Categorie approfondimento: Credito e banche
25 Marzo 2004

La commissione di massimo scoperto nella prassi bancaria

Di cosa si tratta

La commissione di massimo scoperto (nel gergo contrattuale più comunemente denominata “c.m.s.”) è la controprestazione richiesta dalla banca per l’obbligo da questa assunto, nel quadro del contratto di apertura di credito in conto corrente, di tenere a disposizione dell’accreditato una certa somma per un determinato tempo, indipendentemente dalla sua utilizzazione.
Essa rappresenta una voce di costo del contratto di conto corrente che, unitamente al separato calcolo degli interessi a carico del correntista, è una delle componenti (a cui vanno aggiunte le spese postali, le spese di estratto conto ed ogni altro onere connesso all’amministrazione del conto, contrattualmente previsti) del compenso globale dovuto dal cliente, oggetto di liquidazione al termine di ogni dato periodo. Conviene peraltro specificare che essa, a differenza dell’anatocismo, non può essere considerata una componente del tasso di interesse o una sua modalità di calcolo, tanto è vero che la stessa Banca d’Italia ha chiarito che la c.m.s. non rientra nel calcolo del TEG (tasso d’interesse globale) e va rilevata separatamente ed espressa in termini percentuali.
La misura minima d’uso della commissione è lo 0,125% per periodo, calcolata sulla punta massima dello scoperto (entro il limite di fido consentito) nel periodo. Di norma tale modalità di calcolo prescinde dalla effettiva durata della scopertura, ma si ravvisano anche casi nei quali quest’ultima debba avere una determinata durata continuativa (di solito, di almeno dieci giorni consecutivi). Si deve aggiungere peraltro che nel caso in cui la provvista utilizzata superi il limite del fido è di solito prevista una maggiorazione di un ulteriore percentuale sull’eccedenza a debito rispetto al limite del fido.
Sulla c.m.s. si rinvengono alcune pronunce – invero non molte – della giurisprudenza di merito, che ne hanno revocato in dubbio la legittimità sotto molteplici profili: è stato innanzitutto stabilito che non è dovuta se non è prevista dal contratto, risultando in tal senso inutile il mero richiamo in esso contenuto alle norme bancarie uniformi e alle istruzioni della Banca d’Italia, entrambe inidonee a legittimare la pretesa di tale commissione in assenza di un’apposita clausola contrattuale che la contempli espressamente; non è inoltre dovuta qualora la banca non provi che i criteri utilizzati per il suo calcolo corrispondono agli “usi di piazza”, cui dovesse rinviare la relativa clausola contrattuale; essa infine non è dovuta nel caso in cui, nel contesto di un contratto di conto corrente, venga chiuso il rapporto di apertura di credito (c.d. commissione sul conto “chiuso”), perché in questo caso, avendo assolto definitivamente al suo compito di tenere a disposizione del cliente una determinata somma, essa risulta integralmente priva di causa.
E’ da rilevare infine che certa parte della dottrina ritiene l’illegittimità non solo della commissione sul conto “chiuso”, ma anche di quella su conto “aperto”, poiché essa, come si è visto, non viene calcolata sulla somma rimasta disponibile (cioè quella non utilizzata in un dato periodo dal cliente), bensì sulla somma massima utilizzata nel periodo e per tutti i giorni di esso e anche perché questo meccanismo di calcolo non viene illustrato nelle clausole bancarie standard.

In sintesi

La commissione, correttamente intesa all’interno di un rapporto di apertura di credito, non può essere considerata in sé illegittima, in quanto ha un suo preciso fondamento giuridico.
Il contratto di apertura di credito in conto corrente garantisce infatti al cliente una duplice utilità: da un lato, l’erogazione effettiva del denaro, la cui controprestazione è data dal pagamento degli interessi passivi da parte dell’accreditato; dall’altro il fatto di avere sempre ad immediata disposizione una determinata quantità di denaro, che la banca deve erogare a semplice richiesta da parte del cliente e che comporta sicuri oneri per la banca dovendo questa accantonare una certa giacenza liquida con corrispondente incremento del costo di gestione della propria tesoreria, ed è perciò meritevole di una remunerazione.
Ciò che invero lascia perplessi è che le banche, al chiaro scopo di incentivare i clienti ad aprire rapporti di affidamento, nulla richiedono con riguardo all’ammontare della somma accordata, come sarebbe più proprio avuto presente il fondamento giuridico della commissione, e invece pretendono la commissione commisurata al massimo saldo “dare” del cliente.
E’ per questo motivo che appare auspicabile che anche le banche italiane, come quelle di altri Paesi europei, si convincano ad adottare la commissione di affidamento in luogo di quella di massimo scoperto, se non altro per evitare un contenzioso costoso e tutto sommato inutile.

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