7 Aprile 2021

La validità del contratto di sale and lease back

Il contratto denominato “sale and laese back”, ovvero locazione finanziaria di ritorno, è una complessa operazione contrattuale mediante la quale un’impresa vende (“sale”) un proprio bene, di natura strumentale all’esercizio della sua attività, ad un’impresa di leasing o ad una società finanziaria, che, dopo aver versato il prezzo pattuito, concede contestualmente o entro un breve lasso di tempo il bene in leasing all’alienante (“lease back”) che, per utilizzare il bene, le corrisponde un canone ed ha la facoltà, alla scadenza del rapporto, di riacquistare la proprietà, esercitando il diritto d’opzione ad un prezzo di regola inferiore rispetto ai valore effettivo del bene. Alla scadenza del contratto, l’alienante-utilizzatore potrà optare per la continuazione della locazione ovvero per l’acquisto del bene, esercitando il diritto di opzione.
Nel leasing “ordinario”, contratto con cui l’utilizzatore mira a conseguire la disponibilità di beni strumentali al processo produttivo, e nel “sale and lease back”, posto che un bene siffatto è già in proprietà del “seller-lessee”, l’operazione realizzata, risponde “all’esigenza di (auto) finanziamento dell’impresa venditrice, ossia all’esigenza di incrementare il proprio capitale circolante attraverso lo smobilizzo di una parte del capitale fisso, senza peraltro perdere la materiale disponibilità del bene venduto”.
La tipicità sociale del contratto, nonchè la meritevolezza, ex art. 1322 c.c., comma 2, degli interessi sono acquisiti anche nella giurisprudenza della Corte di Cassazione Corte., che è tornata sul tema con l’ordinanza n. 4664 del 22 febbraio 2021.
Il “sale and lease back” si configura “come un’operazione negoziale complessa, che risponde all’esigenza degli operatori di ottenere liquidità, mediante l’alienazione di un bene strumentale, di norma funzionale ad un assetto produttivo e non agevolmente collocabile sui mercato, conservandone l’uso con la facoltà di riacquistarne la proprietà al termine del rapporto”. Sono più negozi collegati funzionalmente volti al perseguimento di uno specifico interesse pratico che ne costituisce la causa concreta, la quale assume specifica ed autonoma rilevanza rispetto a quella dei singoli contratti, di questi ultimi connotando la reciproca interdipendenza tanto che le vicende dell’uno si ripercuotono sull’altro, condizionandone la validità e l’efficacia, nella pur persistente individualità di ciascun tipo negoziale, a tale stregua segnandone la distinzione con il negozio complesso o con il negozio misto”.
La circostanza che il bene venduto rimanga nella disponibilità del venditore, il quale continua ad usarlo corrispondendo canoni periodici e con la possibilità di riacquistarlo al termine del contratto e le somiglianze tra questa fattispecie contrattuale e le alienazioni a scopo di garanzia, ha indotto a interrogarsi sulla liceità dell’operazione di “lease back” e a chiedersi se e a quali condizioni sia possibile che il contratto di “lease back” possa costituire il mezzo per aggirare l’applicazione di una norma imperativa (art. 1344 c.c.), ovvero che, sotto le spoglie del contratto indicato, si celi un patto commissorio vietato dall’art. 2744 c.c.”.
In linea di massima, è ritenuto valido lo schema contrattuale del “lease back”, in quanto contratto d’impresa socialmente tipico”, resta “ferma la necessità di verificare, caso per caso, l’assenza di elementi patologici di un contratto di finanziamento assistito da una vendita in funzione di garanzia, volto cioè ad aggirare, con intento fraudolento, il divieto di patto commissorio previsto dall’art. 2744 c.c. e pertanto sanzionabile, per illiceità della causa, con la nullità, ai sensi dell’art. 1344 c.c., in relazione all’art. 1418 c.c., comma 2”.
