Categorie approfondimento: Lavoro
29 Luglio 2015

Jobs act: la conversione delle collaborazioni in rapporti di lavoro subordinato

Di cosa si tratta

Con il Decreto Legislativo 15 giugno 2015, n. 81, intitolato “Disciplina organica dei contratti di lavoro e revisione della normativa in tema di mansioni, a norma dell’articolo 1, comma 7, della legge 10 dicembre 2014, n. 183” il Governo ha dato attuazione al “Jobs Act”, legge delega che ha tracciato le linee di riforma dei rapporti di lavoro.
Riprendendo principi già tracciati in precedenti testi di riforma, l’art. 1 del D.Lgs. 81/2015 stabilisce in maniera chiara che “il contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato costituisce la forma comune di rapporto di lavoro”.
Sulla scorta di tale principio di base, l’art. 2 del decreto prevede, con decorrenza dal 1° gennaio 2016, un meccanismo di conversione delle “collaborazioni organizzate dal committente” in rapporti di lavoro subordinato.
Il comma 1 della norma in esame prevede infatti che “A far data dal 1° gennaio 2016, si applica la disciplina del rapporto di lavoro subordinato anche ai rapporti di collaborazione che si concretano in prestazioni di lavoro esclusivamente personali, continuative e le cui modalità di esecuzione sono organizzate dal committente anche con riferimento ai tempi e al luogo di lavoro”.
Invero, si tratta di estensione della applicazione della disciplina del rapporto subordinato, il che di fatto rappresenta una “conversione” sostanziale del rapporto, mentre non è chiarito cosa avvenga sul piano formale amministrativo. Di certo è, comunque, che l’estensione della disciplina del rapporto subordinato e delle sue tutele costituisca un effetto importante sui rapporti di collaborazione in corso.
La conversione non si applicherà tuttavia:

  1. alle collaborazioni per le quali gli accordi collettivi nazionali stipulati da associazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale prevedono discipline specifiche riguardanti il trattamento economico e normativo, in ragione delle particolari esigenze produttive ed organizzative del relativo settore;
  2. alle collaborazioni prestate nell’esercizio di professioni intellettuali per le quali è necessaria l’iscrizione in appositi albi professionali;
  3. alle attività prestate nell’esercizio della loro funzione dai componenti degli organi di amministrazione e controllo delle società e dai partecipanti a collegi e commissioni;
  4. alle collaborazioni rese a fini istituzionali in favore delle associazioni e società sportive dilettantistiche affiliate alle federazioni sportive nazionali, alle discipline sportive associate e agli enti di promozione sportiva riconosciuti dal C.O.N.I., come individuati e disciplinati dall’articolo 90 della legge 27 dicembre 2002, n. 289.

In merito alla individuazione dei “rapporti di collaborazione che si concretano in prestazioni di lavoro esclusivamente personali, continuative e le cui modalità di esecuzione sono organizzate dal committente anche con riferimento ai tempi e al luogo di lavoro” è chiaro che la questione andrà verificata in concreto, in relazione alle modalità di svolgimento del singolo rapporto, al di là della qualificazione formale.
Di certo si può comunque prevedere che la fattispecie coinvolgerà, in termini generali, le residuali collaborazioni coordinate e continuative e i contratti di collaborazione a progetto; quest’ultima figura contrattuale viene tra l’altro abrogata dal decreto in questione. La dizione “anche con riferimento ai tempi e ai luoghi di lavoro” lascia tuttavia aperte questioni interpretative, che troveranno soluzione forse solo in giurisprudenza.
In ogni caso, sarà interessante capire come la “conversione” di cui all’art. 2 in esame si coordinerà con la possibilità di “stabilizzazione volontaria” delle collaborazioni di cui all’art. 54 del medesimo decreto, posto che entrambi i meccanismi avranno decorrenza dal 1° gennaio 2016.
Da un lato, la stabilizzazione volontaria, mediante assunzione a tempo indeterminato del collaboratore, comporta la possibilità di godere del beneficio dell’estinzione degli illeciti amministrativi, contributivi e fiscali connessi alle collaborazioni irregolari (si veda l’articolo: “Jobs Act: la stabilizzazione di co.co.co. e co.co.pro. estingue gli illeciti amministrativi, contributivi e fiscali”). Dall’altro lato, l’art. 2 è indicativo nello stabilire che dal 1° gennaio 2016 “si applica” la disciplina dei rapporti di lavoro subordinato alle collaborazioni, prescindendo quindi da un accertamento di carattere giudiziale della natura subordinata del rapporto e/o dalla sua conversione volontaria.
È vero che le due norme operano su piani parzialmente diversi: una nei rapporti tra le parti, l’altra nei rapporti tra datore e autorità amministrative ed enti previdenziali, ma le due sfere non sono esenti da interferenze, anzi. Infatti, per poter beneficiare dell’estinzione degli illeciti, il datore di lavoro e il collaboratore assunto dovranno sottoscrivere un accordo di conciliazione in sede sindacale.
Nell’ottica dei principi della riforma, la soluzione più lineare sarebbe quella di definire, già prima del 1° gennaio 2016, un impegno all’assunzione a tempo indeterminato, con decorrenza dal 1° gennaio 2016: in tal modo non si avrebbe la conversione automatica e, allo stesso tempo, si potrebbe beneficiare dell’estinzione degli illeciti. L’ipotesi “inversa”, cioè l’interruzione delle collaborazioni prima del nuovo anno non risolverebbe invece il tema delle rivendicazioni lavoristiche del collaboratore, né quello delle eventuali contestazioni degli illeciti amministrativi, previdenziali e fiscali.
Anche la scelta di non fare nulla o di rinviare il tema potrebbe rivelarsi pericolosa per il datore, posto che qualora il lavoratore decidesse di anticipare l’iniziativa del datore e rivendicare la natura subordinata del rapporto, ciò potrebbe pregiudicare la possibilità di godere della sanatoria prevista dalla legge.
Non è escluso che, su questo tema, il Ministero del Lavoro intervenga a chiarimento con una circolare nei prossimi mesi.
Data la latitudine della previsione normativa, per prevenire contestazioni e comunque per definire la propria posizione nei confronti dei collaboratori, il comma 3 dell’art. 2, D.lgs. 81/2015 prevede che si possa richiedere alle commissioni di cui all’articolo 76 del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276, la certificazione dell’assenza dei requisiti di cui al comma 1. In queste ipotesi, il lavoratore può farsi assistere da un rappresentante dell’associazione sindacale cui aderisce o conferisce mandato o da un avvocato o da un consulente del lavoro.

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