Categorie approfondimento: Tributario e fiscale
3 Maggio 2007

La prescrizione dei crediti contributivi

Di cosa si tratta

La prescrizione dei crediti contributivi, dopo alterne vicende di allungamento, che l’avevano portata fino a tredici anni, è stata disciplinata ora con termini unitari dalla legge n. 335/1995. Torniamo sul tema in quanto non hanno finito di esaurirsi le vicende della fase intermedia della modifica normativa e relativamente di recente alcune circolari sono tornate sul punto in considerazione di alcune pronunce della Corte di Cassazione.
Quanto il tema illustrato sia attuale per crediti anche risalenti è confermato dalle vicende che hanno interessato le imprese piccole, di natura personale (società in nome collettivo e società in accomandita semplice), che siano fallite ancora negli anni ottanta. Molte di queste aziende, in mancanza dei presupposti dimensionali, oggi non potrebbero neppure fallire; ebbene è frequente invece che la chiusura di queste procedure sia avvenuta in questi anni e l’INPS, forse unico dei creditori, non rinunzia a pretendere i propri crediti nei confronti delle persone fisiche e, grazie alle procedure informatiche, abbia in evidenza i termini di scadenza della prescrizione.
Se inoltre si considera che l’istituto dell’esdebitazione non viene allo stato applicato dai giudici di merito alle procedure aperte prima del 16 luglio 2006, data di entrata in vigore della riforma, abbiamo con frequenza che quell’imprenditore, talora non grande, si trovi ancora ad essere escusso per crediti maturati oltre venti anni or sono.
La Legge n. 335/1995 prevede all’art. 3, comma 9) che dal 1/1/1996 il termine di prescrizione diventi, senza esclusioni, di cinque anni “salvi i casi di denuncia del lavoratore o dei suoi superstiti“, che portano il termine a dieci anni. Ancora l’art. 3, comma 10), che concerne i crediti relativi ai periodi precedenti, prescrive che i termini del comma 9 si applicano anche alle contribuzioni relative a periodi precedenti la data di entrata in vigore della presente legge, fatta eccezione per i casi di atti interruttivi già compiuti o di procedure iniziate nel rispetto della normativa preesistente, ai quali si applica il termine di 10 anni e sottostanno al regime anteriore. L’eccezione è rappresentata dall’intervento di “atti interruttivi”.
La circolare n. 69 INPS 26/05/2005 è intervenuta per la necessità di fare chiarezza sui più recenti orientamenti giurisprudenziali in materia di prescrizione ai sensi della legge 335/1995.
Prima con le circolari n. 262 del 13 ottobre 1995 e n. 18 del 22 gennaio 1996 l’INPS aveva fornito interpretazioni in materia di prescrizione dei crediti contributivi previdenziali e assistenziali, ma poi era intervenuta la sentenza della Corte di Cassazione n. 2100 del 12 febbraio 2003, che ha costituito una deroga a questi indirizzi in quanto affermava che i crediti contributivi maturati prima del 1 gennaio 1996 non possano mai considerarsi prescrivibili nel più breve termine dei cinque anni, ritenendo che la durata del termine di prescrizione si dovesse determinare in base al periodo di riferimento del credito e quindi al regime all’epoca vigente.
La Suprema Corte con le sentenze 17.12.2003 n. 19334, 7.01.2004 n. 46 e 6.04.2004 n. 6706 ha nuovamente affermato il precedente orientamento. La circolare n. 69 cerca di dare un’interpretazione dei canoni essenziali della prescrizione del diritto dell’ente previdenziale ai contributi dovuti dai lavoratori e dai datori di lavoro, secondo le regole poste dall’art. 3, commi 9 e 10 della legge 335/1995, come interpretate dalla più recente giurisprudenza.
In materia di diversa durata della prescrizione del credito contributivo la legge n. 335 del 1995 distingue tra atti posti in essere ad iniziativa dell’Ente ed atti posti in essere su denuncia del lavoratore, principio che non contrasta con quello generale stabilito dall’art. 55 del R.D.L. 4 ottobre 1935 n. 1827, secondo il quale l’interruzione della prescrizione dei contributi per l’assicurazione obbligatoria si verifica solo per effetto degli atti, indicati dall’art. 2943 cod. civ., posti in essere dall’INPS, titolare del diritto di credito e non quando uno di tali atti sia posto in essere dal lavoratore, come nell’ipotesi di azione giudiziaria proposta da questi nei confronti del datore di lavoro. In base alla disposizione anche la denuncia del lavoratore o dei suoi superstiti è idonea a determinare in dieci anni il termine della prescrizione nei confronti dell’INPS o degli altri Istituti previdenziali a condizione che l’Ente emetta però l’atto interruttivo di propria competenza.
La legge n. 335/95 è entrata in vigore il 17 agosto 1995 ed ha posto la data del 1 gennaio 1996 come decorrenza per la riduzione della prescrizione a cinque anni. Gli atti interruttivi notificati e le procedure intese al recupero, iniziate prima del 17 agosto 1995, hanno efficacia interruttiva della prescrizione diversa (per dieci o cinque anni) a seconda del tipo di contribuzione; tali periodi vanno poi aumentati del periodo di sospensione triennale di cui all’art. 2 della legge n. 638/83. Ne discende che si possono configurare tre situazioni per calcolare il decorso della prescrizione del credito contributivo, a seconda del momento dell’intervento di un atto interruttivo della prescrizione:

  • la prima per il periodo fino al 31.12.1995 trascorso senza compimento di atti interruttivi;
  • la seconda per il periodo dal 17 agosto 1995 e fino al 31.12.1995 trascorso col compimento di atti interruttivi;
  • l’ultima per periodi dal 01.01.1996.

