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27 Settembre 2018

La riduzione dei tassi di interessi sui buoni postali

I buoni postali produttivi di interessi sono stati oggetto del provvedimento della Corte di Cassazione che ha ritenuto di sottoporre il tema della modificabilità in peggio della misura degli stessi alle Sezioni Unite (Ordinanza interlocutoria depositata il 31 agosto 2018, n. 21543).
Il provvedimento è stato adottato dalla Cassazione in “previsione di una massiccia presentazione di ricorsi, stante la diffusione che nel tempo ha avuto l’investimento dei risparmiatori nei buoni postali fruttiferi, nonché la tendenziale serialità delle problematiche che le diverse serie di emissione degli stessi vengono a presentare”.
Il tema trattato è quello dell’individuazione delle condizioni necessarie per l’applicazione ai buoni postali già emessi (quali quelli appartenenti alla serie O) della riduzione in corso di rapporto del tasso di interessi compensativo operata, sulla base della norma dell’art. 173 cod. postale, da un apposito intervento ministeriale.
In sintesi la Corte ha riconosciuto rilevanza al motivo di ricorso proposto dalla società Poste Italiane per la forte complessità delle questioni sollevate e in mancanza di precedenti specifici nella giurisprudenza della Corte mentre l’Arbitro Bancario Finanziario e i Tribunali del territorio avevano sempre rigettato le domande dei sottoscrittori che chiedevano di ottenere la liquidazione degli interessi come stabilito dalla tabella stampigliata sul retro del titolo pur in presenza di provvedimenti normativi che, successivamente all’emissione del titolo, ne avevano variato i tassi di interesse, dando ragione a Poste Italiane.
Poste Italiane aveva rilevato che le somme dovute in sede di rimborso andavano rideterminate sulla base del D.M. 13 giugno 1986, che aveva ridotto il tasso degli interessi compensativi relativi ai buoni postali fruttiferi che facevano parte della predetta serie.
La Corte di merito richiamando la sentenza della Corte a Sezioni Unite, 8 maggio 2007 n. 13979 aveva ritenuto che «è ormai definitivamente chiarito che le condizioni sottoscritte dai risparmiatori non possono essere unilateralmente modificate dalle Poste e che per i B.P.F. valgono gli interessi indicati dalle Poste ai risparmiatori nel momento in cui vengono sottoscritti e non quelli previsti per legge, sicché le condizioni riportate sui titoli e prospettate al cliente prevalgono sulle disposizioni ministeriali».
Contro la sentenza emessa dalla Corte di Appello ha proposto ricorso Poste Italiane, articolando un motivo in particolare che la Corte di cassazione ritiene di rilievo e si tratta della denunciata «violazione e/o falsa applicazione di norme di diritto contenute nell’art. 173 TU approvato con il d.P.R. 156/1973 siccome modificato dal d.l. 460/1974 convertito dalla legge n. 588/1974 e nel D.M. 13 giugno 1986, pubblicato sulla G.U. del 28 giugno 1986, n. 148 (artt. 6 e 4 – tabelle dei saggi di interesse ivi previste), nell’art. 7 co. 3 d.lgs. 30 luglio 1999 n. 284, nell’art. 9 co. 1 e 2 d.m. 19 dicembre 2000 e nell’art. 5 comma 12 d.I.30 settembre 2003 n. 269 convertito in legge con modificazioni dall’art. 1 legge 24 novembre 2003, n. 326, nonché nell’art. 2002 cod. civ. ».
Il motivo postula l’erroneità della soluzione di diritto adottata dalla Corte territoriale, che ha ritenuto non riferibile al buono postale oggetto di giudizio il plesso normativo costituito dall’art. 173 cod. postale (nella versione vigente all’epoca dell’emissione del buono, poi abrogata dal d.lgs. n. 284/1999) e dalle disposizioni del d.m. 13 giugno 1986.
Il motivo introduce il tema dell’individuazione delle condizioni necessarie per l’applicazione ai buoni postali già emessi (quelli della serie O) della riduzione in corso di apporto del tasso di interessi compensativo operata, sulla base della norma dell’art. 173 cod. postale, da un apposito intervento ministeriale.
