Categorie approfondimento: Commerciale e industriale
15 Maggio 2013

Indennità di cessazione del rapporto di agenzia tra A.E.C. e direttiva sul piano pratico

Di cosa si tratta

Al fine di determinare in concreto la misura dell’indennità spettante all’agente al termine del rapporto con la preponente si pone, nei casi di cessazione del rapporto avvenuti per causa imputabile alla preponente, il tema della verifica della normativa da applicare per rispettare la Direttiva Europea n. 653/1986/CEE.
All’agente spetta ai sensi dell’art. 1751 c.c. l’indennità di fine rapporto, la c.d. l’indennità suppletiva di clientela/di cessazione del rapporto dal calcolare ai sensi dell’AEC di settore ovvero ex art. 1751 c.c., sussistendone tutti i presupposti.
Se i risultati conseguiti sono stati importanti, l’indennità si avvicinerà alla misura massima considerato che l’indennità, ai sensi dell’art. 1751 c.c., non può superare una cifra equivalente alla media delle somme riscosse negli ultimi cinque anni (o nel minor periodo se il rapporto ha durata inferiore).
Applicando il sistema procedurale di calcolo dell’indennità di fine rapporto, dovuta all’agente in caso di cessazione del rapporto di agenzia, istituito dagli artt. 17 e 19 della Direttiva Europea 653/1986/CEE (“Direttiva”), la normativa comunitaria all’art. 17.2 disponeva che gli Stati membri erano tenuti a prendere le misure necessarie per garantire all’agente commerciale, dopo l’estinzione del contratto, un’indennità “se e nella misura in cui” (cumulativamente) avesse procurato nuovi clienti alla preponente o avesse sensibilmente sviluppato gli affari con i clienti esistenti e il preponente traesse ancora sostanziali vantaggi derivanti dagli affari con quei clienti; il pagamento di tale indennità fosse “equo”, tenuto conto di tutte le circostanze del caso, in particolare delle provvigioni che l’agente commerciale perdeva e che risultavano dagli affari con tali clienti.
L’importo dell’indennità era ancora previsto che “non potesse superare” una cifra equivalente ad un’indennità annua calcolata sulla base della media annuale delle retribuzioni riscosse dall’agente commerciale negli ultimi cinque anni e, se il contratto risaliva a meno di cinque anni, sulla media del periodo in questione.
L’art. 19 della Direttiva prescriveva che gli Stati membri non potevano derogare a tale disciplina (dell’art. 17.2 Direttiva) a detrimento dell’agente commerciale.
Secondo la Corte di Giustizia (n. 348/2009) il sistema procedurale istituito dall’art. 17.2 della Direttiva si articola, quindi in tre differenti fasi.
La prima di tali fasi riguarda, anzitutto, la quantificazione dei vantaggi del preponente derivanti dalle operazioni con i clienti procurati dall’agente commerciale, conformemente alle disposizioni dell’art. 17, n. 2, lett. a.1) della Direttiva. La seconda fase è volta, quindi, a verificare, nel rispetto della lett. a.2 di tale norma, se l’importo determinato sulla base dei criteri sopra descritti sia equo, tenuto conto di tutte le circostanze specifiche e, segnatamente, delle perdite di provvigioni subite dall’agente commerciale. Infine, nella terza fase, l’importo dell’indennità è soggetto al massimale previsto dall’art. 17. n. 2, lett. b), della Direttiva, che opera unicamente in caso di eccedenza dell’importo risultante dalle due precedenti fasi di calcolo: cd. soglia-limite disposta nell’interesse del preponente.
Dal momento che la perdita delle provvigioni subita costituisce solamente uno dei vari elementi nel quadro dell’esame dell’equità, spetta al giudice accertare, nell’ambito della seconda fase di valutazione, se l’indennità riconosciuta all’agente commerciale risulti, in definitiva, equa e, pertanto, se ed eventualmente in quale misura occorra procedere, alla luce di tutte le circostanze specifiche, ad un adeguamento dell’indennità, anche in aumento.
Gli artt. 17 e 19 della Direttiva sono stati trasposti nell’art. 1751 c.c. dell’ordinamento italiano, così come modificato dal D.Lgs. n. 303/1991 e dal successivo D. Lgs. n. 651/1999. Analogamente all’art. 17 della Direttiva, l’art. 1751 c.c. rispecchia un indirizzo meritocratico quanto al calcolo dell’indennità a cui l’agente commerciale ha diritto dopo la cessazione del suo rapporto, il che svela un’ottica premiale.
Per la quantificazione dell’indennità, la normativa comunitaria non dettava criteri precisi di calcolo, limitandosi a prescrivere che la misura dell’indennità fosse “equa”, tenuto conto di tutte le circostanze del caso, in particolare delle provvigioni che l’agente commerciale perdeva e che risultavano dagli affari con quei clienti. Il legislatore italiano, invece di articolare in modo più puntuale la normativa comunitaria, individuando in concreto i criteri di calcolo dell’indennità per rispondere a quell’esigenza di equità, richiesta dal legislatore comunitario, si limitava a trasporla pedissequamente.
