Categorie approfondimento: Credito e banche
25 Maggio 2014

Il cumulo degli interessi corrispettivi e moratori nel mutuo per l’ABF

Di cosa si tratta

L’Arbitro Bancario Finanziario (ABF) in sede di Collegio di Coordinamento in data 19 marzo 2014 è tornato sul tema della possibilità di cumulare il tasso di interesse pattuito e il tasso di mora di un rapporto di conto corrente con aperura di credito al fine di stabilirne l’eventuale usurarietà. Sul punto normalmente il riferimento giurisprudenziale è quello dato dalla Cassazione con la sentenza del 9 gennaio 2013, n. 350, che affermerebbe la possibilità di compiere l’operazione.
Abbiamo trattato già il tema (nel sito: “Il cumulo degli interessi corrispettivi e moratori per il collegio di coordinamento dell’ABF”) per altro provvedimento adottato in pari data relativo ad un rapporto di conto corrente con apertura di credito e non intendiamo ripeterci, ma evidenziare le differenze tra le due pronunzie che per quella commentata ora fa riferimento a un contratto di credito fondiario (Coll. N. 2666).
Rilevava l’ABF che nel mutuo il decorso degli interessi moratori sostituisce quello degli interessi corrispettivi soltanto a partire dal giorno in cui il mutuante provochi la risoluzione del contratto per l’inadempimento del mutuatario. Quest’ultimo deve allora provvedere «alla immediata restituzione della quota di capitale ancora dovuta, ma non al pagamento degli interessi conglobati nella semestralità a scadere, dovendosi calcolare, sul credito così determinato, gli interessi di mora a un tasso corrispondente a quello contrattualmente pattuito, se superiore al tasso legale, secondo quanto previsto dall’art. 1224, 1° co., c.c.» (Cass. civ., sez. un., 19 maggio 2008, n. 12639). Ciò non toglie che il mutuatario resti obbligato «al pagamento integrale delle rate già scadute» prima della risoluzione del contratto per il suo inadempimento: sarà obbligato al pagamento degli interessi moratori non soltanto sulla quota di capitale, ma anche su quella di interessi che è incorporata in ciascuna delle rate già scadute. In tal senso, si è più recentemente pronunciata anche Cass. civ., sez. I, 25 settembre 2013, n. 21885: «In tema di mutuo fondiario è prevista la decorrenza automatica degli interessi corrispettivi maturati alle singole scadenze e l’applicabilità degli interessi di mora sugli importi a tale titolo dovuti, al pari del capitale versato».
Quanto dovuto dal mutuatario a titolo di interessi corrispettivi produce a sua volta interessi moratori, verificandosi un fenomeno di anatocismo ai sensi dell’art. 120, 2° co., t.u.b. Se ne trova una conferma nella deliberazione che, proprio sulla base di tale disposizione di legge, è stata emanata dal CICR il 9 febbraio 2000 (Modalità e criteri per la produzione di interessi sugli interessi scaduti nelle operazioni poste in essere nell’esercizio dell’attività bancaria e finanziaria (art. 120, 2° co., del TUB, come modificato dall’art. 25 del D.Lgs. n. 342/1999), il cui art. 3, 1° co., così prevede: «Nelle operazioni di finanziamento per le quali è previsto che il rimborso del prestito avvenga mediante il pagamento di rate con scadenze temporali predefinite, in caso di inadempimento del debitore l’importo complessivamente dovuto alla scadenza di ciascuna rata può, se contrattualmente stabilito, produrre interessi a decorrere dalla data di scadenza e sino al momento del pagamento…».
E’ evidente che, rispetto alle rate scadute, gli interessi moratori (non si sostituiscono, ma) vengono ad aggiungersi a quelli corrispettivi; consegue che, ove l’art. 644, 4° co., c.p. fosse ritenuto applicabile anche agli interessi moratori, il loro tasso dovrebbe essere sommato a quello degli interessi corrispettivi convenuti tra le parti contraenti, al fine di accertare se sia stato superato il limite posto dall’art. 644, 3° co., c.p. e dall’art. 2, 4° co., della legge n. 108 del 1996.
