Categorie approfondimento: Credito e banche
12 Maggio 2014

Invalidità del mutuo per rientrare dal debito e delle garanzia aggiuntive.

Di cosa si tratta

La pronunzia della Cassazione 18 aprile 2013, n. 9482 aveva già consolidato un orientamento volto a ritenere invalido il mutuo che fosse stato contratto al fine di fare rientrare da altro debito, magari meno garantito.
La decisione era nata nel contesto fallimentare e poi ha avuto altri sviluppi anche al di fuori dalla richiesta di revoca ed inefficacia del mutuo ai sensi dell’art. 67 L. Fall..
Nel caso la Corte territoriale aveva ritenuto fondata l’eccezione, riproposta in grado d’appello, di inefficacia della garanzia ipotecaria, accordata in sede di conclusione di un mutuo, affermando: 1) che al contratto dedotto in giudizio non poteva riconoscersi natura giuridica di mutuo fondiario, in quanto le somme mutuate, anziché essere destinate alla funzione tipica di tale categoria di mutuo (che è quella di favorire, grazie alla concessione del prestito, la conservazione e la ripresa dell’attività produttiva dell’impresa mutuataria) non erano state poste nella disponibilità delle imprese del gruppo, ma erano servite unicamente ad estinguere le pregresse esposizioni debitorie delle banche mutuanti, derivanti da un primo finanziamento ponte e da due successivi prefinanziamenti non assistiti da garanzia ipotecaria, in modo da far acquisire alle creditrici una prelazione che in precedenza non avevano; 2) che la mancanza della causa tipica del contratto di mutuo fondiario non comportava, così come dedotto dalla procedura, la nullità del negozio indiretto stipulato fra le parti, ma solo l’inapplicabilità ad esso delle norme speciali dettate in materia del T.U. bancario D.Lgs. n. 385 del 1993, artt. 38 e segg., ed, in particolare, del disposto dell’art. 39, che prevede il consolidamento e la non revocabilità dell’ipoteca fondiaria, decorso il termine di dieci giorni dall’iscrizione; 3) che l’ipoteca iscritta in favore della banca nel biennio anteriore all’apertura della procedura concorsuale, a garanzia di un debito precedentemente sorto e non ancora scaduto, andava revocata ai sensi dell’art. 67, co. 1, n. 3, L. Fall..
La banca ha proposto ricorso per la cassazione della sentenza, denunciando la violazione dell’art. 39 del T.U bancario, rilevando che il mutuo era stato erogato con la funzione di “destinare al sostegno dell’attività aziendale nelle more della definitiva predisposizione di un piano di ristrutturazione finanziaria del gruppo”, essendo poi seguiti due prefinanziamenti ad opera di un ampio pool di banche, e che nell’aprile del ’95 era stato stipulato, sotto la veste di contratto di mutuo fondiario frazionabile, un articolato accordo di ristrutturazione finanziaria implicante l’erogazione di un mutuo. Osservava la banca che le circostanze avrebbero dovuto indurre il giudice del merito ad affermare l’unitarietà dell’intera operazione, volta, secondo lo scopo tipico del mutuo fondiario, ad assicurare sostegno all’attività aziendale, anziché scomporla nelle varie tappe in cui si era articolata, per poi desumere che le somme mutuate erano state utilizzate per soddisfare passività pregresse.
Osservava, ancora, che le passività erano sorte solo in previsione della successiva stipulazione del mutuo, tanto che la banca è rimasta creditrice dell’esatto importo erogato in sede di prefinanziamento (per il quale è stata anche ammessa al passivo) e che l’estinzione del finanziamento ponte e dei prefinanziamenti erano, in realtà, artifici adottati per dare evidenza contabile ad un’operazione sostanziatasi in un mutuo con erogazione anticipata.
Le censure sono state dichiarate inammissibili. La banca, anziché evidenziare gli errori di diritto nei quali sarebbe incorsa la Corte territoriale nell’escludere che il finanziamento erogato integrasse gli estremi del mutuo fondiario, pretendeva che le norme che disciplinano il predetto contratto trovassero applicazione sulla scorta di una ricostruzione dei fatti diversa da quella operata dal giudice del merito e il motivo si risolveva nella deduzione di un vizio di motivazione ed appariva privo dei requisiti di specificità richiesti dall’art. 366 c.p.c., sia perché non risultava che la natura unitaria dell’intera operazione fosse mai stata invocata dalla ricorrente nei precedenti gradi di merito, sia perché la censura difettava della compiuta illustrazione delle risultanze istruttorie decisive che la corte del merito avrebbe ignorato o male interpretato e che, ove correttamente valutate, avrebbero condotto al diverso accertamento auspicato; quindi con affermazione che non tocca il merito del mutuo.
Con altro motivo la banca, denunciando violazione dell’art. 67, co. 2, L. Fall., rilevava che il giudice del merito ha in ogni caso errato nel revocare l’ipoteca che, essendo stata iscritta a garanzia di un mutuo contestualmente erogato, si era consolidata nel termine di un anno dalla sua iscrizione e dunque in data antecedente all’ammissione alla procedura. Anche questo motivo è stato dichiarato inammissibile.
La Corte territoriale ha dichiarato l’ipoteca inefficace ai sensi dell’art. 67, co. 1, n. 3, in quanto (ancorché apparentemente concessa contestualmente al mutuo erogato) costituita, per il tramite di un negozio indiretto e nel biennio anteriore all’apertura della procedura concorsuale, a garanzia di un preesistente debito, non ancora scaduto, derivante dai precedenti finanziamenti.
A causa di un evidente fraintendimento del significato da attribuire all’aggettivo “contestuale” (adoperato in sentenza in maniera atecnica ed allo scopo di sottolineare un dato meramente cronologico), nel motivo non è in alcun modo dedotta l’erroneità dell’accertamento in fatto, concernente l’iscrizione dell’ipoteca a garanzia di un debito preesistente e non ancora scaduto, compiuto dal giudice del merito: la censura risultava totalmente priva di attinenza alla decisione.
