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4 Aprile 2019

Il conto corrente del defunto in sede successoria.

Il fatto che intervenga la morte del correntista che abbia un rapporto presso un istituto di credito non comporta l’effetto che la situazione muti radicalmente per l’evento; quello di conto corrente è uno dei tipi di contratto che possono esistere e il fondamento della regolamentazione è quello del contratto che il de cuius aveva concluso in vita e che, come altri contratti, non si risolve per la morte ma entrerà in gioco con la successione dei rapporti.
Quando il conto cointestato cade in successione l’intestatario superstite conserva tutti i propri diritti, tra cui quello di disporre, in modo pieno e completo, del denaro ivi depositato. Il diritto si trasferisce dal de cuius ai suoi eredi, congiuntamente tra loro, il che comporta che costoro potranno legittimamente impartire ordini di pagamento all’istituto di credito interessato, dopo essere stati correttamente identificati e censiti dall’istituto stesso.
La Corte di Cassazione (3 giugno 2014, n. 12385) anche di recente ha ribadito che “nel caso in cui il deposito bancario sia intestato a più persone, con facoltà per le medesime di compiere, sino alla estinzione del rapporto, operazioni, attive e passive, anche disgiuntamente, si realizza una solidarietà dal lato attivo dell’obbligazione, che sopravvive alla morte di uno dei contitolari, sicché il contitolare ha diritto di chiedere, anche dopo la morte dell’altro, l’adempimento dell’intero saldo del libretto di deposito a risparmio e l’adempimento così conseguito libera la banca verso gli eredi dell’altro contitolare”.
Anche l’Arbitro Bancario Finanziario conferma che gli istituti di credito devono corrispondere, al cointestatario superstite che lo richiede, l’intero saldo (n. 16884 del 6 agosto 2018, n. 8128 del 12 aprile 2018) “il rapporto tra i correntisti e la banca è disciplinato dall’art. 1854 c.c. che riconosce, in caso di firma disgiunta, il vincolo di solidarietà (attiva e passiva) in capo a ciascuno di essi nei confronti della banca; ciò legittima ciascuno dei correntisti a pretendere dalla banca il prelievo dell’intero saldo a prescindere dalla ripartizione in quote. Con specifico riferimento alla morte di uno dei cointestatari di un conto a firma disgiunta, la sopravvivenza del vincolo di solidarietà attiva in capo al contitolare superstite è riconosciuta dalla giurisprudenza di legittimità”.
Il dialogo con l’istituto di credito diventa difficile quando, ritenendo di potere essere esposto a rischio, rifiuta di dare esecuzione alla richiesta dei cointestatari superstiti che avanzano pretese creditorie per importi corrispondenti alla quota del saldo depositato sul conto. Le pretese poggiano sull’art. 1298 c.c. che disciplina la presunzione legale della “divisione del saldo in parti uguali tra cointestatari”, in contrasto con quanto previsto dal contratto, che conserva forza vincolante, e pone alla banca il problema dell’individuazione del giorno al quale fare riferimento per calcolare la quota esatta di tale pretesa in quanto di frequente l’istituto viene a conoscenza più tardi del decesso e non ha modo di garantire che la somma registrata in quella data sia tuttora presente, perché la banca continua ad eseguire gli ordini ricevuti secondo le regole del mandato.
Questa presunzione è relativa e ammette sempre la prova contraria e questo attiene al piano processuale e non sostanziale quindi non è uno strumento che stabilisce un principio di diritto sostanziale; l’accantonamento e blocco di quota del saldo di conto corrente che continua ad essere applicato sono ora oggetto di molteplici contestazioni.
Vi è poi la regolamentazione fiscale che sembra indurre a disapplicare il principio della piena disponibilità delle somme; nel “Testo unico dell’imposta su successioni e donazioni” si trovano norme applicabili ai conti correnti cointestati caduti in successione: l’art. 48 (Divieti e obblighi a carico di terzi) del D.lgs. 31 ottobre 1990, n. 346, ai commi 3 e 4; si dispone che l’istituto di credito non possa fare annotazioni, sulle proprie scritture contabili, finché non viene data prova dell’avvenuta presentazione della dichiarazione di successione.
Il Comitato di Coordinamento dell’ABF che è giunto alla seguente conclusione (n.d.r. l’art. 48 d.lgs. 1990/346): “non incide sul profilo relativo alla legittimazione dei cointestatari, che resta regolata dalle disposizioni del codice civile; essa, peraltro, impone un adempimento che può essere qualificato alla stregua di un vero e proprio vincolo di indisponibilità della somma. Da ciò deriva che la presentazione della denuncia di successione da parte degli eredi, ovvero della c.d. “dichiarazione negativa” di cui all’art. 28 del medesimo t.u., costituisce una condizione senza la quale il debitore può legittimamente opporre il mancato pagamento nei confronti del creditore, pur legittimato ad esigere la liquidazione dell’intera somma portata dal libretto”. Il Decreto legislativo 31 ottobre 1990 n. 346, Testo Unico imposte donazioni e successioni, art. 48, comma 4, recita: “Le aziende e gli istituti di credito, le società e gli enti che emettono azioni, obbligazioni, cartelle, certificati ed altri titoli di qualsiasi specie, anche provvisori, non possono provvedere ad alcuna annotazione nelle loro scritture né ad alcuna operazione concernente i titoli trasferiti per causa di morte, se non è stata fornita la prova della presentazione, anche dopo il termine di cinque anni di cui all’art. 27, comma 4, della dichiarazione della successione o integrativa con l’indicazione dei suddetti titoli, o dell’intervenuto accertamento in rettifica o d’ufficio, e non è stato dichiarato per iscritto dall’interessato che non vi era obbligo di presentare la dichiarazione.”
Dal punto di vista della legittimazione rimangono valide le norme del codice civile, confermando il diritto per gli eredi e gli intestatari superstiti alla piena disponibilità della somma, negandone però l’applicazione concreta sulla base del “vincolo di indisponibilità della somma”, e imponendo alle banche di sospendere qualsiasi scrittura contabile sui conti.
In sostanza l’istituto finanziario non può pregiudicare i diritti dei terzi, e nel caso quelli dell’Amministrazione Finanziaria, che se dovesse chiudere i rapporti e trasferire i saldi su intestazioni diverse, andrebbe a consentire pratiche elusive della normativa fiscale.
Per gli oneri fiscali successori, nascenti in capo agli eredi, questi vengono quantificati attraverso la dichiarazione di successione, che riporta l’elenco analitico degli elementi costitutivi della base imponibile, tra questi andranno esposti anche i dati delle certificazioni bancarie. Per questo motivo gli istituti di credito sono tenuti a redigere le lettere delle sussistenze in modo rigoroso, essendo adempimento necessario per consentire la corretta quantificazione dell’imposta dovuta.

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