Potrebbe obbiettarsi che il dettato dell’art. 644, 1° co., c.p. stabilisce che possano essere usurari gli interessi dati o promessi «in corrispettivo di una prestazione di denaro o di ogni altra utilità», ossia quegli interessi che si qualificano come corrispettivi, in quanto costituiscono la prestazione sinallagmatica della dazione di una somma di denaro da parte del mutuante e del suo passaggio in proprietà del mutuatario, ai sensi dell’art. 1814 c.c. Tali non sono gli interessi moratori, i quali, secondo quanto si desume in modo inequivoco fin dalla rubrica dell’art. 1224 c.c., costituiscono una preventiva e forfetaria liquidazione del danno risarcibile che l’inadempimento di un’obbligazione pecuniaria ha cagionato al creditore.
Né varrebbe in contrario osservare che il menzionato art. 1, 1° co., del d.l. n. 394 del 2000, provvedendo a interpretare autenticamente l’art. 644 c.p. e l’art. 1815, 2° co., c.c., avrebbe chiarito che possono essere usurari gli interessi promessi o comunque convenuti «a qualunque titolo», e pertanto anche quelli moratori.
Già il dettato dell’art. 644, 1° co., c.p. fa riferimento agli interessi che una parte «si fa dare o promettere, sotto qualsiasi forma», ma ciò non toglie che essi siano solo quelli corrispettivi: l’inciso finale dell’espressione legislativa chiarisce che possono essere usurari anche quegli interessi (corrispettivi) che siano dissimulati o che, in frode al divieto imperativo posto dalla medesima disposizione di legge, siano convenuti in un patto aggiunto o contrario al contratto stipulato tra le parti. Poiché l’espressione di interessi «promessi o comunque convenuti, a qualunque titolo» che è impiegata dall’art. 1, 1° co., del d.l. n. 394 del 2000 non risulta avere un significato diverso, si deve ritenere che l’entrata in vigore di quest’ultimo provvedimento legislativo non abbia ampliato l’ambito oggettivo di applicazione dell’art. 644 c.p. e dell’art.1815, 2° co., c.c. a una categoria di interessi (quelli moratori) che non vi rientrava.
In realtà, l’autonomo contenuto precettivo dell’art. 1, 1° co., del d.l. n. 394 del 2000 è consistito nel limitare l’applicazione delle disposizioni legislative agli interessi (corrispettivi) che fossero usurari al giorno in cui essi sono promessi o comunque convenuti «a qualunque titolo», escludendo invece che esse siano applicabili agli interessi (corrispettivi) che siano divenuti usurari durante l’esecuzione del contratto.
Ciò risulta chiaro, se si considera che i presupposti di necessità e di urgenza per l’emanazione del decreto-legge sono individuati negli «effetti che la sentenza della Corte di cassazione n. 14899/2000 può determinare in ordine alla stabilità del sistema creditizio nazionale»: gli effetti di tale sentenza si riferiscono all’usurarietà c.d. sopravvenuta degli interessi corrispettivi, non riguardando invece quelli moratori.
La tesi secondo la quale il tasso degli interessi moratori non è suscettibile di determinare il superamento del limite posto dall’art. 644, 3° co., c.p. e dall’art. 4, 2° co., l. n. 108 del 1996 risulta coerente con quanto statuito dall’art. 19, 2°, della direttiva n. 2008/48/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 23 aprile 2008 relativa ai contratti di credito ai consumatori e che abroga la direttiva n. 87/102/CEE, secondo il quale «al fine di calcolare il tasso annuo effettivo globale, si determina il costo totale del credito al consumatore, ad eccezione di eventuali penali che il consumatore sia tenuto a pagare per la mancata esecuzione di uno qualsiasi degli obblighi stabiliti nel contratto di credito e delle spese, diverse dal prezzo d’acquisto, che competono al consumatore all’atto dell’acquisto, in contanti o a credito, di merci o di servizi». In termini analoghi, l’art. 4, n. 13), della proposta di direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio in merito ai contratti di credito relativi a immobili residenziali (COM(2011)142), che è stata approvata dal Parlamento europeo il 10 settembre 2013, espressamente prevede che dal costo totale del credito «sono escluse eventuali penali pagabili dal consumatore per la mancata esecuzione degli obblighi stabiliti nel contratto di credito».
Infatti, «il calcolo del tasso annuo effettivo globale è fondato sull’ipotesi che il contratto di credito rimarrà valido per il periodo di tempo convenuto e che il creditore e il consumatore adempiranno ai loro obblighi nei termini ed entro le date convenuti nel contratto di credito» (art.19, 3° paragrafo, direttiva 2008/48/CE).