Una pronuncia di merito recente (Tribunale Taranto 7 marzo 2014, Est. Annagrazia Lenti) ha offerto importanti approfondimenti sul tema.
Ha affermato la violazione di obblighi generici e specifici di correttezza e di buona fede contrattuale della banca che concede finanziamenti al debitore pur conoscendone le gravi difficoltà economiche, ma confidando nella solvibilità del fideiussore.
Il limite della estensione del rischio del fideiussore è rappresentato dall’assoggettamento dell’istituto di credito al dovere di comportamento secondo il canone di buona fede nell’esecuzione del contratto di garanzia, dovendosi conseguentemente escludere dalla copertura fideiussoria le anticipazioni accordate dalla banca al debitore principale in violazione del dovere di solidarietà contrattuale, nella cui osservanza, durante l’esecuzione della garanzia, trova realizzazione il principio di buona fede.
Diventa affetto da nullità, in quanto carente di causa, il mutuo erogato non per finanziare il soggetto mettendo a disposizione del medesimo la somma attribuita con il contratto, ma per estinguere preesistenti debiti del mutuatario verso la banca mutuante.
Nei fatti era accaduto che in occasione dell’erogazione del denaro dato a mutuo la banca contestualmente lo ha utilizzato a parziale estinzione del debito già in essere. I funzionari hanno indotto il consenso negoziale per un’operazione ad esclusivo vantaggio della banca, violando il precetto degli artt. 24-25 del D.Lgs. n. 206/2005, attuando una condotta contraria all’obbligo di correttezza e di diligenza.
L’attore chiedeva che venisse dichiarata la nullità dei contratti conclusi collegati tra loro o l’annullamento per esistenza di un contrasto tra causa concreta e la meritevolezza dell’interesse negoziale ex art. 1322 cod. civ., co. 2° cod. civ. ovvero per violazione della diligenza professionale e della correttezza, con richiesta di restituzione degli importi versati.
La sentenza afferma che la banca ha abusato della posizione di contraente forte e, confidando nella garanzia e nella solvibilità dei fideiussori, non ha esitato nella concessione del credito nei riguardi della società correntista palesemente insolvente.
L’andamento critico degli affidamenti in aumento e la mancanza di accrediti avrebbero dovuto indurre la banca con diligenza qualificata ad interrompere le linee di credito.
Se infatti nell’ambito di un rapporto di credito di conto corrente si manifesta un significativo peggioramento delle condizioni patrimoniali del debitore rispetto a quelle note all’epoca dell’apertura del credito, tali da pregiudicare la solvibilità del debitore, la banca anziché consentire l’aggravamento dell’esposizione debitoria, è tenuta ad avvalersi di quegli strumenti anche a tutela degli interessi del fideiussore inconsapevole, alla stregua del principio dell’art. 1956 cod. civ. se non vuole perdere il beneficio della garanzia in conformità ai doveri di correttezza e buona fede e in attuazione del dovere di salvaguardia dell’altro contraente, salvo che sia questo che voglia mantenere ferma la garanzia (Cassazione 22 ottobre 2010, n. 21730).
Dovrà essere esclusa la garanzia fideiussoria per le anticipazioni accordate dalla banca al debitore principale in violazione del dovere di solidarietà contrattuale, nella cui osservanza, durante l’esecuzione della garanzia, trova realizzazione il principio di buona fede. Nel concreto la sentenza evidenzia che la banca fosse venuta meno al dovere di correttezza e buona fede dell’art. 1175 cod. civ., che deve connotare l’attuazione del rapporto obbligatorio nelle diverse fasi attuative, “nonché dello standard di diligenza qualificata dell’operatore professionale, secondo la disposizione dell’art. 1176 cod. civ.
La buona fede, assurgendo a criterio oggettivo di valutazione del comportamento secondo canoni di lealtà e probità, si sostanzia in un generale obbligo di solidarietà che impone a ciascuna delle parti di agire in modo da preservare gli interessi dell’altra parte nella misura in cui essi non comportino un apprezzabile sacrificio a suo carico (buona fede nella fase esecutiva: Cassazione 24 aprile 2008, n. 10669).
Del resto sulla banca grava il dovere di procedere ad un accurato esame del “merito creditizio” del cliente che appartiene alla tecnica bancaria e implementato dalle norme di settore delle Istruzioni di Vigilanza per cui si ha devianza quando si accordi credito all’immeritevole oppure si interrompa brutalmente un rapporto.
Nel caso di specie il Tribunale ha affermato l’esistenza del “collegamento negoziale” che non ha dato luogo ad un nuovo ed autonomo contratto, ma è stato meccanismo attraverso il quale la banca ha perseguito un risultato economico unitario.
È quindi estraneo alla nozione di mutuo fondiario per carenza di causa un mutuo esclusivamente finalizzato ad estinguere pregresse esposizioni, realizzandosi la sostituzione di un credito non garantito con uno garantito; quindi non per finanziare il cliente, ma per rientrare da una esposizione. Se ne deve dedurre che si realizza la nullità del contratto per carenza di causa in concreto (tribunale Lecce 1° febbraio 2013 e tribunale Milano 17 ottobre 2006).
Travolta l’operazione da nullità sia per la garanzia fideiussoria che per il mutuo fondiario e per ripetizione di indebito oggettivo ex art. 2033 cod. civ. consegue la condanna alla restituzione delle somme versate e gli interessi legali in mancanza di buona fede dell’accipiens.

(Visited 53 times, 33 visits today)