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27 Aprile 2021

Istituti di credito e le “commissioni di liquidità”

La pandemia in corso ha portato a un forte innalzamento quantitativo del risparmio in correlazione con la conferma da parte della Banca Centrale Europea dei tassi negativi dell’Euribor, e per questa ragione talune banche stanno adottando modifiche del regolamento dei conti correnti dove giacciono molte somme d’importo superiore a euro 100.000. A fronte di questo gli istituti di credito hanno ritenuto di fare ricorso al recesso da parte dell’intermediario esplicitando con una clausola nuova sul recesso delle parti dal conto corrente, come se fosse ipotesi nuova da quella già consentita dal Testo Unico Bancario.
Altri hanno pensato di adottare una formula, chiamata «commissione di liquidità» sulle giacenze, misurata in termini percentuali su queste o in misura fissa, e di cadenza periodica. Anche altre previsioni aggiuntive si stanno pensando tra loro in vario modo raccordabili.
Il senso di questo in una congiuntura che è destinata a durare pare l’intento di dissuadere il correntista dal mantenere sul conto delle liquidità di rilievo; un secondo intento è volto a convincere il cliente a passare ai servizi di investimento con l’intermediario.
L’ipotesi della clausola di recesso non è dotata di un autonomo significato normativo. Il contratto è a tempo indeterminato e la banca può sempre recedere ad nutum secondo i princìpi e le clausole nei moduli prestampati.
La commissione di liquidità possiede un significato normativo evidente e la soglia minima per la sua applicazione può manifestarsi di rilievo con l’effetto di portare a complicazioni ed aggravi non ultimo con l’effetto di fare perdere clientela.
È facile pensare che l’ipotesi di un accordo con cui la banca, a fronte di investimenti fatti suo tramite dal cliente, vada a rinunciare ad applicare la commissione ovvero a recedere dal contratto di conto corrente per dissuadere la clientela dal lasciare in deposito una somma eccessiva, in sé una anomalia.
Il nostro tema va contro la tradizionale lettura sulla base dell’art. 10 tub, che offre la nozione di attività bancaria, come raccolta tra il pubblico del risparmio con obbligo del rimborso come proprio, se non necessario, fattore di produzione per l’esercizio del credito.
Nel vigente T.U.B. a fianco della nozione dell’art. 10, si condivide una diversa nozione di banca che considera una serie di attività distinte e separate l’una dall’altra, che è la base dell’inquadramento della materia e porta a confluire la coesistenza delle due attività, di raccolta del risparmio e di erogazione del credito, in questa prospettiva l’attività di fare credito può venire alimentata anche a mezzo di altre.
È la prestazione di custodia del danaro e di pronta disponibilità a renderlo a richiesta senza preavviso, cioè che connota questa attività e ne giustifica un corrispettivo; la prestazione ben può risultare inclusa in un prevalente interesse a fornirsi di provvista per un’opportuna attività di esercizio del credito oppure emergere come servizio autonomo per sé ragionevolmente fruttifero, né può esservi dubbio sull’oggettiva utilità di una simile prestazione.
La commissione di liquidità con la indicata funzione di custodia di danaro disponibile richiede l’individuazione della causa che possa sostenere la pretesa e, nel caso, quale questa sia.
La commissione di liquidità è causata da due fattori distinti e connessi al fenomeno pandemico: al di là di quello rappresentato dal calo dei tassi Euribor si pone un accumulo di risparmio privato, che è oltre misura. L’introduzione della commissione non sembra fine a se stessa, intendendo piuttosto indurre il cliente verso la costituzione di altri rapporti con quella banca: si vogliono trasformare le liquidità giacenti in investimenti.
È forte l’esigenza di una selezione degli investimenti che venga governata in modo diligente, specie in un contesto in cui la pandemia si collega al rischio di crisi delle imprese.
Le «commissioni di liquidità» o il recesso, evidenziano che non si tratta solo di investire, ma di come farlo, secondo quale direzione.
Tutto questo richiede una professionalità degli esponenti bancari elevata e con efficienza della prestazione offerta alla clientela. Il riferimento va, in specie, alla necessità che le prestazioni rese dall’intermediario siano governate dal criterio della qualità degli investimenti e della coerenza, in punto di rischio connesso, con il profilo e l’interesse che sono propri dei clienti.
Le peculiarità della vicenda delle clausole di recesso e di commissione di liquidità richiamano il tema del conflitto di interessi: l’intento persuasivo non è certo diretto a suggerire l’apertura di generiche posizioni di investimento, quanto piuttosto a cambiare il rapporto che corre tra gli stessi partner, da un deposito a vista a un investimento. Manca ancora una disposizione che nel segno dell’efficienza del prodotto e della trasparenza nei rapporti con la clientela, vieti il collocamento sul mercato di prodotti rispetto ai quali l’intermediario si trova in una situazione di conflitto di interesse.
Va ricordato come dal contesto della direttiva Mifid II emerge che l’informativa può costituire soltanto una «misura estrema da utilizzarsi solo quando le disposizioni organizzative efficaci adottate … per gestire il conflitto di interessi… non sono sufficienti per assicurare, con ragionevole certezza, che sia evitato il rischio di ledere l’interesse del cliente»: a ulteriore conferma che l’informazione in sé non può certo costituire la reale protezione dei clienti.

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