Proseguendo nella trattazione, in ordine alla individuazione dei principi sottesi ai criteri di calcolo dell’indennità spettante ai sensi dell’art. 1751 c.c., la Corte di Giustizia (23 marzo 2006, C-465/04) ha statuito l’inderogabilità dell’art. 17.2 della Direttiva a svantaggio dell’agente: (omissis) l’indennità di cessazione del rapporto che risulta dall’applicazione dell’art. 17. n. 2 di tale direttiva non può essere sostituita, in applicazione di un accordo collettivo, da un’indennità determinata secondo “criteri diversi” da quelli fissati da quest’ultima disposizione (art. 17.2), a meno che non sia provato che l’applicazione di tale accordo garantisce, in ogni caso, all’agente commerciale un’indennità pari o superiore a quella che risulterebbe dall’applicazione della detta disposizione sancendo così che il criterio “meritocratico”, nel senso sopra precisato, è indefettibile.
Dopo la pronuncia della Corte di Giustizia, anche la Suprema Corte (Cfr.: Cass. civ. Sez. Lav. n. 15203/2010, n. 16347/2007 e n. 9538/2007) si è uniformata a tale impostazione sancendo che “l’art. 1751 c.c. deve interpretarsi nel senso che l’attribuzione dell’indennità è condizionata non soltanto alla permanenza, per il preponente di sostanziali vantaggi derivanti dall’attività di promozione degli affari compiuta dall’agente, ma anche alla rispondenza ad “equità” dell’attribuzione, in considerazione delle circostanze del caso concreto ed in particolare delle provvigioni perse da quest’ultimo”. Di conseguenza, il giudice, riscontrato il merito dell’agente, deve verificare, tenendo conto di tutte le circostanze di fatto emergenti dal concreto svolgimento del rapporto di agenzia, se l’indennità di cessazione del rapporto, possa considerarsi o meno “equa”, nel senso di “compensativa” anche del particolare merito dell’agente e dei redditi che gli vengono meno, emergente dalla suddetta circostanza di fatto, tenendo conto del limite di cui all’art. 1751 c.c., co. 3, applicabile alla quantificazione secondo equità dell’indennità in esame.
La Relazione interpretativa sull’applicazione dell’art. 17 della Direttiva, presentata dalla Commissione Europea il 23 luglio 1996, fornisce informazioni dettagliate in merito al calcolo effettivo dell’indennità e mira a facilitare un’interpretazione uniforme dell’art. 17. La Relazione, che si ispira al chiaro e trasparente sistema indennitario tedesco, indica i singoli fattori da prendere in considerazione nella valutazione anche dell’”equità” nella pratica, di cui taluni possono risultare a favore di un’indennità più elevata. In considerazione ai criteri di calcolo offerti dalla Relazione, si ritiene che l’indennità di cessazione di fine mandato di agenzia debba essere liquidata nelle tre fasi.
Prima fase. Seguendo le indicazioni della citata Relazione, sarebbe necessario preliminarmente accertare lo “sviluppo della clientela” ascrivibile alla preponente nel periodo di vigenza del mandato di agenzia, dato che costituisce la “base imponibile” sulla quale applicare l’aliquota provvisionale media dell’ultimo anno di rapporto. Il dato di partenza deve corrispondere al fatturato “consegnato” all’agente, con riferimento alla sua zona, al momento della decorrenza del mandato di agenzia, che nelle situazioni nuove avrà la partenza a “zero”. Calcolata l’aliquota media delle provvigioni percepite dalla preponente si individua la provvigione lorda da utilizzare come base di calcolo per determinare l’indennità di cessazione del contratto.
Per quanto attiene alla determinazione della probabile durata dei vantaggi a favore del preponente, la Relazione alla Direttiva considera “di norma” un periodo di due-tre anni, “fino ad un massimo di cinque” e , se dopo la cessazione del rapporto l’agente “non soddisfa più le esigenze degli stessi clienti per gli stessi prodotti” (cfr. la Relazione a pag. 2), i clienti procurati dall’Agente rimarranno alla Preponente; il periodo in questione, se non in misura massima, dovrebbe prudenzialmente essere indicato in un numero calibrato agli effetti. A tale riguardo, merita anche sottolineare che la stessa Relazione, a pag. 3, riconosce espressamente che “il prodursi di un calo del fatturato dopo la risoluzione del contratto non si traduce automaticamente in una riduzione corrispondente del livello di indennità, in quanto il fatturato può diminuire per un calo di qualità dei prodotti o a motivo della concorrenza”, pertanto l’eventuale concomitanza di tali situazioni obiettive non deve pregiudicare le legittime aspettative premiali dell’Agente.
Seconda Fase.
La Relazione precisa che “raramente” la somma viene aggiustata per motivi di equità e che tuttavia gli aspetti da prendere in considerazione debbano essere, tra gli altri, l’eventuale colpa dell’agente. Nel caso di totale assenza di colpa dell’Agente, anche nella decrescita del fatturato complessivamente procurato alla Preponente, si potrebbero ipotizzare sensibili ritocchi in aumento.
Terza fase
All’Agente deve, quindi, essere riconosciuto l’importo calcolato nelle fasi che precedono, con il tetto massimo della media provvisionale nel quinquennio che precede la risoluzione del rapporto. Lo sviluppo compiuto nella comparazione ci muove ad una considerazione: chi deve compiere l’operazione comparativa di quale sia il modo di procedere alla quantificazione prescelta.
Discende dalle norme esaminate che l’agente abbia a dimostrare l’esistenza dei presupposti, mentre spetterà alla parte che vi ha interesse dimostrare come l’effetto di maggior vantaggio si consegua con l’applicazione di quanto illustrato oppure dall’applicazione dell’Accordo Economico Collettivo in vigore.

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