14 Gennaio 2019

La necessità dell’inventario nell’affitto del ramo d’azienda

Nell’ambito di un contenzioso di natura tributaria la Cassazione, sezione tributaria, 18 ottobre 2018, n. 26193, si è soffermata a considerare l’importanza dell’inventario nell’affitto di un ramo d’azienda.
Il ricorrente nel giudizio di appello avanti la Commissione tributaria regionale aveva lamentato che la Commissione avrebbe errato nel non ravvisare l’esistenza di una deroga all’art. 2561 cod. civ. in tema di usufrutto di azienda (che prevede che debbano essere conservate le normali dotazioni di scorte) alla luce del contegno delle parti e del tenore complessivo del contratto di affitto del ramo di azienda. Per la ricorrente, la Commissione Regionale avrebbe dovuto valorizzare l’art. 7 del contratto, in base al quale l’affittuario era tenuto a riconsegnare al concedente il ramo d’azienda senza alcun diritto a risarcimento per migliorie.
La disposizione contrasterebbe infatti con l’interpretazione dell’art. 2651 c.c. fornita dalla Cassazione secondo cui alla fine del contratto di affitto di ramo di azienda occorre calcolare perdite e addizioni dei beni compresi nel ramo affittato, non essendo previsto lo ius tollendi a favore dell’affittuario per le migliorie apportate al ramo.
La Cassazione non ha ritenuto fondata la doglianza in quanto ha riaffermato il principio secondo il quale “La disciplina dettata dagli artt. 1592 e 1593 cod. civ. in tema di miglioramenti ed addizioni all’immobile apportate dal conduttore, non trova applicazione nell’affitto di azienda, per il quale non è previsto uno ius tollendi in capo all’affittuario al termine del rapporto.
Dal combinato disposto degli artt. 2561 quarto comma e 2562 cod. civ., emerge che la differenza tra le consistenze di inventario all’inizio e al termine dell’affitto è regolata in danaro, sulla base dei valori correnti al termine dell’affitto, sia essa derivata da mutamenti quantitativi o soltanto qualitativi delle componenti aziendali” (Cass. Sez. 1, Sentenza n. 10623 del 9 maggio 2007). In senso conforme si è espressa anche Cass. Sez. 3, Sentenza n. 1388 del 13 aprile 1977, secondo la quale “nel caso di affitto di azienda, la differenza fra le consistenze d’inventario all’inizio ed alla fine del rapporto, che a norma dell’art. 2562 cod. civ. vanno regolate in danaro sulla base dei valori correnti al termine dell’affitto, corrisponde alla differenza esistente fra l’entità ed il modo di essere degli elementi che strutturano l’azienda all’inizio ed alla fine dell’affitto, dovendosi valutare tali elementi non solo nel loro aspetto quantitativo, con riguardo, cioè, alle eventuali perdite o addizioni, ma anche nel loro aspetto qualitativo, con riferimento ai loro deterioramenti o miglioramenti. Ne consegue che la suddetta differenza fra le consistenze d’inventario, sia essa derivata da mutamenti quantitativi o soltanto qualitativi delle componenti aziendali, deve essere regolata unicamente in base alla citata norma, non essendo applicabili né l’art. 1592 cod. civ., né gli artt. 985 e 986 cod. civ.”.
Ne deriva che, per potersi procedere alla verifica della differenza tra consistenze inventariali esistenti all’inizio e al termine del rapporto di affitto, è necessaria l’esistenza in concreto di un inventario iniziale (Cass. Sez. 3, Sentenza n. 993 del 28 gennaio 2002), sul quale il ricorrente nulla aveva dedotto. Quanto rilevato consegue a “L’interpretazione del contratto, consistendo in un’operazione di accertamento della volontà dei contraenti, che si risolve in un’indagine di fatto riservata al giudice di merito, il cui accertamento è censurabile in cassazione soltanto per inadeguatezza della motivazione o per violazione delle regole ermeneutiche; ne consegue che non può trovare ingresso in sede di legittimità la critica della ricostruzione della volontà negoziale operata dal giudice di merito che si traduca esclusivamente nella prospettazione di una diversa valutazione degli stessi elementi di fatto già dallo stesso esaminati” (Cass. Sez. 3, Sentenza n.7500 del 27 marzo 2007).
In materia di interpretazione del contratto, la denuncia della violazione delle regole di ermeneutica esige una specifica indicazione dei canoni in concreto inosservati e del modo attraverso il quale si è realizzata la violazione, mentre la denunzia del vizio di motivazione implica la puntualizzazione dell’obiettiva deficienza e contraddittorietà del ragionamento svolto dal giudice del merito; nessuna delle due censure può risolversi in una critica del risultato interpretativo raggiunto dal giudice, che si sostanzi nella mera contrapposizione di una differente interpretazione. D’altronde, per sottrarsi al sindacato di legittimità, sotto entrambi i cennati profili, quella data dal giudice al contratto non deve essere l’unica interpretazione possibile, o la migliore in astratto, ma una delle possibili, e plausibili, interpretazioni; sicché, quando di una clausola contrattuale sono possibili due o più interpretazioni (plausibili), non è consentito, alla parte che aveva proposto l’interpretazione poi disattesa dal giudice di merito, dolersi in sede di legittimità del fatto che sia stata privilegiata l’altra” (Cass. Sez. 1, Sentenza n. 26690 del 13 dicembre 2006; Cass. Sez. 2, Sentenza n. 3644 del 16 febbraio 2007).
La censura è nel suo complesso da respingere, sia sotto il profilo della carenza di specificità, non avendo la ricorrente allegato l’esistenza dell’inventario iniziale presupposto dall’art. 2561 cod. civ., sia in quanto la Commissione Tributaria Regionale ha proposto una delle possibili interpretazioni del contratto e delle sue clausole, rimanendo all’interno dei limiti riservati al giudice di merito e fornendo, a sostegno, motivazione sufficiente e logica.

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