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27 Ottobre 2011

Incedibilità della licenza d’uso software assieme al ramo d’azienda

Di cosa si tratta

Un quesito che abbiamo dovuto affrontare è quello relativo alla possibilità di cedere assieme a un ramo d’azienda, con i beni che lo compongono, anche un software (licenza); sul tema quasi simultaneamente era stata depositata la sentenza della Cassazione N.ro 16041 del 21 luglio 2011, che riconosce la validità del patto limitativo alla circolazione del bene immateriale attraverso l’operazione di cessione del ramo d’azienda che comprenda questo bene.
L’apparenza dell’esistenza nell’azienda del diritto di operare il trasferimento assieme alla cessione del ramo aziendale farebbe arrivare a conclusioni opposte; infatti si deve muovere da un esame più preciso del diritto d’autore, che protegge queste opere; il fatto che all’epoca della cessione il titolare del diritto d’autore avesse compiuto manutenzioni a favore del cessionario, non è sufficiente a rendere lecito un negozio vietato.
Nel caso trattato dalla sentenza, esistendo una valida protezione di diritto di autore sul software ai sensi della legge n. 633 del 1941 (Legge diritto d’autore – LDA), utilizzando il cessionario del ramo d’azienda, senza averne acquistato il diritto mediante licenza rilasciata dal titolare, il giudice d’appello aveva negato che l’attribuzione del diritto si potesse ricavare dalla cessione del ramo d’azienda con l’inerente contratto di licenza, dal momento che il contratto prevedeva espressamente l’incedibilità ovvero la necessità di autorizzazione scritta del titolare, per la sua ulteriore utilizzazione da parte di terzi. Riteneva che una cessione automatica in base all’avvenuta vendita del ramo di azienda fosse esclusa dalla regola di cui al primo comma dell’articolo 2558 cod. civ., attesa la natura personale del diritto configurato, ex lege, come esclusivo rimanendo irrilevante la circostanza per la quale il titolare del diritto, avendo collaborato con la cessionaria, avesse eliminato l’inadempimento. La circostanza secondo il giudice del merito in ogni caso non poteva valere a superare il patto scritto che prevedeva l’incedibilità della licenza.
Contro la sentenza ricorreva per cassazione il cessionario che lamentava la violazione e la falsa applicazione degli articoli 1 e 64 bis della legge numero 633 del 1941 (LDA), nonché dell’art. 2558 del cod. civ., sostenendo che il divieto imposto al contraente di trasferire a terzi autonomamente la sola licenza d’uso del programma non impediva, anche attraverso la cessione del ramo di azienda, che si pervenisse ad una modificazione soggettiva del contraente-utilizzatore. Il contraente cessionario sarebbe subentrato in modo automatico in tutti rapporti contrattuali, compreso quello attributivo della licenza d’uso, e sosteneva, ad impedire l’effetto, sarebbe stata necessaria una pattuizione contenuta nel contratto di cessione di azienda, e dunque tra cedente l’azienda e cessionario della stessa.
La situazione avrebbe fatto propendere per conclusioni opposte in questa vicenda, invece la Cassazione rilevava che l’argomentazione che la ricorrente offre alla Corte, secondo la quale si dovrebbe distinguere, al fine di valutare il portato del patto concluso tra licenziante e licenziatario, il contratto di licenza dal suo oggetto, ovvero dalla licenza stessa, cosicché il divieto di cessione della licenza sarebbe superabile dalla cessione del ramo di azienda, non può essere condivisa.
Unico oggetto del contratto è la concessione di una licenza di uso del software. In sentenza si afferma: “Vi è completa identificazione fra il contratto ed il suo oggetto, nel senso che tutto il rapporto giuridico ha come contenuto semplicemente la gestione del diritto di utilizzazione in questione. Il contratto non ha altro oggetto che quanto in astratto lo tipizza. Dunque il divieto di trasferimento della licenza, pacifico tra le parti che lo contrassero, ma conoscibile e conosciuto dal cessionario il ramo di azienda, in quanto risultante dal titolo in possesso del cedente, poiché integra la funzione economica del negozio, come tale esattamente individuata dal giudice del merito, implica l’impossibilità di una distinzione, nella volontà della parti contraenti, tra contratto ed oggetto che di fatto conduca ad una gestione della licenza stessa e, quindi del software, da parte di soggetto del mercato che non sia identificato e voluto dal titolare del diritto di sfruttamento ai sensi della legge sul Diritto di Autore. Osserva il collegio che le norme della legge suddetta evocate proprio dalla ricorrente a sostegno del primo mezzo, ovvero gli artt. 64 bis e ss, non soccorrono affatto la sua tesi”.
