Categorie approfondimento: Lavoro
15 Novembre 2014

Lavoro nero e sanzioni INPS con concorso del committente

Di cosa si tratta

La Corte Costituzione ha dichiarato illegittima, per manifesta irragionevolezza, la norma che fa derivare l’importo minimo della sanzione civile per l’omesso versamento dei contributi e dei premi esclusivamente dal numero di lavoratori non risultanti dalle scritture o da altra documentazione obbligatoria, a prescindere dalla durata effettiva del rapporto di lavoro.
La sentenza della Corte Costituzionale del 13 novembre 2014, n. 354 assume esistente una manifesta irragionevolezza dell’art. 36-bis, co. 7, lettera a), del D.L. 4 luglio 2006, n. 223 convertito con modificazioni dall’art. 1, co. 1, della legge 4 agosto 2006, n. 248, nella parte nella quale stabilisce che: “L’importo delle sanzioni civili connesse all’omesso versamento dei contributi e premi riferiti a ciascun lavoratore di cui al periodo precedente non può essere inferiore a €. 3.000,00 in modo indipendente dalla considerazione della durata della prestazione lavorativa accertata”.
Il caso deciso si riferiva al periodo compreso tra il 1° maggio 2008 e il 30 novembre 2009, di dodici lavoratori per periodi brevi, da un minimo di tre giorni a un massimo, in un solo caso, di venti.
L’applicazione della norma perveniva al singolare risultato che per un’omissione pari a €. 2.253,00 l’applicazione di una sanzione civile diventava pari a €. 45.000,00; e, addirittura, l’inadempimento nei confronti dell’INAIL di soli €. 450,62 ha comportato l’applicazione di analoga sanzione civile di €. 45.000,00.
Per la Corte la sanzione risulta arbitraria e irragionevole, perché, pur avendo la funzione di «risarcire, in misura predeterminata dalla legge, con una presunzione “iuris et de iure”, il danno cagionato all’Istituto assicuratore» è stabilita con un criterio privo di riferimento all’entità di tale danno, dipendente dalla durata del periodo in cui i rapporti di lavoro erano durati.
La disposizione era stata già tolta dall’art. 36-bis dalla legge n. 183/2010 ed è stata sostituita con un aumento del 50 per cento delle sanzioni determinate secondo l’art. 116, co. 8, della legge n. 388/2000 che punisce l’evasione contributiva con una sanzione civile nella misura del 30 per cento in ragione d’anno della contribuzione evasa, fino ad un massimo del 60 per cento dell’importo dei contributi o premi non corrisposti entro la scadenza.
La Corte Costituzionale anche considera, ma non dichiara fondata la questione di legittimità sollevata dallo stesso Tribunale, dell’art. 29, co. 2, del D.Lgs. 10 settembre 2003, n. 276, come modificato dall’art. 1, co. 911, della legge 27 dicembre 2006, n. 296. Il Tribunale aveva ritenuto contrastare con l’art. 3 della Costituzione la previsione della responsabilità solidale dell’appaltante, in caso di omesso versamento da parte dell’appaltatore dei contributi previdenziali, anche per il debito per le sanzioni civili o somme aggiuntive.
La questione è stata sollevata anche in relazione all’art. 21 del D.L. 9 febbraio 2012, n. 5, che ha limitato la responsabilità solidale del committente, escludendo che si estenda alle sanzioni civili e alle somme aggiuntive. Dalla modifica per il tribunale consegue una disparità di trattamento, in quanto «il regime della responsabilità solidale del committente in materia previdenziale resterebbe soggetto a due diverse discipline a seconda della data in cui si viene a collocare l’inadempimento dell’appaltatore». Per la Corte Costituzionale non contrasta con il principio di eguaglianza un trattamento differenziato applicato alle stesse fattispecie, ma in momenti diversi nel tempo, poiché il trascorrere del tempo può costituire un valido elemento di diversificazione delle situazioni giuridiche.
La circostanza che, quindi, la nuova disciplina in tema di responsabilità solidale del committente e dell’appaltatore, dettata dall’art. 21 del D.l. n. 5/2012, convertito, con modificazioni, dall’art. 1, co. 1, della legge n. 35/2012, si applichi agli inadempimenti contributivi avvenuti dopo la sua entrata in vigore, essendo conseguenza dei principi generali in tema di successione di leggi nel tempo, non può ritenersi di per sè lesiva del parametro costituzionale evocato.

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