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16 Novembre 2011

Gruppo di Facebook e marchio aziendale: il segno distintivo è meritevole di tutela giuridica?

Di cosa si tratta

Con il consueto spirito propositivo, volto a promuovere una maggior consapevolezza della cultura d’impresa, analizziamo con il presente articolo una recente ordinanza del 7 luglio 2011, emessa dal Tribunale di Torino, che fornisce il pretesto per valutare le prime criticità giuridiche emerse dall’utilizzo a fini commerciali dei “social media” da parte delle imprese.
Per restringere l’argomento trattato nell’articolo, premettiamo fin da subito che la definizione che riteniamo più condivisibile di social media è “la pluralità di piattaforme di comunicazione attraverso le quali gli utenti interagiscono producendo, condividendo o elaborando contenuti propri o di altri”.
L’oggetto della menzionata ordinanza si colloca nell’ambito di quello che gli esperti della comunicazione chiamano appunto il “social business” ovverosia l’utilizzo attivo dei social media da parte delle imprese, sia internamente alle stesse sia per interagire con clienti, con i partner o con altre realtà imprenditoriali. In Italia il social business è una realtà ancora fortemente acerba, anche se in crescita, e solo recentemente si sono intuite le potenzialità commerciali e promozionali di questi nuovi strumenti che permettono agevolmente di raggiungere e tenere aggiornati una rilevante quantità di soggetti.
E’ chiaro quindi che, per le realtà imprenditoriali che utilizzano per fini commerciali questi strumenti “social”, i soggetti che vengono raggiunti, siano essi semplicemente contatti ovvero veri e propri utenti, rappresentano un patrimonio di notevole valore economico. E’ altrettanto evidente che solo recentemente la magistratura è stata chiamata a definire controversie aventi a oggetto le condotte commerciali delle imprese all’interno dei social media così chiarendo quali siano le prassi da considerare corrette.
Muovendo da queste premesse passiamo in breve ad analizzare i contenuti del provvedimento cautelare con il quale il Tribunale di Torino ha stabilito che il Gruppo di Facebook di un’impresa sia meritevole di tutela giuridica. Più precisamente, si è pronunciato sulla richiesta di una società di disporre la modifica del nome di un gruppo del social network Facebook originariamente alla stessa riferito (e successivamente modificato da un ex dipendente), riportandolo all’originaria denominazione nonché di riammettere la società nella disponibilità del gruppo stesso.
Tali richieste si fondavano sul fatto che un ex collaboratore della società previa comunicazione e-mail a numerosi clienti, aveva proceduto alla modifica del nome del Gruppo della società, alla rimozione dei legali rappresentanti da amministratori, alla sostituzione della foto identificativa del Gruppo, alla modificazione dell’indirizzo e-mail (restando invece immutato il numero di telefono), alla segnalazione nella sezione “Info” del sito di una nuova società come nuovo sito della ricorrente e alla persistente pubblicazione di numeroso materiale fotografico relativo a prodotti della nuova società.
Oggetto specifico della vertenza era quindi un’asserita ipotesi di concorrenza sleale e per fondare la propria decisione il giudice si è dovuto sospingere nell’analisi dei profili giuridici della natura e della disponibilità di un c.d. Gruppo sul social network Facebook, ossia di “uno spazio web che permette di inviare richieste di adesione al gruppo a qualsiasi utente. Gli utenti che accettano diventano membri del Gruppo e ciò comporta la ricezione sul proprio profilo e sull’e-mail associata delle informazioni pubblicate da parte del creatore del Gruppo e anche eventualmente di interagire inserendo a loro volta commenti in Bacheca”.
Come detto in precedenza, è del tutto evidente che per le realtà imprenditoriali la creazione di un Gruppo Facebook è finalizzata allo sfruttamento delle potenzialità di Internet e del social network per la realizzazione di una molteplicità di contatti privilegiati e interattivi con utenti o consumatori interessati all’acquisto di prodotti o servizi ovvero a crearsi un’opinione sugli stessi. In tal senso anche il Tribunale di Torino ha ritenuto che il “Gruppo Facebook ha una precisa rilevanza economica e la stessa amicizia virtuale rappresenta un thesaurus di contatti qualificati potenzialmente produttivi di avviamento commerciale”. Tale valutazione è certamente fondata qualora lo strumento (il Gruppo) sia realizzato (aperto e mantenuto) direttamente da un’impresa commerciale. Tuttavia, qualora così non fosse, il riconoscimento della rilevanza economica di un Gruppo di Facebook (pienamente condiviso da chi scrive) produrrebbe una serie di effetti che sono stati solo sfiorati nell’analisi giuridica operata nel provvedimento in esame; si pensi ad esempio all’ipotesi in cui un dipendente, di propria iniziativa o su indicazione del datore di lavoro, crei attraverso il proprio account un Gruppo Facebook per il datore stesso ovvero gestisca un account personale di altro social network che, per l’evolversi dei fatti, venga riconosciuto all’esterno come account dell’azienda. A chi sarebbe riconducibile la disponibilità del gruppo o dell’account qualora il rapporto tra il dipendente e il datore di lavoro s’interrompesse?
Lasciando come spunto per future analisi queste domande e proseguendo nella disamina del provvedimento, evidenziamo quello che è il secondo concetto centrale espresso nello stesso. Si afferma infatti che “il Gruppo Facebook, che pure si connota con l’uso della denominazione e dei marchi della ricorrente, rappresenta un caso di segno distintivo atipico, suscettibile di tutela contro l’interferenza confusoria, quantomeno ai sensi dell’art. 2598, n.1, c.c., che come è noto, protegge, in generale, anche i “segni legittimamente usati da altri” quale fattispecie espressamente considerata di atto idoneo a creare confusione con i prodotti e l’attività del concorrente”.
Ciò che emerge da questo passaggio dell’ordinanza è che al Gruppo Facebook (ma per analogia potrebbe estendersi il ragionamento anche a spazi web con le medesime caratteristiche ma presenti su altri social network) può essere riconosciuta la natura di segno distivo atipico cioè di quella categoria di segni distintivi che pur non previsti e disciplinati dalla legge si ritiene possano essere soggetti alla tutela in tema di concorrenza.
Le considerazioni del Tribunale di Torino si muovono comunque nel solco già tracciato dalla giurisprudenza attinente ai nomi a dominio. Infatti, fino al 2005 anche il nome a dominio collegato a un sito web commerciale era considerato un segno distintivo atipico in quanto si riteneva presentasse insieme caratteri di contrassegno di un marchio o di un prodotto dell’impresa, analoghi a quelli del marchio, e di identificazione della impresa stessa, analoghi a quelli della ditta o dell’insegna. La diffusione capillare di Internet in ogni ambito della società ha portato il legislatore a riconoscere al nome a dominio aziendale la natura di segno distintivo tipico. Nel 2005, con l’emanazione del D.Lgs. 30, meglio conosciuto come Codice della Proprietà industriale, il nome a dominio ha trovato definitiva collocazione nelle norme poste a tutela dei segni distintivi.
Alla luce delle esposte considerazioni, si può ben dire che le valutazioni effettuate dal Tribunale di Torino sul valore economico e sulla natura giuridica che deve essere riconosciuta a un Gruppo commerciale di Facebook possano essere considerate le basi per l’estensione dell’esistente sistema di tutele dei segni distintivi anche a realtà e ad ambienti nuovi ove solo ora le società italiane si stanno affacciando.

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