Categorie approfondimento: Lavoro
9 Settembre 2014

Impugnazione del trasferimento del ramo d’azienda da parte dei lavoratori

Di cosa si tratta

Una recente sentenza della Corte di cassazione ci permette di tornare a parlare del trasferimento del ramo d’azienda, tema già varie volte approfondito anche in ragione della rilevanza che gli aspetti fiscali e fallimentari possono assumere. In questa sede approfondiremo il tema analizzandone gli aspetti più vicini alla sfera lavoristica.
La vicenda decisa dalla Corte con la sentenza n. 18675 del 4 settembre 2014 consiste nella cessione di un (apparente) ramo d’azienda e dei relativi lavoratori i quali, tuttavia, hanno contestato l’operazione sostenendo l’insussistenza dei presupposti della cessione, con la conseguente illegittimità del trasferimento del rapporto di lavoro a un soggetto terzo e l’assoluta inapplicabilità dell’art. 2112 cod. civ.. Da quanto riportato in sentenza pare evidente che i dipendenti si siano scontrati con il tentativo della società datrice di lavoro di operare una ristrutturazione aziendale creando un “ramo d’azienda”, in precedenza inesistente, da usare come strumento per ottenere la fuoriuscita di lavoratori in eccesso.
A conferma di quanto appena detto i dipendenti hanno contestato (circostanza poi confermata dalla sentenza) di non essere mai appartenuti al ramo d’azienda ceduto e di non aver mai svolto le mansioni e le attività caratterizzanti il preteso ramo. Peraltro nessun elemento di prova in senso contrario è stato fornito dalla società nel corso del processo.
Ebbene, un primo aspetto interessante è che nella sentenza la Corte conferma la legittimità dell’azione espletata dai lavoratori innanzi ai Tribunale di merito al fine di accertare l’insussistenza della cessione del ramo d’azienda ex art. 2112 cod. civ.. Infatti, differentemente da quanto sostenuto dalla società cedente, gli ermellini hanno affermato che il lavoratore “nell’ipotesi in cui non sia configurabile un trasferimento di ramo d’azienda, ha un interesse giuridicamente apprezzabile alla declaratoria di inefficacia di tale trasferimento e della cessione del contratto di lavoro”. I lavoratori pertanto hanno un vero e proprio interesse ad agire, presupposto indefettibile per l’esercizio di un’azione.
Per quel che concerne invece il tema della configurabilità, nel caso in esame, della cessione del ramo d’azienda la Corte si è espressa uniformemente alle decisioni precedenti. Ha infatti affermato che per ramo d’azienda “ai sensi dell’art. 2112 cod. civ., come tale suscettibile di autonomo trasferimento riconducibile alla disciplina dettata per la cessione dell’azienda, deve intendersi ogni entità economica organizzata in maniera stabile la quale, in occasione del trasferimento, conservi la sua identità. Il che presuppone una preesistente realtà produttiva autonoma e funzionalmente esistente, e non anche una struttura produttiva creata ad hoc in occasione del trasferimento, o come tale identificata dalle parti del negozio traslativo”.
La Corte chiarisce che il ramo d’azienda oggetto del trasferimento non può quindi essere creato artificiosamente e funzionalmente alla cessione bensì deve essere caratterizzato dalla preesistenza della realtà produttiva e dalla esistenza di una reale funzione. Inoltre il fatto che le parti (cedente e cessionario) qualifichino come “trasferimento del ramo d’azienda” il negozio traslativo non vale di per sé ad attribuire a quanto oggetto di cessione la natura di “ramo d’azienda”.
La sentenza procede poi affermando che è “preclusa l’esternalizzazione come forma incontrollata di espulsione di frazioni non coordinate fra loro, di semplici reparti o uffici, di articolazioni non autonome, unificate solamente dalla volontà dell’imprenditore e non dall’inerenza dei rapporti di lavoro ad un ramo d’azienda già costituito”.
Da quanto detto consegue che si applica l’art. 2112 cod. civ. qualora si sia in presenza di un settore dell’azienda con autonomia funzionale di beni e strutture già esistenti al momento del trasferimento, dunque non solo teorica o potenziale.
In presenza di tali presupposti si considerano far parte del ramo d’azienda anche i dipendenti che prestano la loro attività per la produzione di beni e servizi del ramo, e quindi anche i loro rapporti vengono trasferiti dal cedente al cessionario ai sensi dell’art. 2112 cod. civ. senza che vi sia la necessità del loro consenso.

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