Categorie approfondimento: Commerciale e industriale
20 Ottobre 2008

Importazioni parallele

Di cosa si tratta

La sentenza della Cassazione, sezione prima in data 21 dicembre 2007, n. 27081, interviene sul tema delle importazioni parallele, riteniamo in modo originale e nuovo, aprendo a nuove considerazioni sul punto.
Il fenomeno consiste nell’acquisto di prodotti in un Paese dove costano di meno e li si vanno ad immettere in commercio in altro Paese a un prezzo inferiore da quello che viene normalmente praticato. In sé questa è la regola usuale del commercio cioè il cercare di comperare al migliore prezzo, ma si riferisce nel nostro caso a prodotti che abbiano un canale di distribuzione previsto dal produttore, una protezione esistente di marchio o da altro elemento che protegga il prodotto nel territorio di destinazione.
Le importazioni parallele possono essere distinte:

  • in quelle che hanno a base della protezione l’esistenza di un marchio, diritti d’autore, disegni; il diritto del Paese di tutela può consentire o meno al titolare di tali diritti di protezione di opporsi, sulla base di diritti immateriali, alle importazioni di merci che vengono messe in commercio di provenienza estera, da lui stesso o da terzi che ha autorizzato (principio dell’esaurimento);
  • in quelle che per l’introduzione nel Paese è necessaria una omologazione o un’autorizzazione nazionale (farmaci, armi, veleni, prodotti geneticamente modificati).

Parlando del primo tipo, il titolare dei diritti reagirà all’introduzione nel Paese di prodotti che sono stati destinati ad altro paese non comunitario in quanto non si è verificato il c.d. esaurimento del diritto di marchio previsto dall’art. 5 del Codice della Proprietà intellettuale.
Invero l’operazione descritta non si sostanzia in una contraffazione in senso letterale del marchio quando il marchio è vero, è esistente, è correttamente apposto dal produttore; la differenza sta al piano dell’immissione nel commercio che avviene contro regole che il titolare non avrebbe voluto vedere violate.
Questo è il centro della richiamata sentenza che, anziché fondare la propria decisione sul fatto che l’immissione rappresenti una violazione della disciplina dei marchi, ravvisa invece un atto di concorrenza sleale ai sensi dell’art. 2598, n. 3) cod. civ., che vede il compimento di atti di concorrenza sleale nella condotta di chi “si avvale direttamente o indirettamente di ogni altro mezzo non conforme ai principi della correttezza professionale e idoneo a danneggiare l’altrui azienda”.
La vera contrarietà alle norme in materia di marchi infatti non è esistente sulla base del bene in sé, ma del fatto che per l’art. 20 i prodotti destinati ai Paesi extracomunitari non hanno il consenso dell’avente diritto al marchio per la loro immissione sul mercato comunitario; la norma precisa anche quali modalità di utilizzazione del marchio sono riservate all’avente diritto e quindi costituiscono contraffazione se le attività vengono compiute da un soggetto che non è autorizzato a farlo (“importare o esportare prototti contraddistinti dal segno”).
Alla nozione di contraffazione si riportano tanti comportamenti e tra questi vi è la violazione dei diritti esclusivi del titolare del marchio; è la volontà del titolare del marchio determinante in ordine all’illiceità della condotta. Immettere in un mercato un prodotto che il titolare del marchio non voleva che fosse introdotto integra la contraffazione.
Una delle conclusioni che deriva dalla riconduzione a diversa norma (art. 2598, n. 3) cod civ.) è il diverso sistema sanzionatorio, che è meno forte e forse meno adeguato nella concorrenza sleale.

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