Categorie approfondimento: Lavoro
15 Marzo 2016

Jobs act: il mutamento di mansioni e i dirigenti

Di cosa si tratta

Con il Decreto Legislativo 15 giugno 2015, n. 81, intitolato “Disciplina organica dei contratti di lavoro e revisione della normativa in tema di mansioni, a norma dell’articolo 1, comma 7, della legge 10 dicembre 2014, n. 183” il legislatore è intervenuto in maniera molto significativa e importante sulla disciplina dettata dall’art. 2013 cod. civ. in tema di mansioni.
Per alcuni commentatori la riformulazione della disciplina delle mansioni rappresenterebbe addirittura il tratto qualificante del c.d. Jobs Act, più ancora della modifica in tema di licenziamenti ex art. 18 dello Statuto dei lavoratori e dei contratti a tutele crescenti, su cui si è maggiormente concentrato il dibattito parlamentare e pubblico.
Solo considerando il primo comma del nuovo art. 2103 cod. civ., i mutamenti del regime delle mansioni sono evidenti e sostanziali: il nuovo testo prevede infatti che “il lavoratore deve essere adibito alle mansioni per le quali è stato assunto o a quelle corrispondenti all’inquadramento superiore che abbia successivamente acquisito ovvero a mansioni riconducibili allo stesso livello e categoria legale di inquadramento delle ultime effettivamente svolte”.
È stato quindi eliminato il noto riferimento alle “mansioni equivalenti”, sul quale si era sviluppato un importante lavoro giurisprudenziale, ed è stato introdotto un concetto di equivalenza formale, cioè di mera riconducibilità delle nuove mansioni alla stessa categoria e allo stesso livello di inquadramento delle precedenti.
La questione si pone in termini critici perché, in sostanza, il rinvio ai livelli di inquadramento previsti dalla contrattazione collettiva attuale amplia notevolmente il concetto di mansioni corrispondenti a quelle precedentemente svolte. È noto, infatti, che i contratti collettivi prevedono all’interno della singola categoria e dei singoli livelli di inquadramento figure lavorative (e relative mansioni) assai diverse e variegate, per cui, di fatto, nello stesso livello possono essere ricomprese mansioni che un tempo non sarebbero state considerate “equivalenti” dalla giurisprudenza, ma che invece oggi sono considerate corrispondenti a quelle precedenti.
Pertanto oggi, nella misura in cui le nuove e diverse mansioni risultino incluse nel medesimo livello di inquadramento previsto dal contratto collettivo, sarà legittimo il loro mutamento da parte del datore di lavoro.
La questione si pone in termini ancor più critici per quanto concerne i dirigenti, categoria legale che non prevede al proprio interno alcuna suddivisione in livelli, essendo essi oggetto di inquadramento unico. Nell’ambito della categoria, tuttavia, coesistono figure di dirigenti molto differenti, con livelli professionali significativamente differenti. Come si è da più parti evidenziato, il dirigente che svolge il ruolo di direttore generale non è una figura equiparabile al dirigente direttore commerciale. Tuttavia, oggi, il “declassamento” da direttore generale a direttore commerciale, avvenendo all’interno della medesima categoria legale di riferimento, risulterebbe legittimo.
È di tutta evidenza l’ampiamento dei poteri datoriali e di come essi possano prestarsi a un utilizzo strumentale, anche diverso da quello voluto dalla norma nella sua nuova formulazione.
È vero che taluni contratti collettivi prevedono rimedi diversi e specifici per i dirigenti, senza necessità di invocare il demansionamento (si pensi al CCNL Dirigenti Industria e alla facoltà di recesso da parte del dirigente); tuttavia tali rimedi non conducono agli stessi risultati sul piano della conservazione della propria posizione, bensì a rimedi aventi natura latu sensu risarcitoria e comunque all’interruzione del rapporto di lavoro.
Se si escludono interventi legislativi correttivi, i rimedi alla delicata situazione determinata dalla riformulazione dell’art. 2103 cod. civ. potranno essere introdotti in sede di negoziazione di nuovi contratti collettivi, attraverso una ridefinizione dei livelli di inquadramento più consona alla disciplina attuale, oppure, come spesso accade, dall’interpretazione che verrà data in sede giurisprudenziale. Anche se il tenore della norma, al momento, esclude che possano essere giudicati illegittimi dei mutamenti di mansioni che rispettino il requisito formale dell’inquadramento rispetto alle ultime mansioni effettivamente svolte.

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