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2 Ottobre 2018

La cessione di azienda e la risoluzione del contratto per grave inadempimento

Una sentenza del Tribunale di Roma (sentenza n. 19219 in data 12 ottobre 2017) espone con chiarezza i temi che si pongono quando, effettuata la cessione di una azienda, il cessionario non paghi le rate del prezzo pattuite per le quali erano state consegnate cambiali.
Il Giudicante muove dall’affermare che è un suo potere–dovere il procedere alla interpretazione e qualificazione giuridica delle domande di parte ed alla individuazione delle norme in concreto applicabili; l’operazione ermeneutica e di qualificazione giuridica va condotta tenendo conto delle prospettazioni in fatto e ragioni allegate (causa petendi), nonché del “bene della vita” avuto di mira (petitum), senza che assumano valore decisivo e vincolante i richiami normativi anche impropri operati dalla parte.
La precisazione si impone ove si consideri che l’attore aveva svolto considerazioni di ordine generale in merito all’istituto di cui all’art. 1456 c.c. (clausola risolutiva espressa), senza indicare dove fosse prevista nell’atto di cessione. Era stata invece invocata una diffida ad adempiere asseritamente formalizzata, ai sensi e per gli effetti di cui all’art. 1454 c.c., con missiva del difensore.
Nelle conclusioni, l’istante ha chiesto l’accertamento e la declaratoria della intervenuta risoluzione di diritto del contratto ai sensi dell’art. 1456, II co., c.c., quando invece si trattava di grave inadempimento addebitabile alla cessionaria.
Anche in assenza di una clausola risolutiva espressa contemplante in favore della cedente il diritto potestativo di “provocare” la risoluzione di diritto del contratto nel caso di mancato versamento di più ratei del prezzo, ed anche se la missiva non valga ad integrare diffida ad adempiere idonea agli effetti dell’art. 1454 c.c. il giudicate ha ritenuto di potere pervenire alla emissione della pronuncia costitutiva di risoluzione del contratto ai sensi e per gli effetti di cui agli artt. 1453 e 1455 c.c. ed in ragione del grave inadempimento addebitabile alla cessionaria.
A sostegno si è richiamato quanto asserito dalla Suprema Corte che ha avuto modo di evidenziare che nella proposizione di una domanda di risoluzione di diritto può ritenersi implicita, in quanto di contenuto minore, anche la domanda di risoluzione giudiziale di cui all’art. 1453 c.c., sempre che risultino allegate le circostante fondanti la pronuncia (Cass. Civ., Sez. II, 29 agosto 2011, n. 17703).
Infatti il creditore che agisca per la risoluzione contrattuale deve provare soltanto la fonte negoziale del suo diritto e, se previsto, il relativo termine di scadenza; non ha, l’onere di provare l’altrui inadempimento, che deve essere allegato. Invero, dall’art. 2697 c.c., che richiede all’attore la prova del diritto fatto valere ed al convenuto la prova della modificazione o dell’estinzione dello stesso, si desume il principio della presunzione di persistenza del diritto: in forza del principio, applicabile all’ipotesi della domanda di risoluzione, ove il creditore dia la prova della fonte negoziale o legale della pretesa, la persistenza del credito si presume ed è sul debitore che grava l’onere di provare di aver provveduto all’estinzione ovvero di dimostrare gli altri atti o fatti rilevanti come eventi modificativi o estintivi del credito di parte avversa (Cass. Civ. Sezioni Unite, 30 ottobre 2001, n. 13533).
Nella fattispecie concreta si è ritenuto che fosse assolto l’onere di allegazione e prova gravante sull’attore ai fini della pronuncia della risoluzione in quanto l’attrice aveva prodotto la scrittura privata nella quale risulta trasfuso il contratto concluso di cessione d’azienda con riserva di proprietà.
In contratto all’art. 4 risultava previsto: “Il prezzo della presente cessione resta tra le parti convenuto ed accettato in complessivi euro 80.mila […] e viene regolato come segue: quanto ad euro 10.mila sono stati già versati dalla cessionaria alla cedente, che con la firma della presente scrittura ne dà attestazione e quietanza […]; quanto ad euro 70.mila verranno versati dalla cessionaria alla parte cedente mediante rate… non produttive di interessi”. L’attrice ha provato il titolo contrattuale a fondamento dell’obbligo di pagamento e ha allegato che il debitore ha adempiuto solo in minima parte alla prestazione dovuta, avendo onorato alcune cambiali.
Era onore della cessionaria fornire prova dell’adempimento o allegare e dimostrare atti e fatti estintivi o modificativi della pretesa. Al contrario dal disposto dell’art. 1525 c.c. l’inadempimento addebitabile alla convenuta non è di scarsa importanza ed è atto a fondare la pronuncia della risoluzione ex artt. 1453 e 1455 c.c., essendosi sostanziato nel mancato versamento di gran parte del corrispettivo; la risoluzione del contratto di cessione d’azienda, per grave inadempimento della cessionaria, è stato quindi statuito.
Per le domande attoree volte ad ottenere la restituzione dei beni e il pagamento degli effetti cambiari non onorati dalla cessionaria, il giudice ricorda che la risoluzione del contratto opera con efficacia retroattiva, ai sensi e per gli effetti di cui all’art. 1458 c.c., e determina il venir meno della causa giustificativa degli “spostamenti patrimoniali” realizzati in esecuzione del contratto e ciascuna delle parti ha il diritto di conseguire, ex art. 2033 c.c., la restituzione di quanto già prestato o corrisposto in forza dell’accordo.
Nei contratti a prestazioni corrispettive e ad esecuzione istantanea, la risoluzione produce due effetti: quello liberatorio, relativo alle prestazioni non ancora eseguite, che opera ex nunc, e quello restitutorio, relativo alle prestazioni già eseguite, che opera ex tunc e, cioè, di norma retroagisce al momento in cui è sorta l’obbligazione, così da importare l’eliminazione delle conseguenze derivanti dall’esecuzione totale o parziale del contratto. In conseguenza della risoluzione del contratto le cose ricevute in esecuzione debbono essere restituite con tutti gli accessori che la cosa stessa avesse medio tempore prodotto, e sulle somme versate ad una delle parti, vanno corrisposti gli interessi legali da quando le stesse somme vennero ricevute.
È infondata la domanda dell’attrice volta ad ottenere, con la pronuncia della risoluzione del contratto di cessione d’azienda, anche la condanna della convenuta al pagamento dei ratei del prezzo dell’azienda in considerazione del fatto che lo scioglimento del vincolo contrattuale implica la liberazione di entrambe le parti, e anche del contraente cui sia imputabile l’inadempimento, dall’obbligo di eseguire le prestazioni dovute in forza del contratto.
È stata rigettata la domanda volta ad ottenere la condanna al risarcimento dei danni, conclusione che deriva dalla considerazione che, nel termine per le allegazioni assertive, l’attrice non ha neppure specificamente indicato i danni sofferti per l’inadempimento e non ha offerto elementi per apprezzare, nell’an e nel quantum, i pregiudizi. Il giudice non può fare ricorso alla liquidazione equitativa prevista dall’art. 1226 c.c.; la valutazione equitativa del danno presuppone che, non essendo suscettibile di prova nel suo preciso ammontare, sia certo nella sua esistenza e, ove la certezza non sussista, il potere discrezionale di merito non può essere utilizzato; il ricorso al criterio della determinazione equitativa di cui all’art. 1226 c.c. è consentito soltanto in presenza di una impossibilità o motivata difficoltà di provare il quantum del danno nel suo esatto ammontare, e non certo per porre rimedio al mancato assolvimento dell’onere della prova.

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