Categorie approfondimento: Ricerca e innovazione
6 Settembre 2007

Informazioni segrete: il KNOW-HOW

Di cosa si tratta

Si è variamente disquisito per definire che cosa sia e in che cosa consista il Know how prima che ad esso si desse una definizione normativa. Anticipiamo subito il nostro pensiero per dire che il Know how è un valore e come tale va protetto; proteggerlo vuole dire conservarlo in modo prezioso, riservato ed a conoscenza di pochi, di quei pochi che ne hanno la titolarità o che hanno bisogno di farne uso in azienda.
Passando al negativo il Know how è anche ciò che già non abbia una diversa tutela, ma questo non copre tutta la sua portanza che, se anche avesse ad oggetto qualche cosa che sia suscettibile di brevetto, può anche per scelta non essere brevettato, ma è ugualmente protetto dalla tutela che ora in modo espresso è stata approntata.
Il Codice della Proprietà Industriale al capo II (norme relative all’esistenza, all’ambito e all’esercizio dei diritti di proprietà industriale), alla Sezione VII, che ha per titolo “Informazioni segrete”, all’art. 98, precisa ora l’oggetto della tutela:
-“1. Costituiscono oggetto di tutela le informazioni aziendali e le esperienze tecnico-industriali, comprese quelle commerciali, soggette al legittimo controllo del detentore, ove tali informazioni:

  • a) siano segrete, nel senso che non siano nel loro insieme o nella precisa configurazione e combinazione dei loro elementi generalmente note o facilmente accessibili agli esperti ed agli operatori del settore;
  • b) abbiano valore economico in quanto segrete;
  • c) siano sottoposte, da parte delle persone al cui legittimo controllo sono soggette, a misure da ritenersi ragionevolmente adeguate a mantenerle segrete”.