La Banca d’Italia ha riconosciuto che “anche gli interessi di mora sono soggetti alla normativa anti-usura”, con la precisazione che, per essi, l’usura andrebbe accertata sulla base di un tasso soglia diverso, risultante dalla maggiorazione di 2,1 punti percentuali dei tassi globali medi periodicamente rilevati e pubblicati con D.M. dell’Economia ai sensi dell’art. 2, co. 1, n. 108 del 1996 (Chiarimenti del 3 luglio 2013); maggiorazione che corrisponde a quella rilevata come “mediamente stabilita contrattualmente per i casi di ritardato pagamento”, a seguito un’indagine statistica eseguita nel 2002 “a fini conoscitivi” dalla Banca d’Italia e dall’Ufficio Italiano Cambi.
Deve escludersi che la determinazione convenzionale degli interessi moratori sfugga, sotto il profilo quantitativo, ad ogni controllo di legittimità.; la determinazione convenzionale degli interessi moratori realizza una liquidazione preventiva e forfetaria del danno risarcibile e può essere quindi assimilata alla clausola penale.
Da ciò consegue che, laddove il tasso convenzionale degli interessi moratori sia manifestamente eccessivo, potrà essere diminuito equamente dal giudice, ai sensi dell’art. 1384 c.c., anche d’ufficio (Cass. sez. un. 13 settembre 2005, n. 18128). Fermo restando che rispetto ai consumatori la “manifesta eccessività” rende la clausola determinativa, che non sia stata oggetto di trattativa, fino a prova contraria “abusiva” e nulla (art. 33, co. 2, lett. f), d.lgs. n. 206/05, in relazione all’art. 36 dello stesso decreto).
Le conseguenze della eccessività del tasso convenuto vengono ad incidere solo sugli interessi moratori (art. 1224 c.c.) e non anche su quelli corrispettivi inglobati nelle rate già scadute (art. 1282 c.c.), ai quali quelli moratori vengono a sommarsi, a partire dalla data della mora.
Nel giudizio oggetto di commento viene affrontato con riferimento ad una ipotesi di mutuo con piano di ammortamento pluriennale, a tasso fisso e rate costanti, contratto da soggetti qualificabili quali “consumatori”. La diversità delle fattispecie oggetto di contestazione, anche per la differente qualificazione dei ricorrenti, comporta la necessità di tenere presenti le conclusioni e le peculiarità di quella in esame.
Sembra che deponga a favore la Cassazione, 9 gennaio 2013, n. 350, pur correntemente addotta a fondamento di doglianze del tipo di quelle qui prospettate. Emerge come la Cassazione abbia inteso semplicemente ribadire che gli interessi moratori devono essere assoggettati al vaglio di usurarietà al pari di quelli corrispettivi, la relativa verifica risultando effettuata assumendo, per confrontare la relativa misura col “tasso soglia”, il tasso convenuto autonomamente considerato.
In effetti, la previsione contrattuale del carattere sostitutivo e alternativo della prestazione degli interessi moratori rispetto a quella avente ad oggetto gli interessi corrispettivi vale a rendere logicamente errata ogni operazione di “sommatoria” dei relativi tassi in fattispecie come quella esaminata nella decisione n. 1875/2014. Una questione di cumulo di interessi corrispettivi e moratori potrebbe porsi in relazione alla peculiare operatività degli effetti dell’inadempimento del mutuatario nei contratti del tipo di quello qui in esame. Nell’art. 4, co. 3, del contratto di mutuo si specifica che “su ogni somma dovuta, a qualsiasi titolo, in dipendenza del presente contratto e dei relativi allegati – e quindi anche a seguito di risoluzione del medesimo – e non pagata, vanno corrisposti dal giorno di scadenza gli interessi di mora a carico della parte mutuataria a favore della Banca. Su detti interessi non è consentita la capitalizzazione periodica”.
Il ragionamento fondato sul carattere sostitutivo del decorso degli interessi moratori rispetto a quello degli interessi corrispettivi appare decisivo solo nel caso di risoluzione del contratto per inadempimento del mutuatario. In tal caso, sulla parte di capitale residua saranno dovuti gli interessi di mora al tasso convenzionale (e “non anche gli interessi conglobati nelle rate a scadere”). Il mutuatario resta obbligato a corrispondere l’ammontare delle rate già scadute prima della risoluzione del contratto, dovendo pagare gli interessi (moratori) anche sul relativo importo, comprensivo, per ogni singola rata, di una quota di capitale e di una quota di interessi corrispettivi. Ed un simile meccanismo ricorre ogniqualvolta sia prevista la corresponsione di interessi (moratori) sull’ammontare complessivo di rate scadute rimaste inadempiute: ciò secondo quanto originariamente disposto dalla specifica disciplina in materia di mutui fondiari (art. 14 D.P.R. 21 gennaio 1976, n. 7) e poi, in termini generali, consentito, “se contrattualmente stabilito” dall’art. 3, co. 1, della Delibera CICR del 9 febbraio 2000, adottata in attuazione dell’art. 120, co. 2, TUB.
