6 Luglio 2020

I fatti che comportano accettazione tacita dell’eredità

Secondo il consolidato orientamento della Corte di Cassazione «L’accettazione tacita dell’eredità, che si ha quando il chiamato all’eredità compie un atto che presuppone la sua volontà di accettare e che non avrebbe diritto di compiere se non nella qualità di erede, può essere desunta anche dal comportamento del chiamato, che abbia posto in essere una serie di atti incompatibili con la volontà di rinunciare o che siano concludenti e significativi della volontà di accettare; ne consegue che, mentre sono inidonei allo scopo gli atti di natura meramente fiscale, come la denuncia di successione, l’accettazione tacita può essere desunta dal compimento di atti che siano al contempo fiscali e civili, come la voltura catastale di un bene immobile ereditario, che rileva non solo dal punto di vista tributario, ma anche da quello civile» (Cassazione 6°, 22 gennaio 2020, n. 1438, Cass. n. 22317/2014; n. 10796/2009).

L’indagine relativa alla esistenza o meno di un comportamento qualificabile in termini di accettazione tacita, risolvendosi in un accertamento di fatto, va condotta dal giudice di merito caso per caso (in considerazione delle peculiarità di ogni singola fattispecie, e tenendo conto di molteplici fattori, tra cui quelli della natura e dell’importanza, oltreché della finalità, degli atti di gestione), e non è censurabile in sede di legittimità, purché la relativa motivazione risulti immune da vizi logici o da errori di diritto» (Cass. n. 12753/1999).

I giudici del merito avevano anche considerato l’adempimento nel complesso delle circostanze di causa. In particolare nel giudizio si è posto l’accento sul fatto che il chiamato viveva nell’immobile e aveva pagato gli oneri condominiali, seppure contestato dall’erede.

Rilevanza è stata attribuita al fatto che l’erede avrebbe trasferito la propria residenza nell’immobile dopo la morte della madre, ma già vi risiedeva e vi abitava in precedenza, la circostanza non solo non contraddice i rilievi della corte d’appello in ordine al possesso del bene, ma li conferma, non essendo rilevante, nell’ambito della ricostruzione della corte, che il chiamato già abitasse nell’immobile e non ne avesse acquisito il possesso in un secondo tempo. I rilievi della corte in ordine al possesso introducono una circostanza idonea a configurare l’acquisto dell’eredità da parte dell’erede non in dipendenza di una tacita accettazione, ma ex lege ai sensi dell’art. 485 cod. civ. (Cass. n. 11018/2008; n. 16507/2006; n. 4845/2003), essendo incontroverso che il possesso si è protratto per oltre tre mesi dalla morte senza che il chiamato abbia fatto l’inventario ed essendo altresì incontroverso che egli avesse consapevolezza sia della devoluzione dell’eredità, sia che il bene posseduto apparteneva all’eredità medesima.

Invero l’art. 485 cod. civ. si riferisce letteralmente proprio al caso che il chiamato sia già nel possesso dei beni ereditari a qualsiasi titolo (Cass. n. 6167/2019), senza che ciò voglia dire che, a questi effetti, sia insignificante il possesso acquisito successivamente.

Nel concorso delle condizioni previste dalla norma l’acquisto ex lege opererebbe ugualmente, ma il trimestre accordato per il compimento dell’inventario decorrerebbe non dalla apertura della successione, ma dal momento di inizio del possesso ragionamento che non supportava la tesi della mancanza di accettazione dal momento che l’erede già abitava nell’immobile.

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