La possibilità di recuperare i contributi relativi ad anni precedenti si tradurrà in atti concreti in modo diverso anche a seconda della data dell’ultimo atto interruttivo dei termini:

  • se l’atto è stato compiuto prima del 17 agosto 1995, possono essere recuperati i contributi IVS risalenti ai tredici anni precedenti, in quanto restano assoggettati alla prescrizione decennale ed alla sospensione triennale prevista dalla legge 11 novembre 1983 n. 638 (in questi termini sentenza Cassazione 7.1.2004 n. 46);
  • se risulta essere stato compiuto tra il 17 agosto 1995 ed il 31 dicembre 1995, il recupero dei contributi potrà retroagire per soli dieci anni. In tal caso per evitare la perdita del diritto per prescrizione, il successivo atto interruttivo deve intervenire entro i dieci anni dal precedente.

Per i contributi che si riferiscono a periodi successivi al 1° gennaio 1996 la denuncia del mancato pagamento dei contributi da parte del lavoratore dipendente o a progetto o del collaboratore coordinato e continuativo comporta che il termine prescrizionale sia decennale, sempre che l’INPS provveda ad emettere il proprio atto con efficacia interruttiva.
I contributi minori (DS, TBC, ENAOLI, SSN, etc .) si prescrivono in cinque anni anche a seguito della legge n. 335/1995, in quanto nulla è cambiato rispetto alle precedenti disposizioni.
Hanno efficacia interruttiva della prescrizione relativamente al residuo debito i pagamenti in acconto di un debito già denunciato come, ad esempio, la contribuzione denunciata in occasione dei condoni.
I criteri di applicazione dell’istituto della prescrizione in materia di contributi dovuti dagli artigiani, dai commercianti e dai lavoratori autonomi iscritti alla Gestione separata (c.d. professionisti non iscritti ad altre casse), nei termini introdotti dalla citata legge n. 335/1995, sono poi stati illustrati dalla circolare n. 104 del 16 maggio 1996. Con la circolare, in riferimento agli artigiani ed ai commercianti, veniva ribadito il principio secondo il quale per la contribuzione dovuta sulla quota di reddito eccedente il minimale imponibile di cui alla legge n. 233/1990, la prescrizione inizia a decorrere dalla data in cui l’Amministrazione finanziaria dello Stato comunica all’Istituto il reddito prodotto dal soggetto tenuto al pagamento della relativa contribuzione previdenziale; ciò in considerazione dell’insussistenza di norme che impongano al contribuente di comunicare all’Istituto il proprio reddito e della disposizione contenuta nell’art. 2935 del cod. civ., in base al quale la prescrizione comincia a decorrere dal giorno in cui il diritto può essere fatto valere; tale orientamento è stato recentemente censurato da numerose sentenze di merito che hanno evidenziato l’insussistenza di un’impossibilità giuridica di riscuotere, potendo l’Istituto chiedere la denuncia dei redditi agli interessati o all’Amministrazione finanziaria.
Per questo orientamento giurisprudenziale l’INPS è giunto alla determinazione di applicare, in riferimento ai contributi dovuti sulla quota di reddito eccedente il minimale imponibile, gli stessi criteri in atto per i contributi dovuti sul predetto minimale; quindi il termine prescrizionale decorre dal giorno in cui i contributi dovevano essere corrisposti secondo la normativa vigente e quindi dal giorno in cui doveva essere versato il saldo risultante dalla dichiarazione dei redditi dell’anno di riferimento. Il nuovo indirizzo è stato applicato alle situazioni non definite alla data di emanazione della circolare n. 69, comprese quelle relative ai lavoratori autonomi di cui all’art. 50 del TUIR. I contributi iscritti a ruolo e prescritti saranno sgravati d’ufficio, mentre i ricorsi amministrativi giacenti riguardanti l’argomento sono stati restituiti alle strutture che, verificata l’assenza di atti interruttivi, adottano provvedimenti di annullamento dell’imposizione.
Non appare superfluo evidenziare che le modalità di riscossione dei contributi introdotte dal decreto legislativo 18 dicembre 1997, n. 462, con la conseguente attribuzione di competenze all’Amministrazione finanziaria dello Stato, sono compatibili con il criterio di computo dei termini prescrizionali descritto. L’attuale ripartizione delle attribuzioni tra l’INPS e l’Agenzia delle Entrate limita l’intervento dell’Istituto in materia alle fattispecie non coinvolte dall’azione di recupero dell’Amministrazione finanziaria.
Ultimo corollario alle affermazioni compiute all’inizio per le situazioni che sono passate da una procedura fallimentare è dato dal fatto che la giurisprudenza ritiene non l’intervento del fallimento ma l’insinuazione al passivo un atto interruttivo della prescrizione, che ricomincia a decorrere dalla chiusura della procedura fallimentare. Questa giurisprudenza riporta ai giorni nostri l’attualità della durata della prescrizione, precedente la legge 335/1995.

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