La disposizione prevede che “nelle operazioni di finanziamento per le quali è previsto che il rimborso del prestito avvenga mediante il pagamento di rate con scadenze temporali predefinite, in caso di inadempimento del debitore l’importo complessivamente dovuto alla scadenza di ciascuna rata può, se contrattualmente stabilito, produrre interessi dalla data di scadenza e sino al momento del pagamento. Su questi interessi non è consentita la capitalizzazione periodica” e il contratto in esame si richiama, nel relativo art. 4, co. 4, alla disciplina del CICR.
Essendo compreso nell’importo della rata scaduta una quota di interessi corrispettivi, il meccanismo, ove ricondotto alla prospettiva anatocistica, potrebbe ipotizzarsi dar luogo ad un peculiare profilo di portata alquanto limitata nella ricostruzione, ad es., di Tribunale Milano, 28 gennaio 2014 di “sommatoria” di interessi corrispettivi e moratori, “al fine di accertare se sia superato il limite posto dall’art. 644, co. 3, c.p. e dell’art. 2, co. 4, della legge n. 108 del 1996”. Ciò “ove l’art. 644, co. 4, c.p. fosse ritenuto applicabile anche agli interessi moratori”.
Ove si ritenga che, a seguito dell’inadempimento la rata scaduta debba considerarsi ormai quale oggetto di un debito unitario, sembrerebbe risultare superato il problema della possibile rilevanza di una “sommatoria” dei due tipi di interesse. In ogni caso, per sgomberare il campo da qualsiasi dubbio, è da ritenere imporsi come necessario l’approfondimento della problematica relativa alla valutabilità o meno delle previsioni contrattuali concernenti gli interessi moratori, e, all’esito di tale indagine, dovranno essere adeguatamente vagliate le opportunità di tutela del mutuatario offerte da meccanismi diversi e, in particolare, da quello, per sua natura caratterizzato da peculiare duttilità, di cui all’art. 1384 c.c.
La nozione di “interesse usurario” finisce per dipendere da un simile procedimento di determinazione in una misura “certa” dei tassi usurari. E ciò avviene sulla base di dati che vengono rilevati a tal fine per categorie omogenee di operazioni creditizie, partendo da segnalazioni che gli intermediari debbono inviare alla Banca d’Italia, seguendo istruzioni all’uopo emanate. Espressamente esclusi sono “gli interessi di mora e gli oneri assimilabili contrattualmente previsti per il caso di inadempimento di un obbligo”. La esclusione è costantemente ripresa anche nei decreti ministeriali che periodicamente “rilevano” il TEGM, disponendone la pubblicazione nella G.U..
Se la nozione di “interesse usurario”, in applicazione del vigente sistema normativo, viene ad essere così determinata, anche ai fini civilistici, non può che assumere rilevanza decisiva la circostanza del risultare estranei gli interessi moratori dall’insieme delle voci di costo del credito che confluiscono nella individuazione dei “tassi soglia”. Tra i due insiemi, vi deve essere una simmetria, sia sotto il profilo della composizione dell’insieme, sia sotto il profilo cronologico. Rileva solo se una certa voce di costo del credito sia effettivamente presa in considerazione nelle rilevazioni che sfociano nella identificazione del “tasso soglia”. Risulta scorretto calcolare nel costo del credito i tassi moratori che non sono presi in considerazione per la determinazione dei “tassi soglia”, perché in tutti e due i casi si tratta di fare applicazione del medesimo principio di simmetria.
L’orientamento tendente ad includere gli interessi moratori nelle valutazioni concernenti il carattere usurario degli interessi sembra trovare significativi ostacoli.
Ci si riferisce al rilievo che pare da conferire al dover essere il limite e la sanzione che formano oggetto dell’art. 1815, co. 2, c.c. evidentemente riferiti alla previsione, nel primo comma della stessa disposizione, della naturale fruttuosità del mutuo e agli interessi corrispettivi.
