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7 Novembre 2017

Le Sezioni Unite negano l’usura bancaria sopravvenuta

La Cassazione investita a Sezioni Unite con sentenza 18 luglio 2017, n. 24675, ha preso posizione sul tema dell’usura bancaria sopravvenuta ossia sul superamento del tasso d’usura che avvenga nel corso del rapporto sia per i casi dei contratti già in corso all’epoca dell’entrata in vigore della disciplina che per quelli successivi.
La prima sentenza del giudizio dal quale è scaturita la pronuncia aveva accolto il ricorso per la parte degli interessi che superavano il tasso soglia dell’usura con condanna alla restituzione; l’appello aveva riformato la sentenza riconoscendo la natura di mutuo al rapporto da ricondursi alla disciplina del credito fondiario regolato dal D.P.R. 21 gennaio 1976, n. 7.
In Cassazione si era già avuta una ordinanza interlocutoria che affermava l’applicabilità della legge sull’usura anche ai mutui fondiari, conclusi prima dell’arrivo della nuova norma e in forza dell’interpretazione autentica dell’art, 1, co. 1 D.L. 29 dicembre 2000, n. 394, ed era scaturito un contrasto interpretativo interno alla sezione, da risolvere demandando il tema alle sezioni unite, con riferimento ai contratti conclusi prima delle nuove disposizioni.
La prima affermazione della Corte è dichiarare che non vi è motivo per dispensare il mutuo fondiario dall’applicazione della legge sull’usura in mancanza di disposizione che la legittimi in quanto “non v’è alcuna ragione per sottrarre l’importante settore del credito fondiario al divieto di usura e ai meccanismi approntati dalla legge per renderlo effettivo”.
Viene poi affrontata la questione dell’applicazione delle norme per i contratti preesistenti e quali ne siano le sorti, ma invero aggiungendo tutte le ipotesi, anche successive, dove l’usura sia sopravvenuta per effetto della caduta dei tassi medi di mercato con particolare riferimenti ai tassi fissi per le oscillazioni che possono superare il limite.
Il legislatore con la norma interpretativa aveva introdotto il principio che il momento per valutare l’esistenza dell’usura fosse quello in cui i tassi superino la soglia “nel momento in cui sono promessi o comunque convenuti, a qualunque titolo, indipendentemente dal momento del pagamento”.
La Corte nega fondamento alla tesi della configurabilità dell’usura sopravvenuta che cioè intervenga successivamente per effetto dell’andamento dei tassi.
“Il divieto dell’usura è contenuto nell’art. 644 cod. pen.; le altre disposizioni della legge n. 108 non formulano tale divieto, ma si limitano a prevedere un meccanismo di determinazione del tasso oltre il quale gli interessi sono considerati sempre usurai”.
“Una sanzione (che implica il divieto) dell’usura è contenuta per l’esattezza, anche nell’art. 1815, 2° co., cod. civ. – pre oggetto dell’interpretazione autentica di cui si discute – il quale però presuppone una nozione di interessi usurai definita altrove, ossia di nuovo, nella norma penale integrata dal meccanismo previsto dalla Legge. N. 108”.
In forza anche della considerazione che in sede penale non è riconosciuta l’usura sopravvenuta, non avrebbe fondamento la tesi che, sussistendo la norma di interpretazione autentica, questa limiti la sua applicazione solo in sede penale. La legge non era data per il calmieramento del mercato del credito, ma per il contrasto al fenomeno dell’usura e il momento di rilievo è quando si ha la pattuizione per gli interessi.
Quanto illustrato porta ad affermare che l’illiceità successiva non va a comportare la nullità o l’inefficacia del patto sugli interessi, trasformando l’operazione come gratuita.
La Corte compie l’affermazione del seguente principio di diritto: “Allorché il tasso di interessi concordato tra mutuante e mutuatario superi, nel corso dello svolgimento del rapporto, la soglia dell’usura come determinata in base alle disposizioni della legge n. 108 del 1996, non si verifica la nullità o l’inefficacia della clausola contrattuale di determinazione del tasso degli interessi stipulata anteriormente all’entrata in vigore della predetta legge, o della clausola stipulata successivamente per un tasso non eccedente tale soglia quale risultante al momento della stipula; né la pretesa del mutuante di riscuotere gli interessi secondo il tasso validamente concordato può essere qualificata, per il solo fatto del sopraggiunto superamento di tale soglia, contraria al dovere di buona fede nell’esecuzione del contratto”.
La Cassazione conferma il suo pensiero nel considerare che la pretesa di interessi divenuti superiori al tasso soglia in epoca successiva alla loro pattuizione potrebbe dirsi scorretta ai sensi dell’art. 1375 cod. civ. (cioè esecuzione del contratto secondo buona fede); ma “va escluso che sia da qualificare scorretta la pretesa in sé di quegli interessi, corrispondente a un diritto validamente riconosciuto dal contratto”.
Invero una cautela è già stata adottata dagli istituti di credito che hanno fatto di meglio di quanto fatto dalla Cassazione, prevedendo solitamente nei contratti una clausola di sicurezza che preveda la non debenza da parte del cliente di eventuali interessi altre soglia e la riconduzione a quel limite massimo dei tassi applicabili. A questo punto cambia il giudizio sulla validità del patto nel contesto di questa nuova giurisprudenza (nel sito: “Usura e clausola di salvaguardia”).

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