Categorie approfondimento: Credito e banche
1 Dicembre 2013

Interessi bancari usurari ed effetti nei contratti di mutuo

Di cosa si tratta

L’applicazione da parte della banca di interessi che abbiano superato le soglie massime individuate dal legislatore come configuranti l’usura od anche i casi di approfitta mento inferiori al limite come misura di interesse, ma quando chi li abbia dati o promessi si trovi in condizioni di difficoltà economica o finanziaria, comporta l’applicazione della normativa specifica in materia.
Diversamente da quanto illustrato nel caso di contratti di aperture di credito (nel sito cfr.: “Interessi bancari usurari ed effetti nei contratti di apertura di credito”), gli effetti nel caso di superamento della soglia nei contratti di mutuo è sicuramente superiore.
Sul tema si è pronunziata la sentenza della Suprema Corte di Cassazione, sezione prima civile, del 9 gennaio 2013, n. 350, che è intervenuta sulla sentenza del tribunale che ha rigettato la domanda volta a sentir accertare l’illegittimità della misura degli interessi stabiliti nel contratto di mutuo sulla base della considerazione che, ai sensi della L. n. 108 del 1996, art. 2, per la determinazione degli interessi usurari i tassi effettivi globali medi rilevati dal Ministero del Tesoro ai sensi della citata legge devono essere aumentati di un quarto e di altro quattro per cento. Considerato che il D.M. 27 marzo 1998, emesso dal Ministero del Tesoro, prevedeva per la categoria dei mutui il tasso dell’8.29%, ha escluso che il tasso contrattualmente fissato potesse essere ritenuto usurario.
La Corte di appello ha confermato la decisione di primo grado evidenziando che i motivi posti a base dell’appello erano aspecifici rispetto alla motivazione della decisione del Tribunale. L’appellante si era limitato ad invocare apoditticamente la natura usuraria degli interessi pattuiti senza contestare i parametri adottati dal primo giudice per valutare la fondatezza della domanda e senza indicare, in concreto, le ragioni di fatto e di diritto idonee a ribaltare la decisione impugnata.
Privi di rilevanza erano ritenuti i riferimenti allo scopo per cui era stato stipulato il mutuo. Infine, la maggiorazione del 3% prevista per il caso di mora non poteva essere presa in considerazione, data la sua diversa natura, nella determinazione del tasso usurario.
Contro la sentenza di appello parte attrice ha proposto ricorso per cassazione asserendola nullità della clausola determinativa degli interessi (con riferimento al tasso ABI) che risultava sì proposta in primo grado ma, disattesa dal Tribunale, non risultava specificamente riproposta in appello e sul punto la Corte dichiarava inammissibile la censura.
Il profilo della censura relativo all’anatocismo, che neppure era menzionato nella sentenza impugnata, risultando dedotto in appello,veniva ugualmente dichiarato inammissibile.
Quanto al profilo della usurarietà dei tassi va rilevato che parte ricorrente deduce che l’interesse pattuito (inizialmente fisso e poi variabile) era del 10.5%, in contrasto con quanto è previsto dal D.M. 27 marzo 1998, che indica il tasso praticabile per il mutuo nella misura dell’8.29%.
Tale tasso dovrebbe ritenersi usurario a norma dell’art 644 cod.pen., quarto comma, tanto più ove si consideri che fu richiesto per l’acquisto di un bene primario quale la casa di abitazione e che dovrebbe tenersi conto della prevista maggiorazione di 3 punti in caso di mora.
La censura nella parte in cui ripete l’assunto, già disatteso dalla Corte di merito, secondo cui la natura usuraria discenderebbe dalla finalità del mutuo, contratto per l’acquisto della propria casa, è stata ritenuta infondata in quanto, ai sensi del nuovo testo dell’art. 644 c.p., comma 3, sono usurari gli interessi che superano il limite stabilito dalla legge ovvero “gli interessi, anche se inferiori a tale limite, e gli altri vantaggi o compensi che, avuto riguardo alle concrete modalità del fatto e al tasso medio praticato per operazioni similari, risultano comunque sproporzionati rispetto alla prestazione di denaro o di altra utilità, ovvero all’opera di mediazione, quando chi li ha dati o promessi si trova in condizioni di difficoltà economica o finanziaria”.A tale scopo la Corte non riteneva sufficiente dedurre che il mutuo fosse stato stipulato per l’acquisto di un’abitazione.
