Categorie approfondimento: Credito e banche
15 Gennaio 2002

Il bene fondi bancario

Di cosa si tratta

Il bene fondi bancario si ha quando la banca, tramite un proprio dipendente, abbia a garantire ad un cliente correntista, che lo abbia chiesto espressamente, l’esistenza di fondi per il pagamento di un assegno di conto corrente, che il correntista sta presentando all’incasso.
Il problema è se esista e quale sia la responsabilità della banca laddove in seguito emerga che la risposta avuta non corrisponda alla situazione esistente al momento della richiesta, con successivo protesto dell’assegno e danno per il cliente. La Cassazione ha di recente affermato (Cass. Civ. 5 luglio 2000, n. 8983), la sussistenza della responsabilità della banca che garantisca la situazione descritta, che si dimostri non veritiera.
La Suprema Corte ha specificato che “la responsabilità di un istituto di credito deve essere rigorosamente valutata, in quanto connessa all’espletamento dell’attività bancaria in senso tipico, come raccolta di risparmio tra il pubblico e l’esercizio del credito riservata a determinati enti, sottoposti ad un particolare sistema di autorizzazioni, vigilanza, controllo e trasparenza (si veda il D. Lgs. n. 385/93), con riferimento alla specifica natura (ex art. 1176 secondo comma c.c.) di tali compiti e di ogni ulteriore comportamento in essi rientrante nell’ambito del rapporto ente bancario-cliente”.
Il rapporto tra la banca e il cliente è regolato dalle norme sul mandato ed in particolare dall’art. 1710 c.c., che impone al mandatario di eseguire il mandato con la diligenza del buon padre di famiglia, richiamando il disposto dell’art. 1176 c.c. Alla banca è necessaria una cautela che va oltre la misura che può essere richiesta a tutti e la sua attività deve essere caratterizzata da quella diligenza diversa e maggiore nell’esecuzione degli incarichi attribuitigli dal cliente mandante.
La Cassazione ha ritenuto la banca, che abbia reso false informazioni, sia responsabile contrattualmente per non aver adempiuto all’obbligo di diligenza a suo carico e derivante dalla specifica natura dell’attività bancaria. La diligenza, imposta alla banca, è maggiore rispetto a quella comunemente imposta in ogni rapporto di mandato, identificabile con la diligenza del buon padre di famiglia. Il secondo comma dell’art. 1176 c.c. impone che nell’adempimento delle obbligazioni inerenti all’esercizio di un’attività professionale, la diligenza debba valutarsi con riguardo alla natura dell’attività esercitata e per gli istituti di credito la particolare attività, che consiste nella raccolta del pubblico risparmio e nell’esercizio del credito, impongono controlli e trasparenza nelle informazioni, tali da poter t utelare l’affidamento generato nel pubblico.

In sintesi

Sulla scia della giurisprudenza richiamata, si può affermare che la Banca è tenuta a questa particolare diligenza e alla susseguente responsabilità, quando ritenga di fornire l’informazione sull’esito dell’assegno che le viene richiesta dal cliente, che lo presenti all’incasso.
Per evidenti ragioni probatorie e allo scopo di dimostrare la responsabilità della banca è utile accertarsi che, come da prassi usualmente seguita, il funzionario abbia ad apporre il consueto visto o sigla, con il quale attesta che ha compiuto l’operazione di verifica e ha dato riscontro al cliente.

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