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8 Aprile 2021

La determinazione del Cda sul valore delle azioni in caso di recesso

A prescindere dai modi nei quali procedere a determinare il valore delle azioni è il Consiglio di Amministrazione che deve provvedere a stabilire il valore (art. 2437, ter co. 2° cod. civ.) Il tema è stato dibattuto da anni fino a quando è intervenuta la pronunzia della Corte di Appello di Milano, che con la sentenza del 20 agosto 2013 n. 3256 ha chiarito quale sia la sanzione nel caso di mancato deposito della stima relativa al valore delle azioni di una società per azioni nel caso in cui i soci sono chiamati ad approvare una delibera che legittimi il recesso del socio.
I Giudici hanno enunciato il principio secondo cui la mancata comunicazione del valore delle quote, prima dell’assemblea che legittimi il recesso, rappresenta un motivo di annullabilità della delibera assembleare in quanto il socio di minoranza che intende contestare il valore delle azioni come determinato dal Consiglio, deve farlo contestualmente al recesso, ed è evidente che il necessario antecedente logico è la conoscenza, da parte del socio, del valore delle azioni per le quali potrebbe esercitare il recesso (conforme: Corte di Appello di Milano del 13 febbraio 2013).
La norma prevede per le società per azioni, che il Socio ha diritto alla liquidazione delle azioni per le quali esercita il recesso ed al comma secondo pone a capo degli amministratori l’obbligo di determinare il valore di liquidazione delle azioni; i soci hanno diritto di conoscere tale valore nei 15 giorni precedenti a quelli fissati per l’assemblea.
Questo è indispensabile perché chi si accinga a vendere abbia la necessaria informazione e sia preparato in modo adeguato da poter consapevolmente orientare le scelte in ordine al recesso ovvero in ordine alla permanenza nella società.
Per avere soddisfatta questa esigenza di informazione è stato espressamente prescritto e riconosciuto il diritto del socio di conoscere il valore di liquidazione delle azioni nei 15 giorni antecedenti la data fissata per l’assemblea, diritto potenziato dall’attribuzione della facoltà di prendere visione e di estrarre copia del documento contenente la valutazione dell’organo amministrativo.
La giurisprudenza di merito già in passato aveva affermato che: “Costituisce un vizio del procedimento, che determina l’annullabilità della delibera, la mancata determinazione del valore di liquidazione delle azioni nei quindici giorni che precedono l’assemblea chiamata a decidere in ordine a materie che legittimano l’esercizio del diritto di recesso.” (Tribunale di Monza 17 luglio 2012).
Per la dottrina il mancato o tardivo deposito integra un vizio procedurale incidente sulla validità della delibera assunta in violazione del disposto normativo tale da far ritenere “sanzione” adeguata l’annullabilità della delibera.
Si è anche aggiunto il corollario che il notaio, che rilevasse autonomamente la mancanza della stima, dovrebbe ammonire il presidente del vizio che si annida nella deliberazione, senza bloccare l’iscrizione di quanto deciso dai soci riuniti
Il rispetto della norma giova anche ai soci “rimanenti” che hanno l’opportunità di ponderare, con congruo anticipo, la convenienza dell’esercizio del diritto di opzione ex l’art. 2437 quater cod. civ.; si introduce, infatti, un procedimento per la liquidazione degli importi dovuti ai recedenti articolato in tappe successive al fine di salvaguardare l’integrità del capitale sociale e gli interessi dei creditori, che prevede, quale prima modalità di rimborso, l’offerta in opzione delle azioni del recedente agli altri soci.
Altra dottrina affermava che la mancata determinazione del valore delle azioni nei casi di cui all’art. 2437 ter cod. civ. non comporterebbe l’annullabilità della delibera, ma potrebbe fondare un’azione di responsabilità contro gli amministratori ex art. 2395 cod. civ. e anche il Notariato Milanese aveva ritenuto che “le modifiche apportate dal legislatore sembrano fondare una più radicale interpretazione della norma in base alla quale eventuali violazioni del diritto del socio a conoscere preventivamente il valore attribuito alle azioni non incidono sulla validità della delibera, ma incidono solo sulla successiva previsione di un termine di decadenza alla facoltà del socio di contestare la valutazione. In assenza cioè di una predeterminazione di valore da parte degli amministratori, il socio recedente potrà contestare nel merito la tardiva determinazione di valore senza dovere rispettare il termine di decadenza sopra citato”. La ragione della norma si realizzerebbe meglio con l’inapplicabilità del termine di decadenza e con la revocabilità della dichiarazione di recesso, piuttosto che con una ricostruzione della violazione del quinto comma dell’art. 2437 ter cod. civ. come violazione del procedimento di formazione della deliberazione, contro la quale l’unico rimedio sarebbe l’impugnazione della deliberazione da parte del socio che intende recedere.
La pronuncia in epigrafe rappresenta, quindi, un corollario fermo nella giurisprudenza di merito e pone fine al lungo dibattito dottrinario susseguitosi negli anni: gli amministratori hanno l’obbligo di depositare presso al sede sociale la stima del valore delle azioni ai sensi dell’art. 2437 ter cod. civ. e l’eventuale omissione dell’obbligo rappresenta, dunque, una violazione tale da legittimare l’annullabilità della delibera assembleare ex art. 2377 cod. civ..
E’ evidente, dunque, che gli operatori del settore, da ora in poi, non potranno prescindere dal considerare questa pronuncia tanto rilevante, attese soprattutto le gravi conseguenze derivanti da un’eventuale illegittimità del procedimento di cui all’articolo in commento.

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