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15 Gennaio 2019

Criptovalute: la determinazione del valore effettivo

La possibilità di utilizzare le criptovalute come oggetto di conferimento ad una società in sede di operazioni sul capitale è tema che abbiamo trattato nel sito “Criptovalute: requisiti di concretezza e legittimità” ed è stato oggetto di altro contributo chiarificatore in “Il trattamento fiscale dei bitcoin”.
In materia il primo provvedimento giudiziale adottato è stato il decreto di rigetto alla richiesta di iscrizione nel Registro delle Imprese di una delibera di una società a responsabilità limitata che avrebbe voluto conferire in sede di aumento del capitale sociale delle criptovalute. La Sezione Specializzata del Tribunale di Brescia ha afferamato che “Le motivazioni…. non risultano convincenti” (Decreto di rigetto cron. N. 7556 del 18 luglio 2018).
Per il notaio presso il quale si è fatto l’atto la “volatilità” delle criptovalute non consentirebbe una valutazione concreta del quantum destinato alla liberazione dell’aumento di capitale sottoscritto, né di valutare l’”effettività” del conferimento.
Per la società richiedente una perizia avrebbe confermato il valore dei titoli e il trasferimento della disponibilità sarebbe poi avvenuto dopo l’iscrizione della delibera di aumento del capitale con la consegna alla società delle credenziali di accesso. La liceità deriverebbe dall’ammissibilità di fare oggetto di aumento di capitale i beni immateriali.
La pronunzia di Brescia è stata prudente e non ha compiuto generalizzazioni; infatti espressamente limitava il suo operato al caso sottoposto; forse è stata anche diffidente nel senso che ha sospettato una “probabile prossimità con gli stessi soggetti ideatori” per l’analogia della denominazione del sito.
Senza entrare nel merito della perizia, il Tribunale si è ritenuto competente a sindacare “la completezza, logicità, coerenza e ragionevolezza delle conclusioni dell’esperto”.
Ha riscontrata incompletezza e difetto di affidabilità dei dati in quanto era emerso che “non è ad oggi presente in alcuna piattaforma di scambio tra criptovalute o tra queste e denaro; quindi non sarebbe possibile fare affidamento su prezzi che siano attendibili non derivando da “dinamiche di mercato”.
La reiezione è stata dichiarata in quanto si trattava di una piattaforma dedicata a beni e servizi riconducibile agli stessi ideatori; il fatto induceva a ritenere il carattere autoreferenziale dell’elemento attivo conferito per la sua valutazione.
Ammissibile in termini astratti, in concreto il Tribunale ritiene che le caratteristiche di ogni singola criptovaluta vadano valutate “ab origine come un valore economico attendibile al bene in esame”. Si deve potere valutare il bene che per essere adatto al conferimento deve potere essere una garanzia per i creditori della società, a prescindere dalle oscillazioni di valore. Ne è un corollario l’esistenza di una mercato del bene dove si possa compiere una valutazione e stimare anche in considerazione della velocità di conversione in denaro contante.
Il bene deve essere anche suscettibile di aggressione da parte dei creditori e deve essere idoneo a formare oggetto di esecuzione forzata. Nella perizia non era stata data valenza a questo elemento la cui impossibilità di esercizio impedisce l’espropriazione.
Per il tribunale si sarebbe ancora allo stadio “embrionale” del progetto e la moneta non presenterebbe i requisiti minimi per potere essere assimilata ad un bene in concreto suscettibile di valutazione economica.
Avverso il provvedimento del Tribunale è stato promosso reclamo in appello e la Corte d’Appello bresciana ha confermato la pronunzia (Corte Brescia, decreto 30 ottobre 2018, n. 207).
Per la Corte centrale è l’affermazione che “non è possibile attribuire alla criptovaluta una determinazione in valore (e cioè in euro) effettiva e certa”. A causa della volatilità non è possibile raggiungere l’obiettivo di dare una valutazione concreta di quanto sia destinato a compiere l’aumento del capitale sociale avvalendosi di questo strumento. La criptovaluta non sarebbe idonea a soddisfare i requisiti di cui all’art. 2464, co. 2° c.c., che prevede la facoltà di conferimento di “tutti gli elementi dell’attivo suscettibili di valutazione economica”. La Corte quindi tende ad accertare la “premessa giuridica” posta a base di tale conclusione, costituita dall’affermata idoneità, in astratto, della criptovaluta a costituire elemento dell’attivo idoneo al conferimento nel capitale di una Srl”.
La norma richiamata consente di effettuare l’operazione in denaro in via ordinaria, non escludendo altri beni, crediti od altri elementi suscettibili di valutazione economica in base a perizia.
Si afferma che la criptovaluta va assimilata al denaro anche se presenta caratteristiche proprie di altri beni mobili; servendo per fare acquisti in un mercato limitato, in tale mercato è oggetto di scambio. Se quindi è come una moneta, ha però il limite di avere valere solamente per beni e servizi di quel mercato.
Di conseguenza non può determinarsi il valore nel rispetto degli artt. 2264 e 2265 c.c., che è procedura riservata a beni, servizi ed altre utilità, diversi dal denaro “non essendo possibile attribuire valore di scambio ad un’entità stessa costituente elemento di scambio nella negoziazione”.

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