Non risultano precedenti propriamente in termini nella giurisprudenza di questa Corte e la pronuncia delle Sezioni Unite n. 13979/2007, a cui si richiama la sentenza impugnata, in realtà riguarda specificamente – siano o meno adattabili alla fattispecie in esame i principi in essa enunciati – il caso di buoni postali emessi con l’apposizione a tergo del documento di tassi più favorevoli all’investitore di quelli all’epoca vigenti. Anche la pronuncia di Cass., 28 febbraio 2018 n. 4761, ispirata ai medesimi principi enunciati dalle Sezioni Unite («secondo l’insegnamento di questa Corte il vincolo contrattuale tra emittente e sottoscrittore dei titoli è destinato a formarsi essenzialmente sulla base dei dati risultanti dai buoni volta a volta sottoscritti») riguarda un caso in cui le indicazioni riportate sul testo del buono erano difformi da quelle previste dal decreto istitutivo della relativa serie.
Poste Italiane, sostiene che «i buoni postali fruttiferi sono regolati unicamente dalle disposizioni di legge che li riguardano, che sono pubblicate su Gazzetta Ufficiale, e sono soggetti all’applicabilità di nuove e diverse condizioni (anch’esse pubblicate su Gazzetta Ufficiale) in quanto esse sono previste dalla normativa speciale (di cui ai decreti ministeriali)».
Si assume che «i buoni postali fruttiferi costituiscono uno strumento per la raccolta del risparmio per pubblico interesse, il cui concreto esercizio, attesane la natura pubblicistica, nonché l’originaria natura pubblicistica di Poste, viene regolato direttamente dal legislatore mediante norme imperative». In sostanza i buoni postali sono destinatari di una normativa a se stante e distinta, separata da quella del sistema generale.
Altro formulato rilievo discende dalla considerazione che i buoni postali non sarebbero dei titoli di credito, bensì dei semplici documenti di legittimazione di cui all’art. 2002 cod. civ. Da tale qualificazione il detto orientamento fa derivare che per i buoni postali «non rilevano le indicazioni riportate sul retro degli stessi», posto che essi «devono essere prodotti e quietanziati ai fini del rimborso che ne determina la relativa estinzione per capitale e interessi (art. 208 d.p.r. 256/1989)». Si ricaverebbe quindi che «la disciplina dei buoni per cui è causa non è contenuta in un contratto tra Poste e il titolare del buono, ma nelle norme di cui al d.P.R. n. 156/1973 e al d.P.R. n. 256/1989».
Il testo dell’art. 173 co. 1 cod. postale vigente all’epoca («le variazioni del saggio di interesse dei buoni postali fruttiferi sono disposte con decreto ministeriale (omissis) da pubblicarsi sulla Gazzetta Ufficiale; esse hanno effetto per i buoni di nuova serie, emessi dalla data di entrata in vigore del decreto stesso, e possono essere estese ad una o più delle precedenti serie») entrerebbe nel regolamento dell’emissione dei buoni. Sì che tale norma risulta incidere in modo diretto sul contenuto disciplinare del contratto stipulato tra l’emittente e l’investitore, venendo a costituirne parte integrante, con la conseguenza ulteriore che sin dal «momento della stipula dei buoni» gli investitori vanno considerati come «pienamente consapevoli della circostanza che i tassi» possono «subire delle variazioni».
L’orientamento che stima la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale condizione sufficiente per l’applicazione della riduzione del tasso stabilita dal decreto ministeriale, ritiene di potere trovare conforto ulteriore nell’ambito della normativa che ha abrogato la disposizione di cui all’art. 173 cod. postale.
Assumerebbe rilievo la norma dell’art. 7 D.P.R. n. 284/1999, che, nello stabilire l’abrogazione dell’art. 173, ha prescritto che «i rapporti già in essere alla data di entrata in vigore dei decreti continuano a essere regolati dalle norme anteriori». La disposizione è stata ribadita dall’art. 9, co. 2, d.m. 19 dicembre 2000 e, successivamente, anche dall’art. 5, co. 12, d.l. 269/2003, convertito con legge n. 326/2003.
Per la tesi avversaria si dovrebbero distinguere due diversi momenti del rapporto di investimento: quello della sottoscrizione del buono e quello inerente al tempo in cui sopravviene, nel corso del rapporto, il decreto ministeriale di riduzione dei tassi. Ne emergono due profili distinti (che come tali vanno considerati), ma che non si pongono come tra loro necessariamente alternativi.
Per il primo profilo, relativo alla costituzione del rapporto, si nota in particolare come il tenore del co. 1 dell’art. 173 cod. postale sia chiaro nell’escludere ogni eventualità di allineamento automatico dei tassi delle diverse serie e, in positivo, nell’attribuire al ministro competente un vero e proprio potere discrezionale di modifica unilaterale delle condizioni economiche dell’investimento di cui al buono e come pure sia chiaro nel precisare i modi di esercizio di tale potere.