La norma, individuando i diritti esclusivi conferiti dalla legge al titolare del diritto sul software, alla lettera c) recita “qualsiasi forma di distribuzione al pubblico, del programma per elaboratore …”. “Qualsiasi forma” è espressione con la quale la legge, attesa la particolare personalità del diritto, legato alla inventiva sua tipica e, in quanto diritto di autore, assistito anche da una forma di tutela ulteriore a quella dei cosiddetti beni materiali, qual è il diritto morale, stabilisce il pieno ed illimitato dominio del titolare anche nel determinarne l’uso da parte di terzi ed anche di limitarne la concreta gestione nel mercato.
L’art. 64 ter, mentre stabilisce che “salvo patto contrario”, non sono soggette ad autorizzazione del titolare dei diritti le attività indicate alle lettere a) e b) del predetto art 64 bis (lettere nelle quali si enumerano le forme concrete di utilizzazione del software che integrano l’effettività della concessione a terzi da parte del titolare, non menziona la predetta lettera c). Dunque quanto alle forme della distribuzione al pubblico, sono lasciate alla esclusiva volontà del titolare che nella eventuale licenza di uso può determinarsi a tutelare sue particolari esigenze, ovvero a garantire usi specifici, ovvero a negare quelli che ritiene di non dovere autorizzare, senza che a giustificare una pretesa di autonoma determinazione da parte del licenziatario possano valere ragioni di impresa o la logica del miglior sfruttamento del diritto concesso, come invece stabilito a proposito delle predette prime due lettere dell’art. 64 bis.
Per la Cassazione il principio di cui al primo comma dell’art. 2558 c.c. è stato correttamente adattato alla particolarità della vicenda da parte del giudice del merito.
La Cassazione rende conto di quell’orientamento che valuta i contratti d’impresa in modo, diciamo, più permissivo, considerando i beni aziendali che si trasferiscono con la cessione della azienda in modo automatico. Ritiene invece che così non possa essere quando si tratti del diritto di autore, in quanto la normativa giustifica la conclusione per la quale “pattuizione diversa”, capace di evitare il trasferimento della licenza di uso di un diritto di autore, possa essere anche quella tra il titolare del diritto ed il suo contraente licenziatario, oltre a quella, pure possibile, tra cedente e cessionario della azienda. Anche ad evitare il paradosso che si realizzerebbe ove si riconoscesse al solo cedente l’impresa di dare luogo ad una pattuizione di esclusione del trasferimento del diritto in questione, giacché si consentirebbe a chi ha accettato di non possedere tale potere, di utilizzarlo, ed a dispetto di una evidenza contrattuale, ma sempre acquisibile dal contraente la cessione di azienda, attesa la previsione dell’art. 110 della LDA, che impone la forma scritta dei patti di trasferimento.
Né può supplire la previsione del comma secondo dell’art. 2558 c.c., che prevede il recesso per giusta causa da parte del terzo contraente (il titolare del diritto di autore licenziante), in quanto tale rimedio sarebbe un meno sottoposto alla verifica del presupposto della giusta causa, mentre “l’esclusività del diritto di autore, per rimanere tale, deve trovare tutela nella efficacia di una volontà espressa del suo titolare verso ogni possibile forma di sfruttamento”.
Né può trarsi argomento contrario dal principio generale di cui all’art. 1379 c.c., relativo al divieto pattizio di alienazione, la cui validità è soggetta a stringenti limitazioni.
Emerge la convivenza di due diritti, quello del concessionario allo sfruttamento economico e quello del titolare del diritto e del suo interesse a che lo sfruttamento avvenga nella forma che ritiene di pattuire. Dunque l’art. 2558 del codice civile, dove al primo comma chiarisce che l’acquirente dell’azienda subentra nei contratti stipulati per l’esercizio dell’azienda stessa “se non è pattuito diversamente”, consente di prendere in considerazione proprio quelle situazioni nelle quali esplicitamente le parti hanno voluto stabilire la non cedibilità “ulteriore” di un diritto già ceduto.
La pattuizione limita la circolazione del diritto di sfruttamento affidandola ad atti ai quali il titolare deve partecipare e nega che la cessione del diritto possa avvenire altrimenti da un negozio direttamente rivolto ad essa, ovvero attraverso uno strumento più ampio il cui oggetto sono tutti i contratti relativi all’esercizio di una impresa mediante una specifica azienda.

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