lett. b, dell’art. 90 del d.lgs. n. 163/2006, facendo riferimento alla tipologia di attività (esecuzione di studi di fattibilità, ricerche, consulenze, progettazioni o direzioni dei lavori, valutazioni di congruità tecnico-economica, studi di impatto ambientale) che caratterizzano il consulting engineering.

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