Il testo letterale della norma lascia scoperto il punto della definizione dei modi e dei termini in cui questo potere di modifica unilaterale entra a far parte del contenuto contrattuale dell’investimento medesimo. Si ragiona nel senso di ritenere necessaria una specifica previsione di tale potere nel contesto del contratto che, nel concreto, fonda l’investimento: sì che il risparmiatore ne sia effettivamente avvertito al momento di sottoscrivere il buono e possa valutare appieno le opportunità e i rischi che comporta.
In questa direzione si porrebbe il sistema specifico dei buoni postali, nel quale l’informazione resa al risparmiatore al momento della sottoscrizione e riportata sul retro del buono assume valore determinante, secondo quanto già affermato dalla Corte.
Il Procuratore Generale ha osservato: pur se riguarda una diversa ipotesi, la sentenza delle Sezioni Unite n. 13979/2007 «ben può essere estesa al caso in esame, nel quale dovrà essere tutelato colui che abbia acquistato un buono postale corredato da una tabella per la liquidazione dei tassi perfettamente corrispondente a quella prevista dalla normativa che lo ha istituito, nella mancanza di informativa contrattuale circa la possibilità di successiva variazione dei tassi anche in senso peggiorativo (per non essere state apposte sul buono clausole contrattuali, stampigliature e/o diciture a carattere informativo)».
Nella medesima direzione sta, altresì, il sistema generale dei contratti, nel cui alveo anche l’investimento in buoni postali viene in definitiva a collocarsi. In questo sistema l’eventualità che un contraente possa modificare unilateralmente patti e obblighi convenzionalmente assunti ha natura eccezionale (cfr. la norma dell’art. 1372, comma 1, cod. civ.): la legge che ne contempli l’astratta ammissibilità, per solito ne subordina la praticabilità in concreto alla previsione di tutele ad hoc per l’altro contraente, a cominciare da una specifica informativa in sede di formazione del rapporto (cfr., così, la norma dell’art. 118, comma 1, TUB).
In tale direzione si ritiene stia la normativa costituzionale di tutela del risparmio, di cui all’art. 47 comma 1 della Carta: una disposizione di legge che, nel consentire all’emittente di ridurre in corso di rapporto la remunerazione dell’investimento, non si curi nel contempo di far sì che l’investitore sia opportunamente avvertito di tale eventualità e dei rischi conseguenti, non tutela il risparmiatore, ponendolo anzi in posizione deteriore.
Ne segue che la norma dell’art. 173 cod. postale deve essere interpretata e ricostruita in modo tale da risultare coerente, e non già contrastante, con l’indicato precetto costituzionale (l’esigenza di affidarsi unicamente a interpretazioni «rispettose» dei precetti costituzionali e costituzionalmente orientate è ribadita dalla pronuncia delle Sezioni Unite, 7 febbraio 2018, n. 2990). Tanto più che quella dell’informazione mirata sul contratto risulta essere l’unica via di tutela del risparmiatore, il sistema non prendendo in considerazione l’eventualità di un recesso del medesimo, con liquidazione anticipata dell’investimento (con riferimento al momento dell’effettivo esercizio del potere di riduzione dei tassi).
L’altro profilo tenuto in conto da questo orientamento in parola fa riferimento alle modalità di effettivo esercizio del potere unilaterale dell’emittente. Si è osservato che la norma del co. 3 dell’art. 173 cod. postale prescrive, nell’occasione del decreto di modifica peggiorativa del tasso, il compimento di una specifica attività da parte dell’emittente, come intesa a rendere disponibili al pubblico degli investitori le tabelle riportanti i nuovi tassi («gli interessi vengono corrisposti sulla base della tabella riportata a tergo dei buoni; tale tabella, per i titoli i cui tassi siano stati modificati dopo la loro emissione, è integrata con quella che è a disposizione dei titolari dei buoni stessi presso gli uffici postali»).
Constatata la peculiare utilità che una simile informazione possiede per la successiva gestione dell’investimento (dalla ricerca di una sua liquidazione a mezzo mercato alla previsione dei potenziali utilizzi della remunerazione in essere), si è rilevato che la norma del co. 3 appare condizionare l’applicazione del nuovo tasso alla messa a disposizione delle relative tabelle, con la conseguenza che l’emittente ha l’onere di provare di avere tempestivamente provveduto, negli uffici postali aperti al pubblico, all’effettiva messa a disposizione delle nuove tabelle.
Il resoconto degli opposti orientamenti, appena compiuto, mette in evidenza la complessità delle questioni sollevate dalla società Poste Italiane con la mancanza di precedenti specifici e il rinvio alle Sezioni Unite.

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