Categorie approfondimento: Societario
5 Dicembre 2014

La società è estinta, ma resta in vita per il fisco

Di cosa si tratta

Con il d. lgs. 21 novembre 2014, n. 175 in materia di semplificazione fiscale, il legislatore è intervenuto anche in materia di estinzione di società di capitali, con una norma piuttosto singolare e la cui legittimità sarà da verificare.
Il tema relativo agli effetti della cancellazione delle società di capitali (e di persone) dal registro delle imprese è già stato oggetto di altri approfondimenti in questo sito (“L’estinzione delle società conseguente alla cancellazione: gli effetti”; “Ancora in materia di cancellazione ed estinzione delle società”; “La società estinta ritorna in vita in caso di sopravvenienze attive”).
In particolare, era principio ormai consolidato, perché espressamente sancito dalla norma di cui all’art. 2495 cod. civ., che la cancellazione dal registro delle imprese determinasse l’estinzione della società. Questo significa il venir meno della soggettività dell’ente, anche dal punto di vista processuale, una vera e propria “morte” della società.
Con l’art. 28, comma IV, del d.lgs. 175/2014 si introduce il principio per cui la “morte” della società è solo relativa, poiché mentre l’effetto estintivo si produce nei rapporti in essere tra la società e tutti i soggetti che interagiscono con la stessa, tale effetto non si produce invece nei confronti del Fisco: per l’Amministrazione finanziaria, infatti, la società rimane “viva” per altri cinque anni dopo la cancellazione dal registro delle imprese.
In particolare, recita l’art. 28 citato: “Ai soli fini della validità e dell’efficacia degli atti di liquidazione, accertamento, contenzioso e riscossione dei tributi e contributi, sanzioni e interessi, l’estinzione della società di cui all’articolo 2495 del codice civile ha effetto trascorsi cinque anni dalla richiesta di cancellazione del Registro delle imprese”.
Come si noterà la norma fa riferimento anche ai contributi e quindi l’ultrattività della società dovrebbe valere anche nei rapporti con gli istituti di previdenza.
La previsione è poi rafforzata dal successivo comma V dell’art. 28, che modifica il d.P.R. 602/1973 in materia di riscossione delle imposte sul reddito.
Il nuovo primo comma dell’art. 36 del d.P.R. 602/1973 prevede che “I liquidatori dei soggetti all’imposta sul reddito delle persone giuridiche che non adempiono all’obbligo di pagare, con le attività della liquidazione, le imposte dovute per il periodo della liquidazione medesima e per quelli anteriori rispondono in proprio del pagamento delle imposte se non provano di aver soddisfatto i crediti tributari anteriormente all’assegnazione di beni ai soci o associati, ovvero di avere soddisfatto crediti di ordine superiore a quelli tributari. Tale responsabilità è commisurata all’importo dei crediti d’imposta che avrebbero trovato capienza in sede di graduazione dei crediti”.
In sostanza, la nuova norma prevede una responsabilità specifica per i liquidatori di società qualora essi, in sede di liquidazione, vadano a pagare creditori che si sarebbero dovuti pagare solo dopo aver pagato i debiti tributari.
Tenuto conto che il Fisco gode di un privilegio generale sui beni mobili del debitore ai sensi dell’art. 2752 cod. civ. per i tributi diretti, nonché un privilegio speciale per le imposte sul reddito ai sensi dell’art. 2759 cod. civ. e un privilegio sugli immobili per i tributi indiretti ex art. 2772 cod. civ., è chiaro che i liquidatori dovranno prestare molta attenzione ai pagamenti effettuati in sede di liquidazione della società.
Qualora infatti fosse violato l’ordine di soddisfazione dei creditori a danno del Fisco, i liquidatori risponderanno in proprio del pagamento delle imposte, nella misura in cui tali crediti tributari avrebbero trovato soddisfazione se la liquidazione fosse stata compiuta correttamente.
Si rileva che, in questo comma in materia di pagamento in sede di liquidazione, non si fa più riferimento ai debiti previdenziali, ma solo a quelli tributari.
Per completezza si rammenta anche che, ai sensi dello stesso art. 36 del d.P.R. 602/1973, era già prevista la medesima responsabilità in capo ai soci che, nel corso dei due periodi di imposta precedenti alla messa in liquidazione, avessero ricevuto danaro o altri beni sociali in assegnazione dagli amministratori o avessero avuto in assegnazione beni sociali dai liquidatori durante il tempo della liquidazione. In queste ipotesi, dunque, anche i soci sono responsabili del pagamento delle imposte dovute nei limiti del valore dei beni stessi, salvo le maggiori responsabilità stabilite dal codice civile.
Il valore del denaro e dei beni sociali ricevuti in assegnazione si presume proporzionalmente equivalente alla quota di capitale detenuta dal socio od associato, salva la prova contraria.
Analoga responsabilità era infine già prevista a carico degli amministratori della società che “hanno compiuto, nel corso degli ultimi due periodi di imposta precedenti alla messa in liquidazione, operazioni di liquidazione ovvero hanno occultato attività sociali anche mediante omissioni nelle scritture contabili”.

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