Categorie approfondimento: Tributario e fiscale
10 Aprile 2015

Lavorare all’estero lasciando in Italia un immobile e le relazioni affettive e familiari

Di cosa si tratta

Torniamo a trattare il tema del cittadino italiano che si trasferisca all’estero per lavorare (ovvero anche solo per viverci) cercando di capire quale rilevanza attribuisce l’Amministrazione Finanziaria a quegli “interessi” che il soggetto “lascia in Italia” e cioè, nella maggior parte dei casi, la famiglia e una casa di proprietà. Anche attraverso l’analisi di due pronunce della Sezione tributaria della Corte di Cassazione, recentemente chiamata ad esprimersi sull’argomento, cerchiamo pertanto di dare risposta ai dubbi e ai quesiti che quotidianamente ci pongono i lettori.
Come abbiamo più volte avuto modo di affermare negli articoli pubblicati nel sito (si vedano: Lavorare in Svizzera: l’aspetto fiscale e Residenza fiscale: ovvero dove pagare le tasse se si lavora all’estero), il trasferimento fisico di un cittadino italiano in uno Stato estero, “certificato” dalla cancellazione dall’anagrafe dei cittadini residenti e dall’iscrizione all’AIRE (ora accorpati nell’ANPR), è di per sé condizione necessaria ma non sufficiente per sottrarsi agli obblighi impositivi di natura tributaria nei confronti dell’Erario. L’articolo 2 del Testo unico sulle imposte sui redditi (Tuir) detta infatti i confini della residenza fiscale prevedendo che “ai fini delle imposte sui redditi si considerano residenti [in Italia] le persone che per la maggior parte del periodo di imposta sono iscritte nelle anagrafi della popolazione residente o hanno nel territorio dello Stato il domicilio o la residenza ai sensi del codice civile”.
Per di più il comma 2-bis dell’articolo introduce una presunzione relativa di residenza in Italia per i cittadini che trasferiscono la propria residenza o il proprio domicilio in Paesi a fiscalità privilegiata: al fine di essere esclusi dal novero dei soggetti residenti in Italia ricade su di essi l’onere di provare di risiedere effettivamente in quei Paesi o territori.
Ad ampliare notevolmente i confini della residenza fiscale è il richiamo operato al concetto di “domicilio” che l’art. 43 del codice civile individua come il luogo in cui il soggetto “ha stabilito la sede principale dei suoi affari o interessi”. Infatti, se la residenza può essere ritenuta una situazione in fatto, accertata mediante l’iscrizione o la cancellazione dall’anagrafe, il domicilio è invece una situazione giuridica alquanto indefinita; proprio per questa sua natura nel corso degli anni si è assistito a un’opera d’integrazione del concetto di “domicilio” da parte sia dell’Amministrazione Finanziaria sia dei giudici di legittimità e di merito che hanno individuato degli elementi che collegano il soggetto al territorio italiano tanto significativi da ritenersi che la loro presenza determini il domicilio e quindi della residenza fiscale. Fra questi vi è la proprietà di un immobile in territorio italiano.
Passiamo ora a esaminare le due sentenze menzionate in precedenza.
La prima in ordine temporale è la n. 3447 pubblicata in data 20/2/2015 ed è stata resa muovendo dall’impugnazione di due avvisi di accertamento nei quali veniva contestata la fittizietà del trasferimento all’estero di due soggetti.
Nel valutare la questione i giudici di merito si erano soffermati sul tema dell’abitazione principale ritenendo che i contribuenti avessero dimostrato di risiedere effettivamente all’estero ove avevano prima preso in locazione e poi acquistato un immobile. Quanto alla proprietà di un immobile in Italia, la Commissione Tributaria Provinciale proseguiva affermando che “la mera proprietà immobiliare in Italia non è elemento sufficiente a dimostrare la residenza dei contribuenti atteso che non risulta che gli stessi vi abbiano costituito un centro stabile per svolgere i propri affari o interessi”.
Il giudice di primo grado ha ritenuto pertanto che la proprietà di un immobile non sia elemento centrale per determinare dove un soggetto abbia il “centro stabile per svolgere i propri affari o interessi” e quindi la residenza fiscale. La medesima posizione era stata assunta dalla Commissione Tributaria Regionale.
Di diverso avviso era però l’Agenzia delle Entrate che impugnava la sentenza lamentando fra l’altro che il giudice di merito non avesse contestato che “l’appartamento in Montecarlo era un piccolo monolocale inidoneo a costituire una dimora stabile per una coppia mentre gli appartamenti romani rappresentavano una dimora più attendibile per le esigenze del nucleo familiare”.
