Categorie approfondimento: Credito e banche
15 Maggio 2014

Leasing traslativo ed eccessività degli effetti in caso di inadempimento

Di cosa si tratta

Un contratto di leasing che dovesse prevedere in caso di inadempimento dell’utilizzatore il diritto di riavere la restituzione del bene e l’intero importo che è stato finanziato, farebbe conseguire al concedente un vantaggio maggiore di quale sarebbe l’esito in caso di regolare esecuzione del contratto, vantaggio che per il concedente sarebbe limitato a quanto finanziato, gli interessi e le spese; si configurerebbe una penale eccessiva rispetto all’interesse all’adempimento che porta alla possibilità che il giudice operi la riduzione della misura.
A temperare questi effetti è intervenuta la Cassazione 17 gennaio 2014, n. 888, che ha affermato il diritto dell’utilizzatore di recuperare la disponibilità e proprietà del bene oppure di imputare il valore alla somma dovuta in restituzione delle rate a scadere.
La Corte ha ritenuto che trattandosi di leasing traslativo immobiliare, ove i canoni costituiscono non il corrispettivo del mero godimento del bene, ma il versamento rateale del prezzo, in previsione dell’esercizio finale dell’opzione di acquisto, l’interesse del concedente è quello di ottenere l’integrale restituzione della somma erogata a titolo di finanziamento, con gli interessi, il rimborso delle spese e gli utili dell’operazione, ma non quello di ottenere la restituzione dell’immobile, che normalmente non rientrava fra i beni di sua proprietà alla data della conclusione del contratto, né costituiva oggetto della sua attività commerciale. Nella fattispecie infatti il bene è stato scelto e acquistato presso terzi dall’utilizzatore in funzione delle sue esigenze e solo pagato dalla società di leasing, che si è intestata la proprietà esclusivamente in funzione di garanzia della restituzione del finanziamento.
L’operazione sarebbe quindi soggetta all’applicazione analogica dell’art. 1526 cod. civ., con gli adeguamenti e i temperamenti del caso, in considerazione del fatto che (mentre nella vendita con riserva della proprietà nel caso di inadempimento dell’acquirente il venditore normalmente soddisfa il suo principale interesse con il recupero del bene, ed il danno conseguente può consistere nel relativo deterioramento, nella perdita degli utili inerenti al godimento, nella perdita di altre proficue occasioni di vendita, e simili) nel leasing la riconsegna dell’immobile è insufficiente, quale risarcimento del danno, ove la restituzione del finanziamento non segua e il valore dell’immobile non valga a coprirne l’intero importo.
Ma la riconsegna del bene costituisce un quid pluris rispetto all’interesse e ai danni effettivi subiti dal concedente, ove si aggiunga all’integrale restituzione della somma erogata, con i relativi interessi e spese.
Pertanto, le clausole contrattuali che attribuiscano alla società concedente il diritto di recuperare, nel caso di inadempimento dell’utilizzatore, l’intero importo del finanziamento ed in più la proprietà e il possesso dell’immobile, attribuiscono alla società stessa vantaggi maggiori di quelli che essa aveva il diritto di attendersi dalla regolare esecuzione del contratto, venendo a configurare gli estremi della penale manifestamente eccessiva rispetto all’interesse del creditore all’adempimento, di cui all’art. 1384 cod. civ. (Cass. civ. Sez. 3, 13 gennaio 2005 n. 574; Idem, 2 marzo 2007 n. 4969; Idem, 27 settembre 2011 n. 19732, ed altre).
Nel valutare se la penale sia manifestamente eccessiva, infatti, il giudice è tenuto a comparare il vantaggio che essa assicura al contraente adempiente con il margine di guadagno che egli si riprometteva legittimamente di trarre dalla regolare esecuzione del contratto (Cass. civ. Sez. 3, 23 marzo 2001 n. 4208).