Di fronte ad un simile quadro normativo complessivo, tende a perdere valore l’argomento testuale su cui finiscono col far leva le decisioni che prendono posizione nel senso dell’interpretazione più estensiva del riferimento legislativo agli “interessi”. Si allude alla formulazione dell’art. 1, co. 1, legge 28 febbraio 2001, n. 24 (di “interpretazione autentica della legge n. 108 del 7 marzo 1996”), secondo cui “ai fini dell’applicazione dell’art. 644 c.p. dell’art. 1815, 2 co., si intendono usurari gli interessi che superano il limite stabilito dalla legge nel momento in cui essi sono promessi o comunque convenuti, a qualunque titolo, indipendentemente dal momento del loro pagamento”.
Da una parte, la disposizione non si può ritenere avere avuto l’intenzione di “ampliare l’ambito oggettivo di applicazione dell’art. 644 c.p. e dell’art. 1815, co. 2, c.c.”, dall’altra l’impiego della espressione “a qualunque titolo” può essere riferito alla fonte convenzionale dell’interesse e, quindi, come “inteso a sanzionare qualunque modalità di pattuizione di interessi corrispettivi contra legem, tale essendo l’oggetto della norma interpretata”.
In realtà, appare controvertibile quello che appare il fondamento della pronuncia da ultimo citata, dell’essere già presente nel sistema “un principio di omogeneità di trattamento degli interessi, pur nella diversità di funzione”, come emergerebbe dall’art. 1224, co. 1, c.c., “nella parte in cui prevede che se prima della mora erano dovuti interessi in misura superiore a quella legale, gli interessi sono dovuti nella stessa misura”. In effetti è l’art. 1224 c.c. a far emergere quella specificità della funzione degli interessi moratori che vale a differenziarli radicalmente rispetto agli interessi corrispettivi.
Proprio la puntualizzazione in ordine alla funzione della “convenzione” relativa agli interessi moratori consente anche di porre fuori gioco le eventuali pattuizioni che si risolvano in una utilizzazione abusiva dello strumento. Si allude alle pattuizioni consistenti nella fissazione di termini di adempimento congegnati – in particolare sotto il profilo della brevità del termine – in modo tale da porre il mutuatario in posizione di immediato ed inevitabile inadempimento (prospettiva indicata dalla Cassazione penale, 5 febbraio 2013, n. 5683, la quale, dopo avere negato, in linea di principio, che la clausola penale possa “essere considerata come parte di quel ‘corrispettivo’ che previsto dall’art. 644 c.p. può assumere carattere di illiceità”, ha escluso il caso “in cui le parti, con la ‘clausola penale’ non abbiano dissimulato il pagamento di un corrispettivo (usurario), attraverso un ‘simulato’ e ‘preventivo’ inadempimento”).
In tal caso può essere evocata la disciplina della “frode alla legge”, di cui all’art. 1344 c.c.. Al giudizio di illiceità della causa della pattuizione conseguirà il pieno dispiegamento del regime previsto dall’art. 1815, co. 2, c.c., con l’eliminazione del carattere feneratizio del mutuo.
Al di fuori della peculiare situazione, dianzi delineata, di esercizio dell’autonomia privata in frode alla legge sull’usura, il carattere di liquidazione preventiva e forfetaria del danno risarcibile in caso di inadempimento di obbligazione pecuniaria conduce all’assimilazione della convenzione relativa al tasso degli interessi moratori alla clausola penale. Proprio una simile assimilazione vale ad individuare il piano rimediale su cui potrà essere sviluppato il controllo dell’esercizio dell’autonomia privata in materia.
Un simile piano è quello, nell’ottica dell’art. 1384 c.c., della riducibilità del convenuto tasso degli interessi moratori, ove ne risulti il carattere “manifestamente eccessivo”. La giurisprudenza di merito assimila la clausola determinativa degli interessi moratori a quella penale, ne ha senz’altro ammessa la riducibilità, in caso di ammontare “manifestamente eccessivo”, ai sensi dell’art. 1384 c.c.: riducibilità, ormai pacificamente, a seguito di Cassazione, sez. un., 13 settembre 2005, n. 18128, operabile anche di ufficio.