L’Agenzia delle Entrate compie quindi un’operazione che si spinge oltre la mera constatazione della proprietà dell’immobile: vengono posti a confronto gli appartamenti e viene compiuta una valutazione comparatistica circa la capacità degli stessi di soddisfare le esigenze del nucleo famigliare.
Per il contribuente è evidente che si tratti di un’operazione discutibile che dovrebbe poter assumere una valenza solo in relazione a un quadro fattuale già chiaro, cioè qualora vi siano una serie di indicatori che permettano di radicare in Italia la residenza fiscale del soggetto. Tuttavia non è dello stesso parere la suprema Corte che ha cassato la sentenza con una decisione che non lascia dubbi. Si afferma infatti che il giudice di merito avrebbe dovuto approfondire in sede di motivazione quanto rilevato dall’Agenzia delle Entrate e questa omissione “non consente di comprendere quale sia stato l’itinerario logico seguito … e conferisce al complesso dell’argomentazione un carattere puramente apodittico”.
Ci si domanda a questo punto se il giudice avrebbe dovuto seguire le argomentazioni dell’Agenzia compiendo un’operazione non consueta e cioè sospingendosi a valutare, a fini probatori, la “attendibilità” della dimora estera rispetto a quella italiana quale indice significativo per l’individuazione della residenza fiscale.
Un approccio sostanzialmente innovativo e maggiormente favorevole al contribuente si rileva invece nella sentenza n. 6501 pubblicata dalla Sezione Tributaria della Corte di Cassazione in data 31 marzo 2015.
In questo caso l’Agenzia delle Entrate aveva proposto ricorso nei confronti di una sentenza emessa da una CTR (chiamata a decidere sulla legittimità di un atto impositivo notificato a un soggetto residente in Svizzera che ivi svolgeva “la propria attività di lavoro dipendente con un contratto a tempo che prevede un orario di otto ore giornaliere”) ritenendo che la stessa non avesse “idoneamente valutato la rilevanza dei legami affettivi e personali per il riconoscimento della residenza in Italia ai fini fiscali”. A differenza della sentenza analizzata in precedenza, in questo caso oggetto dell’attenzione della Corte non è la proprietà di un immobile bensì l’insieme dei legami affettivi e personali del contribuente.
Ebbene, richiamando precedenti pronunce la Corte afferma che nel determinare il domicilio (e, conseguentemente, la residenza fiscale) il centro degli interessi vitali del soggetto “va individuato dando prevalenza al luogo in cui la gestione di detti interessi viene esercitata abitualmente in modo riconoscibile a terzi”. Prosegue la Corte affermando che “le relazioni affettive e familiari – la cui centrale importanza è invocata dalla ricorrente Agenzia al fine della residenza fiscale – non hanno una rilevanza prioritaria ai fini probatori della residenza fiscale, venendo in rilievo solo unitamente ad altri probanti criteri … che univocamente attestino il luogo con il quale il soggetto ha il più stretto collegamento”.
In sostanza, nella determinazione della residenza fiscale, la Corte ha attribuito un’importanza dirimente al luogo in cui la gestione degli interessi vitali viene esercitata abitualmente e in modo riconoscibile a terzi e cioè, nella fattispecie in esame, al luogo in cui il soggetto prestava la propria attività lavorativa.
Nei fatti la conseguenza di questa interpretazione è che, anche nella maggior parte dei casi presi in esame dall’Agenzia delle Entrate, la sede principale degli “affari” del soggetto residente all’estero (art. 43 del codice civile), cioè il centro di “interesse economico” e di realizzazione della “vita lavorativa”, dovrebbe prevalere sul luogo degli “interessi sociali e familiari”, ossia dove risiede la famiglia, ai fini della individuazione della residenza fiscale.
E’ di tutta evidenza che il principio espresso dalla sentenza n. 6501/15 si ponga in netto contrasto con il tradizionale orientamento della Corte e disattenda la tesi da sempre adottata dall’Amministrazione finanziaria in ordine alla valutazione dei criteri di collegamento del soggetto al territorio italiano.
Non resta che aspettare una nuova pronuncia o una nuova circolare che porti maggior chiarezza sul tema; di certo l’unico soggetto che subisce gli effetti di questa precarietà è il contribuente che da tempo vede violata la sua legittima aspettativa alla certezza del diritto.

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