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2 Aprile 2021

La misura del compenso per astenersi dalla concorrenza

La conclusione di un patto di non concorrenza successivo alla cessazione di un rapporto di lavoro deve rispettare quanto è stabilito dall’art. 2125 cod. civ., che prevede che sia scritto, che sia pattuito un compenso al lavoratore, che la misura sia prestabilita con riguardo all’oggetto, tempo e luogo; inoltre la durata non può superare i cinque anni per i dirigenti e tre anni in tutti gli altri casi.
La Corte di Appello di Milano, con sentenza del 14 settembre 2017, in riforma della pronuncia di primo grado, ha dichiarato la nullità del patto di non concorrenza stipulato tra un istituto di credito e un dipendente, in data 28 febbraio 2012, con condanna della società alla restituzione della somma versata in esecuzione della sentenza di prime cure.
La Corte ha ritenuto la nullità del patto in quanto perché manca la determinazione o la determinabilità del corrispettivo riconosciuto a favore del lavoratore a fronte delle limitazioni professionali imposte dal datore di lavoro e per conseguente impossibilità, per il lavoratore e poi per il giudice, di verificare la sua congruità in relazione al sacrificio professionale richiesto; dalla lettura delle clausole è evidente che non era stata prevista una durata minima del patto o la corresponsione a favore del lavoratore di un importo minimo garantito e predeterminato a priori nel caso di risoluzione del rapporto di lavoro.
Il patto così strutturato determina che, in caso di cessazione anticipata del rapporto di lavoro, al dipendente non spetti l’intero compenso, ma solo quanto maturato in ragione d’anno o frazione; l’ammontare del compenso non è, quindi, fisso e neppure determinabile in base a parametri oggettivi, ma dipende da una variabile legata alla durata del rapporto; tutto ciò determina uno squilibrio tra le parti ed un assetto contrattuale sbilanciato a favore del datore di lavoro e quindi, la valutazione congiunta delle previsioni contrattuali rende del tutto incongruo il corrispettivo stabilito e determina la nullità del patto in esame”.
Dal punto di vista strutturale, il patto di non concorrenza costituisce una fattispecie negoziale autonoma, dotata di una causa distinta, configurando un contratto a titolo oneroso ed a prestazioni corrispettive, in virtù del quale il datore di lavoro si obbliga a corrispondere una somma di danaro o altra utilità al lavoratore e questi si obbliga, per il tempo successivo alla cessazione del rapporto, a non svolgere attività concorrenziale con quella del datore di lavoro.
Dal punto di vista degli interessi meritevoli di tutela regolati dal patto, la Corte ha affermato che le clausole di non concorrenza sono finalizzate a salvaguardare l’imprenditore da qualsiasi “esportazione presso imprese concorrenti” del patrimonio immateriale dell’azienda, e a tutelare il lavoratore subordinato, affinché le clausole non comprimano eccessivamente le possibilità di poter indirizzare la propria attività lavorativa verso altre occupazioni, ritenute più convenienti (ordinanza Cass. 26 maggio 2020).
Se la regola è che, alla cessazione del rapporto, il lavoratore recuperi la piena libertà di collocare le proprie prestazioni in ogni settore del mercato e della produzione, affinché la libertà non possa essere limitata in modo tale da compromettere l’esplicazione della professionalità del lavoratore, pregiudicandone ogni potenzialità reddituale, il legislatore ha dettato, nell’ambito della generale disciplina ex art. 2596 c.c. in tema di limitazioni alla concorrenza, una regolamentazione che porta a differenziare integralmente il lavoratore subordinato da tutti gli altri soggetti pur destinatari del divieto di concorrenza.
Per questo l’art. 2125, co. 1, c.c., ha subordinato la validità del patto di non concorrenza a specifiche condizioni di forma, di corrispettivo, di limiti di oggetto, di tempo e di luogo, presidiando la violazione con la sanzione della nullità del patto. Nella sentenza impugnata non vengono in rilievo, rispetto al patto di non concorrenza, questioni di questo tipo ma di corrispettivo in favore del lavoratore e di sua determinabilità. La Corte ha ripetutamente affermato che il patto di non concorrenza, anche se è stipulato contestualmente al contratto di lavoro subordinato, rimane autonomo da questo, sotto il profilo causale, per cui il corrispettivo, essendo diverso e distinto dalla retribuzione, deve possedere soltanto i requisiti previsti in generale per l’oggetto della prestazione dall’art. 1346 c.c. e, quindi, deve essere “determinato o determinabile”.
A fronte di una tradizionale impostazione secondo cui, in tema di rapporti di scambio, lo squilibrio economico originario delle prestazioni non può comportare la nullità del contratto perché nel nostro ordinamento prevale il principio dell’autonomia negoziale e detta patologia radicale è correlata ad un difetto della struttura della fattispecie rispetto al paradigma legale appare precorrere successivi orintamenti giurisprudenziali che hanno comunque riconosciuto rilevanza alla sproporzione economica del regolamento negoziale.
Ferma restando, avuto riguardo all’art. 2125 c.c., la necessità di una rigorosa valutazione in ordine alla sussistenza di un corrispettivo in favore del prestatore che sia “manifestamente iniquo o sproporzionato”, agganciata al sacrificio richiesto al lavoratore ed a ogni circostanza del caso concreto, tanto più che, in tale ipotesi, la nullità demolisce l’intero accordo negoziale e non solo una singola clausola, allorquando si ha, invece, una valenza conformativa di un diverso assetto contrattuale che però continua a produrre effetti inconferenti rispetto alla questione della determinabilità del corrispettivo, attenendo piuttosto alla sua congruità; dipende da una variabile legata alla durata del rapporto”, è palese perché dire che un corrispettivo è variabile in relazione alla durata del rapporto di lavoro, non significa che esso non sia determinabile in base a parametri oggettivi, atteso che si ha determinabilità quando sono indicati, anche per relationem, i criteri in base ai quali si fissa la prestazione, così sottratta al mero arbitrio.
La sentenza impugnata sembra non tenere distinte cause di nullità del patto di non concorrenza che operano giuridicamente su piani diversi: un vizio sotto l’aspetto della determinatezza o determinabilità dell’oggetto e l’altro sotto il profilo dell’ammontare del corrispettivo simbolico o manifestamente iniquo o sproporzionato; realizzando così una sovrapposizione indebita che genera incertezza sull’iter logico seguito per la formazione del convincimento del giudicante, precludendo un effettivo controllo sull’esattezza e sulla logicità del suo ragionamento.

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