La Corte ha ritenuto fondata la censura in relazione al tasso usurario perché dalla trascrizione dell’atto di appello risultava che parte ricorrente aveva specificamente censurato il calcolo del tasso pattuito in raffronto con il tasso soglia senza tenere conto della maggiorazione di tre punti a titolo di mora, laddove, invece, ai fini dell’applicazione dell’art. 644 c.p., e dell’art. 1815 c.c., co. 2, si intendono usurari gli interessi che superano il limite stabilito dalla legge nel momento in cui essi sono promessi o comunque convenuti, a qualunque titolo, quindi anche a titolo di interessi moratori (Corte cost. 25 febbraio 2002 n. 29: “il riferimento, contenuto nel D.L. n. 394 del 2000, art. 1, co. 1, agli interessi a qualunque titolo convenuti rende plausibile, senza necessità di specifica motivazione, l’assunto, del resto fatto proprio anche dal giudice di legittimità, secondo cui il tasso soglia riguarderebbe anche gli interessi moratori”; Cass., n. 5324/2003).
Quanto ad altro motivorelativo allanullità della convenzione di interessi usurari, la censura è stata ritenuta infondata, pur trattandosi di questione (di diritto) rilevabile d’ufficio. Gli elementi in fatto sui quali la questione era fondata e, dunque, l’indicazione del tasso applicato contenuta (soltanto) nella comparsa conclusionale, non potevaormai che essere ritenuta tardiva, tenuto conto della necessità che i motivi di appello, ex art. 342 c.p.c., siano specifici e che con la comparsa conclusionale, atto finale del giudizio, non possono essere dedotte nuove circostanze di fatto che non siano state già dedotte con l’atto di appello.
E’ vero, infatti, che la deduzione della nullità delle clausole che prevedono un tasso d’interesse usurario è rilevabile anche d’ufficio, non integrando gli estremi di un’eccezione in senso stretto, bensì una mera difesa, che può essere avanzata anche in appello, nonché formulata in comparsa conclusionale, ma ciò a condizione che “sia fondata su elementi già acquisiti al giudizio” (Sez. 1, Sentenza n. 21080 del 28/10/2005); se non già provata, manca il presupposto della sua applicazione.
Questo è il punto dell’arresto della pronunzia della Corte, che si ferma ad affermare che le clausole contrattuali che stabiliscano tassi d’interesse ordinari e di mora, la cui somma superi il valore soglia ex art. 2, co. 1, L. 7.3.1996, n. 108, sono nulle, senza inficiare il negozio nella sua interezza. Il beneficiario del finanziamento ha, dunque, diritto ad ottenere la restituzione degli interessi già versati o, quantomeno, di quelli corrisposti in misura superiore al dovuto, rimanendo valido il contratto di mutuo; l’art. 1419, co. 3, c.c.,statuisce, infatti, che“la nullità di singole clausole non importa la nullità del contratto, quando le clausole nulle sono sostituite di diritto da norme imperative”.
Invero per i mutui il discorso non finisce qui. Alla nullità del patto consegue la mancanza del titolo per trattenere le somme per interessi già incassati e la nullità in relazione alla mancanza di fondamento per quelli futuri. Il contratto rimane quindi in corso, ma non sarà più produttivo di interessi.
Con puntualità la successiva pronunzia della Corte d’Appello di Venezia ha affermato analoghi principi confermando che non spettano al mutuante a nessun titolo neppure gli interessi legali quando si abbia una situazione di applicazione di interessi usurari, come dispone oral’art. 1815 cod. civ..
L’art.1815, 2° comma, cod. civ. esprime un principio giuridico valido per tutte le obbligazioni pecuniare e, a seguito della revisione legislativa operata dall’art. 4 della Legge n. 108 del 1996 e dalla legge 28 febbraio 2001, n. 24, di conversione del D.L. 29 dicembre 2000, n. 394, esso prevede la conversione forzosa del mutuo usurario in mutuo gratuito, in ossequio all’esigenza di maggior tutela del debitore e ad una visione unitaria della fattispecie, connotata dall’abbandono del presupposto soggettivo dello stato di bisogno del debitore, a favore del limite oggettivo della “soglia” di cui all’art. 1, 4° co., legge n. 108/1996 (tasso medio risultante dall’ultima rilevazione pubblicata nella Gazzetta Ufficiale, relative alla categoria di operazione in cui il credito è compreso).
Precisa la Corte che la sanzione così determinata dell’abbattimento dell’interesse si applica a qualunque somma fosse derivata a titolo di interesse, legale o convenzionale, sia agli interessi moratori, con la sola esclusione del caso in cui i rapporti contrattuali presupposti dall’applicazione degli interessi fossero già esauriti alla data di entrata in vigore della legge n. 108/1996.
Consegue che il momento della valutazione va riferito a quando il contratto viene concluso o promessa la prestazione a qualunque titolo, indipendentemente dal momento del pagamento (Cass. Civ. n. 13477/2010 e Cass. civ. 11632/2010).

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