Residua il problema relativo all’accertamento della sussistenza delle condizioni per la riduzione del tasso convenuto degli interessi moratori, in quanto assimilato ad una clausola penale. I “Chiarimenti” della Banca d’Italia valgono al fine di formare nel giudicante il ragionevole convincimento del carattere “manifestante eccessivo” della misura degli interessi moratori. In tale direzione pare poter essere valorizzato il riferimento dell’art. 1384 c.c. al parametro rappresentato dall’“interesse che il creditore aveva all’adempimento”: che, in quanto relativo all’operazione economica posta in essere, si presenta idoneo a governare la diversità tipologica dei rapporti creditizi, con riferimento ai quali può venire evocata la questione della eccessività del tasso degli interessi moratori. E ciò anche in considerazione della distinzione di fondo operata dai “Chiarimenti” della Banca d’Italia, in cui si distinguono i “finanziamenti a utilizzo flessibile” (come nel caso n. 1875/2014) da quelli “con un piano di ammortamento predefinito”, come nel caso in esame.
In ambedue i casi, il riferimento ai dati statistici, quindi, deve rappresentare solo una base di partenza di una valutazione che, non può trascurare il rapporto quantitativo intercorrente tra i tassi corrispettivi e quelli moratori convenzionalmente predefiniti: infatti, benché le due tipologie di interessi siano significativamente diverse per natura e funzione, tuttavia entrambe incorporano la stima del sacrificio che il prestatore accetta di subire per trasferire una somma di danaro dalla propria all’altrui sfera di disponibilità. Né pare da trascurare il rilievo che, ai fini della valutazione in questione, è destinata ad assumere la rischiosità aggiuntiva dell’inadempimento per il creditore, in considerazione dell’assetto complessivo dell’operazione economica, quale risultante anche alla luce delle garanzie che assistono il credito.
Si tratta di una prospettiva di controllo dell’autonomia privata secondo parametri che la giurisprudenza ha da tempo affidato alla valutazione complessiva degli interessi delle parti in chiave di correttezza e buona fede.
Sembra sdrammatizzarsi anche la questione – destinata a porsi nei casi di “finanziamenti con piano di ammortamento predefinito” – della produzione, in applicazione della disciplina convenzionale che tende ad adeguarsi alla normativa vigente in materia, di interessi moratori sull’importo globale delle rate scadute: la valutazione della “manifesta eccessività” o meno del tasso convenzionale moratorio non potendo che riflettere sempre un giudizio complessivo sull’economia della operazione creditizia, nel passaggio dalla fase fisiologica a quella patologica.
Le conseguenze della valutazione in termini di “manifesta eccessività” del tasso moratorio convenuto sono destinate ad incidere esclusivamente sugli interessi moratori, ferma restando l’operatività del regime convenzionale degli interessi corrispettivi: regime che, nel caso di mutui con piano di ammortamento fondato sulla corresponsione di rate, è da ritenere debba restare fermo per le rate scadute, così come per quelle a scadere.
Ove si tratti di credito erogato ai consumatori, la valutazione in termini di “manifesta eccessività” del tasso convenuto è chiamata a confrontarsi con la disciplina dei “contratti del consumatore”, quale delineata nel codice del consumo (D.Lgs. 6 settembre 2005, n. 206). Ai sensi dell’art. 33, co. 2, lett. f, “si presumono vessatorie fino a prova contraria le clausole che hanno per oggetto, o per effetto di … imporre al consumatore, in caso di inadempimento o di ritardo nell’adempimento, il pagamento di una somma di denaro a titolo di risarcimento, clausola penale o altro titolo equivalente d’importo manifestamente eccessivo”. E l’art. 36, co. 1, dispone che “le clausole considerate vessatorie ai sensi degli artt. 33 e 34 sono nulle, mentre il contratto rimane valido per il resto” (sul giudizio di vessatorietà incidendo, secondo l’art. 34, oltre alle valutazioni di cui al primo comma, l’essere stati, secondo il quarto comma, “le clausole o gli elementi di clausola … oggetto di trattativa individuale”, alla luce di quanto previsto dal quinto comma).
Nella fattispecie sottoposta all’esame del Collegio, il meccanismo di determinazione del tasso degli interessi moratori in quanto riferito ad una maggiorazione di quattro punti percentuali rispetto “al tasso, pro tempore vigente durante la mora, per le operazioni di rifinanziamento marginale fissato dalla Banca Centrale Europea (attualmente pari all’1,75% annuo)”, sembra escludere la stessa ipotizzabilità di una sua anche futura valutabilità in termini di “manifesta eccessività”, pure alla luce del criterio di calcolo dei “tassi soglia” per gli interessi corrispettivi (del resto, attestandosi esso, nel momento del contratto, ad un sicuramente accettabile livello sostanzialmente intermedio del 5,75%, tra il tasso corrispettivo del 4,114%, peraltro inferiore al tasso medio annuo del tempo del 4,99%, ed il “tasso soglia” del 7,485%).

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