-“2. Costituiscono altresì oggetto di protezione i dati relativi a prove o altri dati segreti, la cui elaborazione comporti un considerevole impegno ed alla cui presentazione sia subordinata l’autorizzazione dell’immissione in commercio di prodotti chimici, farmaceutici o agricoli implicanti l’uso di nuove sostanze chimiche”.
Inoltre l’art. 99 a proposito della tutela prevede che:
“Salva la disciplina della concorrenza sleale, è vietato rivelare a terzi oppure acquisire od utilizzare le informazioni e le esperienze aziendali di cui all’articolo 98.”
Proprio la seconda disposizione dà un altro confine al concetto: il Know how non è solo quel bene che viene violato dal concorrente in modo non corretto e per il quale esiste un’altra tutela contro chi vuole in modo illecito avvantaggiarsene, ma è anche quella tutela che viene apprestata per tutelarlo da altre iniziative che non provengono dall’imprenditore concorrente (concorrenza sleale). Il Know how è protetto in sé. E’ chiaro che l’interesse alla sua preservazione entra in gioco in modo patologico quando si scopre sul mercato che altri è arrivato alla sua conoscenza, ma anche di meno può essere oggetto della repressione.
Torna alla memoria un’esperienza vissuta in un’azienda dove delle note erano state scritte in un’agenda da una persona, abilitata ad accedere ai dati e qualcuno si era accorto dell’operazione; ero stato chiamato a dirimere la questione “a caldo” e si è arrivati sino a quando l’agenda, ad opera del proprietario, in compresenza del proprietario dell’agenda, è stata aperta per vedere descritte solamente delle linee del percorso di un semilavorato, opera di apparecchiature comuni.
L’azienda ha un patrimonio conoscitivo che normalmente non è coperto da diritti di privativa e che gode di una particolare forma di tutela giuridica. Riconoscendo l’importanza delle informazioni segrete, le norme concedono al titolare una serie di forme di protezione che si concretizzano nella previsione di una serie di fattispecie in cui è posto a carico di determinati soggetti un obbligo di segretezza.
La segretezza è l’elemento al quale va data adeguata attenzione. La tutela esiste se si è operato in modo che tale carattere abbiano i dati che si vogliono tutelati e non ci si potrà dolere se li si saranno divulgati o lasciati disporre a molti senza che a questi non sia imposto qualche cosa di più della loro correttezza professionale (vedasi sul punto l’articolo in questo sito: “Non-disclosure agreement.”).
Analogamente l’obbligo di segretezza andrà tutelato nei confonti dei collaboratori dell’azienda e con appositi patti per l’accettazione dei quali si ha solo l’alternativa di accettarli o di non lavorare con i soggetti che a questi impegni non intendano sottoporsi.
Si può quindi aderire alla definizione data del termine know-how come “quell’insieme di nozioni che integrano, migliorano e rendono applicabile la tecnica-tecnologia nota in un determinato settore e la cui sperimentata applicazione fa conseguire a chi la utilizza un migliore sfruttamento delle proprie capacità produttive e di business”, aggiungendo in quanto siano state tenute segrete.
Non necessariamente tutto deve essere nuovo, tuttavia deve esistere quel qualche cosa di più, talora dato solo dal modo di organizzare i dati, che conferisce una sua particolarità, originalità da fare contraddistinguere un’organizzazione, un prodotto da un altro.
Il know-how è, come abbiamo detto, un valore e la Corte di Cassazione, partendo dal presupposto che il know-how è un’entità suscettibile di valutazione economica, ha affermato che si tratta di un “bene economico che assume rilievo come autonomo elemento patrimoniale” e che “i diritti di know-how acquistati a titolo oneroso da società di capitali vanno iscritti nel bilancio in apposita voce e valutati secondo il criterio fissato dall’art. 2425 cod. civ.” (Cfr., Cass. Civ., 27 febbraio 1985, n. 1699).
Le informazioni possono essere le più varie: tecniche, tecnologiche, finanziarie, commerciali, atti di natura interna, studi, ricerche, tabulati, schede, prove, rapporti, elenchi, tabelle, idonee a costituire un patrimonio di utilità aziendale.
La loro caratteristica è la capacità di portare il detentore in una posizione privilegiata rispetto ai concorrenti che fanno le stesse cose. La posizione privilegiata è di natura concorrenziale ed è la possibilità di mantenere o implementare quote di mercato che altrimenti potrebbero essere acquisite dai concorrenti.
Si ha la protezione del segreto aziendale che è legittimo se ed in quanto vi siano dei valori organizzativi validi e caratterizzati da una particolare attenzione alla loro non divulgazione.
La novità introdotta dalla nuova norma è data dalla protezione di tipo reale nei confronti di tutti del know-how che consente al titolare di vietare a chiunque la relativa acquisizione ed utilizzazione; si applica integralmente la disciplina del processo e delle sanzioni prevista dal capo terzo del codice della proprietà industriale e la tutela reale è stata rafforzata rispetto al passato (tutela di tipo obbligatorio) facendo del know-how un vero e proprio autonomo diritto di proprietà industriale.
Il know-how, che era stato tutelato attraverso le norme sulla concorrenza sleale, è ora tutelato alla stregua del marchio e del brevetto; l’abuso del segreto aziendale non è più un fatto lesivo della concorrenza, ma ha acquistato il rilievo di lesione di un diritto.
Con quanto si dispone ora e dopo l’introduzione della norma, pare superato il discorso della distinzione del Know how in senso stretto, ove si intendono le conoscenze tecniche, le esperienze, gli accorgimenti, suscettibili o non di brevettazione, che presentano i caratteri della novità e della segretezza (Cass. Civ., 20 gennaio 1992, n. 653). Il concetto di know-how inteso in senso ampio sarebbe una logica conseguenza della continua evoluzione che si ha nelle imprese e nel mercato, non solo dal punto di vista della stretta tecnica-industriale, ma anche delle innovative metodologie di vendita, organizzazione e gestione imprenditoriale.
Con l’art. 1 del Regolamento 772/04 CE si hanno una serie di definizioni normative, tra le quali, alla lettera i), per il quale il know-how si deve intendere un patrimonio di conoscenze pratiche non brevettate, derivanti da esperienze e da prove. La definizione normativa, fornita a livello comunitario, sembra non discostarsi dalle nozioni fornite dalla dottrina italiana che ha studiato la materia. La normativa comunitaria specifica poi che il patrimonio deve possedere alcuni determinati requisiti, ovvero: la “segretezza”, intesa come non notorietà delle conoscenze o facile accesso ad esse; la “sostanzialità”, intesa come significatività e utilità delle conoscenze per la produzione industriale; infine, la “individuatezza”, ovvero la descrizione esauriente di tali conoscenze, in modo tale da consentire di verificare la rispondenza ai due criteri sopra descritti.
Ora il Legislatore italiano, con l’emanazione del D. Lgs. n. 30/2005 (Codice della Proprietà Industriale) ha fornito un’efficace tutela alle informazioni non brevettabili, che rappresentano per chi le detiene un grande valore economico.
Ci fermiamo senza considerare gli interessati sviluppi, che possono essere considerati come spunti per le redazioni contrattuali degli obblighi di segretezza, che derivano dal Regolamento CE n. 2321/2002, che si occupa delle regole di diffusione dei risultati della ricerca per l’attuazione del Sesto Programma Quadro della Comunità (detto 6PQ) e quindi del punto di arrivo della conoscenza delle c.d. “conoscenze preesistenti”.
Di questo in particolare interessano le disposizioni all’art. 21 sulla proprietà delle conoscenze, all’art. 22 sulla protezione delle conoscenze, all’art. 23 sulla valorizzazione delle conoscenze e all’art. 24 sulla messa a disposizione di conoscenze derivanti da azioni dirette; interessanti sono poi anche i successivi articoli ma per effetti specifici.

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