Ad analoghi principi si uniforma la Convenzione di Ottawa sul leasing finanziario internazionale 28 maggio 1988, recepita nell’ordinamento italiano con legge 14 luglio 1993 n. 259, le cui disposizioni offrono un significativo termine di raffronto per la ricostruzione della disciplina dell’inadempimento del fornitore (Cass. civ. Sez. 3, 16 novembre 2007 n. 23794). Essa dispone che il concedente può anche esigere il pagamento anticipato dei canoni, in caso di risoluzione per inadempimento dell’utilizzatore, quando ciò sia previsto dal contratto, ma il risarcimento del danno deve essere tale da porlo “nella stessa situazione nella quale si sarebbe trovato se l’utilizzatore avesse esattamente adempiuto…” (art. 13, p. 2, lett. b) e che la pattuizione della penale è valida solo se “non comporti un risarcimento eccessivo in rapporto ai danni previsti dall’alinea b) del paragrafo 2”, e che “Le parti non possono derogare alle disposizioni del presente alinea…” (art. 13, p. 3, lett. b).
Erroneamente, pertanto, la Corte di appello aveva deciso il contrario. La motivazione da essa adottata, secondo cui la sproporzione sarebbe esclusa dal fatto che la clausola del contratto di leasing prevedeva la possibilità che l’immobile venisse venduto, con accredito del prezzo all’utilizzatore, risulta insufficiente ed incongrua, a fronte del testo letterale della clausola stessa (“….la concedente procederà alla vendita dell’immobile; all’utilizzatrice verrà riconosciuta la facoltà di promuovere essa stessa la vendita..” e le verrà altresì riconosciuto “…il ricavato dalla vendita dell’immobile…., detratte le spese direttamente imputabili (p.e. provvigioni all’intermediario….)”.
La Corte ha condiviso i rilievi della ricorrente circa l’estrema genericità della clausola, la cui attuazione è rimessa alla piena discrezionalità della concedente quanto a tempi, modalità e condizioni di vendita e quanto a tempi e modalità con cui il corrispettivo dovrebbe essere riversato in favore dell’utilizzatore. Quest’ultimo rimane privo di ogni sostanziale tutela, quanto ai suoi diritti sul bene, del quale per contro, una volta adempiuto all’integrale restituzione del finanziamento, dovrebbe avere il diritto di acquisire proprietà e disponibilità.
Al fine di evitare che clausole penali del tipo di quella in oggetto attribuiscano al concedente vantaggi eccessivi, occorre che sia specificamente attribuito all’utilizzatore (una volta restituito l’intero importo del finanziamento) il diritto di recuperare proprietà e disponibilità del bene, in termini prestabiliti e precisi (non mere e generiche facoltà, indeterminate nei tempi e nei modi e rimesse alla discrezione altrui); oppure il diritto di imputare il valore dell’immobile alla somma dovuta in restituzione delle rate a scadere, ove cosi le parti preferiscano: sempre che le relative decisioni e scelte siano concordate e non rimesse all’arbitrio dell’una o dell’altra di esse.
Quanto illustrato può parere contrario all’indirizzo consolidato precedente che affermava che: “laddove di fronte a una complessa economia contrattuale, non conta quanto abbia pagato il contraente inadempiente per un uso limitato nel tempo del bene locato, quanto invece quale sia stata la perdita subita dal contraente che abbia dato regolare esecuzione al contratto” (Cfr. Cass., 7 febbraio 2012, n. 1695); questo era un principio consolidatosi nella giurisprudenza della Cassazione dopo un percorso di anni, e che continua a trova riscontro nella giurisprudenza di merito.
Ricordiamo che ai sensi dell’art. 1384 c.c. “la penale può essere diminuita equamente dal giudice, se l’obbligazione è stata eseguita in parte ovvero se l’ammontare della penale è manifestamente eccessivo”. Consegue che “l’utilizzatore del bene inadempiente non può dolersi che il giudice non abbia disapplicato la clausola penale prevista dal contratto”; il Giudice conserva la facoltà di ridurre la penale tenuto conto delle circostanze di fatto e di ogni altro elemento utile. E ciò, in quanto, sia che si tratti di leasing sia che si tratti di una diversa tipologia contrattuale, la legge riserva al Giudice l’apprezzamento di fatto circa il possibile esercizio del potere di riduzione dell’indennità convenuta.

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