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18 Gennaio 2018

La revoca del fallimento per la Corte d’appello di Milano

Nel giudizio di revoca della sentenza di fallimento ad opera della Corte d’appello di Milano in data 14 dicembre 2017, n. 5492, la Corte ha accolto una serie di rilievi, formulati dallo studio, che sul piano pratico sono ricorrenti.
Sulla base della prescrizione dell’art. 1 L. Fall. non sono soggetti al fallimento gli imprenditori che dimostrino di avere avuto nei tre esercizi antecedenti la data di deposito dell’istanza di fallimento un attivo patrimoniale non superiore ad €. 300mila, ricavi lordi non superiori ad €. 200mila ed un ammontare di debiti, anche non scaduti, non superiori ad €. 500mila.
La Corte, pur in assenza dei bilanci del 2015 e 2016, ha ritenuta acquisita la prova della ininterrotta persistenza in capo alla società fallita di detti requisiti ostativi; va tenuto conto che la società era stata costituita il 1° ottobre 2015 per scissione da altra società.
Questo ha potuto affermare in quanto il curatore, che pur disponeva di una documentazione contabile frammentaria e al quale il bilancio del 2016 era stato consegnato tardivamente, poteva ritenere che tutti i parametri risultavano inferiori alla soglia di legge ad eccezione dei ricavi che risultavano pari a €. 246.559,71. Il curatore aveva precisato che il dato complessivo si riferiva al periodo dal 1° ottobre 2015 al 31 dicembre 2016 in quanto all’atto della costituzione della società, che era avvenuta per scissione da altra società, per l’esercizio 2015 era previsto che il bilancio fosse da presentare nei termini e per il periodo scadente a fine 2016, quindi 15 mesi.
La Corte ha aderito al fatto che il dato fosse da riparametrare alle annualità di competenza, a cui secondo la Corte si deve avere riguardo in ragione della chiara dizione letterale dell’art. 1 L. Fall. che fa riferimento a tre “esercizi” antecedenti l’istanza di fallimento; di conseguenza la posta per il 2016 si riduceva a €. 197.247,76, attestandosi per ciò su valori ostativi (totale ricavi diviso 15 e moltiplicato 12 mesi per il 2016).
Anche da altri documenti prodotti in grado di appello (in quanto la società non era stata presente nella fase pre-fallimentare poiché per una serie di contingenze non si era avuta conoscenza della procedura introdotta), emergevano dati convergenti nell’escludere il superamento delle soglie previste dall’art. 1 L. Fall.; per esemplificare si è dato rilievo alla situazione debitoria nei confronti dell’Agenzia della Riscossione, aggiornata al mese prima, il bilancio contabile alla “voce Fornitori”, il bilancio contabile alla “voce Clienti”, il saldo bancario presso istituto di credito. Non erano poi emersi elementi obiettivi che sconfessassero l’attendibilità dei dati considerato che in sede di udienza il Curatore ha riconosciuto che le istanze di insinuazione al passivo pervenute riproducevano senza sostanziali discostamenti i debiti risultanti dalla situazione contabile rappresentata dalla società.
All’insieme degli elementi, che di per sé giustificherebbero, secondo la Corte, l’accoglimento del reclamo si è poi aggiunta la desistenza dei creditori che avevano presentato istanza di fallimento.
“Sebbene alla stessa non possa conseguire la revoca automatica della sentenza di fallimento, come sostenuto dai Reclamanti, posto che la Suprema Corte ha più volte enunciato il principio di diritto secondo il quale nel giudizio di reclamo avverso la sentenza dichiarativa di fallimento hanno rilievo solamente i fatti esistenti al momento della sua decisione e non quelli sopravvenuti perché la pronuncia di revoca del fallimento, cui il reclamo tende, presuppone l’acquisizione della prova che non sussistevano i presupposti per l’apertura della procedura alla stregua della situazione di fatto esistente al momento in cui essa viene parte; ne discende che la rinunzia all’azione o desistenza del creditore istante, che sia intervenuta dopo la dichiarazione di fallimento, è irrilevante perché al momento della decisione del tribunale sussisteva ancora la sua legittimazione all’azione (cfr.: Cass. 16180/2017; Cass. n. 8980/2016), il fatto che la società abbia dimostrato nel breve arco temporale intercorso tra la sentenza dichiarativa di fallimento e la presente udienza di potere soddisfare l’intero suo debito nei confronti dei lavoratori con i quali è intervenuto l’accordo transattivo, come dagli stessi dichiarato, desistendo (cfr. sub. Doc. 13) induce semmai a dubitare dell’effettività di altro requisito indispensabile per la dichiarazione di fallimento ossia lo stato di insolvenza”.
Il versamento di acconti ai creditori procedenti nella fase immediatamente antecedente la dichiarazione di fallimento indica la capacità di adempiere, anche in assenza di altre azioni di recupero da parte dei creditori, e ha consentito di ritenere che al momento della dichiarazione di fallimento la società versasse piuttosto in uno stato di momentanea illiquidità.
Stante la rinunzia alle spese da parte della reclamante e il fatto che la società non si sia attivata nella fase pre-fallimentare fornendo la prova della propria condizione ed avendo anche non osservato l’obbligo di deposito del bilancio, ha ritenuto di non provvedere alle spese processuali del grado di appello.
Un’ultima annotazione; la Corte nulla ha eccepito o evidenziato al fatto che la reclamante sia stata il socio unico della società in luogo dell’ex amministratore, peraltro coincidente nella stessa persona.

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