Categorie approfondimento: Voluntary disclosure
20 Gennaio 2016

La voluntary disclosure interna: nuove valutazioni

Di cosa si tratta

L’esperienza fatta nell’utilizzare lo strumento offerto dalla legge 15 dicembre 2014, n. 186 per la regolarizzazione delle attività finanziarie all’estero ci ha fatto rilevare che la voluntary disclosure interna è stata utilizzata principalmente nel caso di ripresa di effetti fiscali italiani derivanti dall’operazione base.
Come si ricorderà, la VD poteva essere anche e soltanto nazionale, ma questa possibilità non ha trovato grande diffusione.
Lo strumento ora è divenuto non attuale dal momento che è scaduto il termine per potere ancora utilizzare il ricorso ad esso.
Sulla stampa già si parla di “proroghe” essendosi accorti che l’adesione, se pure è stata importante, potrebbe essere ancora foriera di risultati utili per il bilancio dello Stato; infatti ancora adesso ci sono richieste alle quali si deve dare la risposta che è oramai tardi.
La considerazione che vorremmo compiere è questa. È diffuso il desiderio ha commesso irregolarità fiscali oppure non si è esattamente reso conto degli effetti dell’operato, magari suggerito da terze persone, di potere regolare le pendenze e non vedersi esposto in futuro a conseguenze funeste.
Pur esistendo strumenti di ravvedimento, la loro inidoneità a chiudere altri effetti, resta; per esempio gli effetti penali. Crediamo diffuso il desiderio di regolarità e tranquillità.
Il tema si pone del resto in connessione ad avere delle certezze che non sono date quando si abbiano davanti lunghi termini prima che si realizzi la prescrizione.
Crediamo in sostanza che la V.D. possa essere uno strumento “a sistema”; che sia servito alla finanza pubblica per tappare dei buchi è risultato positivo, ma crediamo che la possibilità di continuare sulla strada sia utile a tutti. Non dimentichiamo che la V.D., che si è arrestata alla scadenza, ha comportato anche la regolarizzazione del 2014.
Questo discorso ha il corollario in termini di desiderio di tranquillità con le richieste che riceviamo di potere “segregare” il patrimonio, metterlo al sicuro da attacchi di lungo periodo per i quali l’ordinamento non consente molte soluzioni se, uscendo dal teorico (fondo patrimoniale, segregazione patrimoniale, trust ed altro) si scorre la giurisprudenza che sempre più stringe con l’interpretazione la resistenza agli attacchi.

(Visited 6 times, 2 visits today)