Si è ritenuto che il patto commissorio sia “ravvisabile rispetto a più negozi tra loro collegati, qualora l’assetto di interessi complessivo sia tale da far ritenere che il trasferimento di un bene sia effettivamente collegato, piuttosto che alla funzione di scambio, ad uno scopo di garanzia a prescindere sia dalla natura meramente obbligatoria o traslativa o reale del contratto, sia dal momento temporale in cui l’effetto traslativo è destinato a verificarsi, nonchè dagli strumenti negoziali destinati alla sua attuazione e, persino, dalla identità dei soggetti che abbiano stipulato i negozi collegati, complessi o misti, sempre che tra le diverse pattuizioni sia ravvisabile un rapporto di interdipendenza e le stesse risultino funzionalmente preordinate allo scopo finale di garanzia”.
Al fine di verificare se una specifica operazione di “sale and lease back” sia in concreto diretta ad aggirare il disposto dell’art. 2744 c.c., la Corte segue uno schema di verifica, affermandosi che “gli elementi ordinariamente sintomatici della frode alla legge sono tre così individuati:
1) la presenza di una situazione di credito e debito tra la società finanziaria (concedente) e l’impresa venditrice utilizzatrice, preesistente o contestuale alla vendita;
2) le difficoltà economiche dell’impresa venditrice, legittimanti il sospetto di un approfittamento della sua condizione di debolezza;
3) la sproporzione tra il valore del bene trasferito e il corrispettivo versato dall’acquirente, che confermi la validità di tale sospetto.
Per la Corte è soltanto il “concorso” di tali elementi sintomatici che “vale a fondare ragionevolmente la presunzione che il lease back, contratto d’impresa per sè lecito, sia stato in concreto impiegato per eludere il divieto di patto commissorio e sia pertanto nullo perchè in frode alla legge.
A questa affermazione va data continuità, dovendo ritenersi necessaria la compresenza di tutti gli indici sintomatici risponde alla necessità con valutazione che la Corte ritiene di fare propria per non circoscrivere eccessivamente l’impiego del “sale and lease back”, e di non ostacolare l’emersione di “nuove forme di garanzia sussidiaria, volte a salvaguardare con maggiore efficienza le ragioni del creditore, nonchè a consentire un più rapido e sicuro soddisfacimento dei suoi interessi, indipendentemente dalla collaborazione del debitore”, nel tentativo di contemperare due diverse esigenze: “da un lato, la necessità di offrire un’idonea sicurezza al creditore, attribuendogli poteri di autosoddisfazione esecutiva e dall’altro, quello di rendere meno gravosa per il debitore o per il terzo garante la prestazione della garanzia.
Al riguardo va premesso che “l’accertamento del carattere fittizio di un contratto di sale and lease back, per la presenza di indizi sintomatici di un’anomalia nello schema causale socialmente tipico del contratto in questione”, di rivelare l’aggiramento del divieto del patto commissorio, “costituisce un’indagine di fatto, insindacabile in sede di legittimità”, se “adeguatamente e correttamente motivata”.
Nel caso concreto esaminato la ricorrente, pur non contestando “che il prezzo di fosse pari al valore di mercato dei beni”, lamenta “che solo una parte della somma venne corrisposta al venditore-utilizzatore”, circostanza non apprezzata dalla Corte territoriale, che, su tali basi, avrebbe erroneamente escluso la sussistenza dell’indice sintomatico della violazione dell’art. 2744 c.c., costituito dalla sproporzione tra il valore del bene trasferito e il corrispettivo versato dall’acquirente; la ricorrente lamenta che la Corte territoriale non avrebbe considerato che parte del ricavato della vendita, per un verso, fu destinata all’estinzione di debiti preesistenti di altra società del gruppo societario (cui appartiene anche la società concedente il leasing), nonchè, per altro verso, fu utilizzata come provvista, ai fine di pagare il maxicanone iniziale.
Difatti, “il vizio di violazione di legge consiste nella deduzione di un’erronea ricognizione della fattispecie astratta recata da una norma di legge e implica un problema interpretativo della stessa; l’allegazione di un’erronea ricognizione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa” ha portato la ricorrente a dolersi di un’errata valutazione di ciò che dovrebbe considerarsi come effettivo prezzo di acquisto che esterna l’esatta interpretazione della norma e inerisce alla tipica valutazione del giudice di merito.

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