22 Gennaio 2019

Il reato di sottrazione al pagamento delle imposte

Operare in funzione di risultare nullatenente per sottrarsi al pagamento delle imposte è un reato ed è espressamente previsto dal D.lgs. 24 settembre 2015, n. 158, recante misure per la revisione del sistema sanzionatorio tributario, in attuazione della delega fiscale. Il testo normativo prevede varie figure di reato (dai delitti in materia di dichiarazione ed altri raggiri, la dichiarazione infedele, l’omessa dichiarazione, gli effetti derivanti dai documenti usati, il concorso di altre persone, l’occultamento e la distruzione di documenti, l’omesso pagamento di ritenute dovute o certificate, l’omesso versamento dell’iva, l’indebita compensazione) per le quali sono previste sanzioni penali di rilievo, senza dimenticare che vi sono pene accessorie e l’adozione della confisca dei beni che ne rappresentano il profitto.
Il tema è veramente molto ampio e ci limitiamo a considerare l’operazione dell’imprenditore che, per spogliarsi dei beni, li trasferisce a un’altra società gestita dai familiari con i debiti legati a dipendenti e banche, ad eccezione delle sole passività erariali, compiendo un atto finalizzato a sottrarre le attività della debitrice al soddisfacimento della pretesa tributaria.
Intrinsecamente non è spiegabile la condotta
che rappresenta un’operazione anomala estranea alla prassi commerciale e alla logica economica, perché non prevede il trasferimento di debiti tributari a fronte del trasferimento di tutte le attività.
Di questo si è occupata la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 52158 del 20 novembre 2018, con cui ha rigettato il ricorso di un indagato, confermando il decreto di sequestro preventivo emesso per il reato di sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte di cui all’art. 11 del Dlgs 74/2000, che prevede: “E’ punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni chiunque, al fine di sottrarsi al pagamento di imposte sui redditi o sul valore aggiunto ovvero di interessi o sanzioni amministrative relativi a dette imposte di ammontare complessivo superiore ad euro cinquantamila, aliena simulatamente o compie altri atti fraudolenti sui propri o su altrui beni idonei a rendere in tutto o in parte inefficace la procedura di riscossione coattiva. Se l’ammontare delle imposte, sanzioni ed interessi è superiore ad euro duecentomila si applica la reclusione da un anno a sei anni”.
Il giudizio era stato incardinato dal tribunale che aveva confermato il decreto di sequestro preventivo emesso nei confronti dell’amministratore di una Srl in relazione al reato di sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte di cui all’art. 11 del Dlgs 74/2000.
In fatto l’imprenditore veniva accusato di aver utilizzato due contratti di cessione di rami di azienda, senza effettuare l’accollo dei debiti tributari e a prezzo inferiore al valore effettivo, depauperando il patrimonio della società debitrice nei confronti della pretesa dell’amministrazione finanziaria.
In Cassazione l’imputato sosteneva che dagli atti non emergeva la natura fraudolenta degli atti contestati, che erano da considerare effettivi e non simulati, per un corrispettivo congruo, senza perdita della garanzia da parte dell’erario.
Inoltre il tribunale avrebbe dovuto considerare l’ampliamento della garanzia con l’estensione della responsabilità (solidale) al cessionario, per i debiti tributari della cedente e che l’agente della riscossione poteva assoggettare a esecuzione i beni ceduti.
La Cassazione ha ritenuto che la sottrazione fraudolenta sia un reato di pericolo in quanto non richiede che l’amministrazione tributaria abbia già compiuto un’attività di verifica, accertamento o iscrizione a ruolo né richiede, che nella previgente previsione era essenziale ai fini della configurabilità del reato, la sussistenza di una procedura di riscossione in atto e la effettiva vanificazione della riscossione tributaria coattiva in quanto l’esecuzione esattoriale non configura più un presupposto della condotta illecita, che è prevista come evenienza futura che la condotta tende a neutralizzare.
È dunque sufficiente l’idoneità della condotta a rendere inefficace, anche solo parzialmente, la procedura di riscossione e non anche l’effettiva verifica dell’evento. Il bene giuridico protetto va individuato nella garanzia generica patrimoniale offerta al Fisco dai beni dell’obbligato, tenuto conto che il debitore, ex articolo 2740 cc, risponde dell’adempimento delle proprie obbligazioni con tutti i suoi beni presenti e futuri.
La Cassazione ricorda che, ai fini della integrazione del reato di sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte, l’alienazione è “simulata”, finalizzata a creare una situazione giuridica apparente diversa da quella reale, quando il programma contrattuale non corrisponde deliberatamente in tutto (simulazione assoluta) o in parte (simulazione relativa) alla effettiva volontà dei contraenti. Quando il trasferimento dei beni sia effettivo, la relativa condotta non può essere considerata quale atto simulato, ma deve essere valutata esclusivamente quale possibile “atto fraudolento”, idoneo a rappresentare una realtà falsa e a mettere a repentaglio o comunque ostacolare il recupero del bene da parte dell’Erario.
Occorre anche che il pregiudizio arrecato non sia immediatamente percepibile in ragione della condotta fraudolenta che, nel caso di atti a titolo oneroso, si verifica allorquando non vi sia un controvalore effettivo in danaro o in altra utilità ovvero si tratti di un atto a titolo gratuito (come per la donazione, la costituzione di un fondo patrimoniale) che dà conferma dell’assenza di un vantaggio economico.
La fraudolenza consiste nella strumentalizzazione di negozi leciti allo scopo di lasciare nel patrimonio del debitore solamente i debiti di natura fiscale per sottrarsi all’esecuzione esattoriale o comunque per renderla più difficoltosa.
La Cassazione esclude che la responsabilità solidale del cessionario impedisca che l’esecuzione sia resa maggiormente difficoltosa, in quanto il creditore non solo ha l’onere di rivolgersi al cessionario solo dopo aver preventivamente escusso il patrimonio del cedente, ma soggiace alle limitazioni di responsabilità del cessionario previste dall’art. 14 del Dlgs 472/1997 (cfr.: nel sito: “Cessione d’azienda: la responsabilità del cessionario nei confronti del fisco“), secondo cui la responsabilità di quest’ultimo è limitata, salvo il caso della prova dell’intento fraudolento, alle imposte e sanzioni riferibili all’anno in cui è avvenuta la cessione e ai due antecedenti e al debito risultante, alla data del trasferimento, dagli atti dell’amministrazione finanziaria.
La Cassazione con sentenza n. 29243/2017 ha precisato che, dopo aver ricevuto l’accertamento fiscale, chi cede le quote o pone in essere atti di conferimento d’azienda, costringendo l’amministrazione finanziaria ad instaurare un’azione revocatoria per recuperare il suo credito, rende in tal modo più difficoltosa l’operazione di riscossione del credito.

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