Categorie approfondimento: Societario
18 Giugno 2015

Finanziamento soci: art. 2467 cod. civ., la postergazione

Di cosa si tratta

La recente sentenza del tribunale di Reggio Emilia in data 10 giugno 2015 ci riporta a quanto si scriveva a commento delle tesi del tribunale di Milano sulla postergazione (nel sito: “Finanziamento soci e postergazione anche dopo la cessione”).
La questione esaminata dal tribunale emiliano era la seguente: in sede fallimentare era stata esaminata la revocazione di un credito ammesso allo stato passivo fallimentare (art. 98 e 99 L. Fall) ove il creditore, che era anche socio, aveva crediti per il prezzo della vendita di materiale; per crediti derivanti da mandato di credito nei confronti di una banca; per rischio derivante dalla possibile escussione di una fideiussione prestata nell’interesse della fallita ed per il noleggio a lungo termine di un autoveicolo; per pagamenti effettuati a creditori della fallita; nonché per fornitura di servizi informatici alla fallita.
Gli importi erano stati ammessi al passivo, ma in via postergata ai sensi dell’art. 2467 cod. civ., collocazione che provocava l’opposizione della creditrice.
Era pacifico in causa che ai crediti per finanziamenti effettuati si applichi l’art. 2467 cod. civ., per effetto del richiamo contenuto nell’art. 2497 quinquies cod. civ..
Il tribunale riteneva di procedere a verificare se, al momento in cui i finanziamenti vennero erogati, vi fosse stato nella fallita un «eccessivo squilibrio dell’indebitamento rispetto al patrimonio netto», oppure una «situazione finanziaria della società nella quale sarebbe stato ragionevole un conferimento» (art. 2467, 2° co., cod. civ.); indagava se il disposto dell’art. 2467 cod. civ. si applichi anche a crediti che non derivano da trasferimenti di danaro infragruppo (e che più propriamente sarebbero qualificabili come “finanziamenti” nel senso stretto del termine), ma anche a crediti derivanti da rapporti diversi, quali quello di fornitura di beni o servizi, o di garanzia.
Il tribunale ha ritenuto che i documenti dell’opposta fossero idonei alla dimostrazione della sussistenza dei requisiti previsti dal codice civile. I documenti erano dichiarazioni sottoscritte dal presidente del consiglio di amministrazione, dal direttore generale e consigliere di amministrazione della fallita e da un consigliere di amministrazione della creditrice e della fallita, presidente del consiglio di amministrazione della creditrice, quindi consigliere di amministrazione e poi amministratore delegato della fallita.
La curatela affermava che le dichiarazioni, in quanto rese al curatore da soggetti che rappresentavano l’opponente avessero valore confessorio ai sensi dell’art. 2735 cod. civ.. Attraverso il gruppo si era provveduto al sostentamento finanziario (versando capitale sociale e finanziamento soci), consentendo l’approvvigionamento di materiali che avevano integrato la carente struttura.
Per quanto riguarda l’approvvigionamento dei materiali, visti i rapporti deteriorati e di insolvenza della fallita, le forniture avvenivano quasi prevalentemente attraverso altro soggetto del gruppo, che era diventato il principale fornitore di merce, a seguito della chiusura da parte di molti fornitori, che non affidavano più la fallita, per cui hanno imposto alla società del gruppo di farsi carico della fatturazione delle merci destinate ai magazzini della fallita.
Il materiale veniva venduto alla fallita con ricarico sul costo di acquisto dell’1%, quindi a condizioni di assoluto favore e dall’autunno del 2013, vista la difficile situazione finanziaria, i pagamenti erano stati modificati con ricevuta bancaria a 150 giorni data fattura, con pagamento il giorno 5 del mese successivo.
Il tribunale ha ritenuto incontestabile che: la fallita fosse in situazione di crisi finanziaria (nel senso dell’art. 160, ultimo comma) già da tempo e che la crisi fosse proseguita nel corso del 2013 sino ad arrivare al fallimento, dichiarato nell’agosto 2014; la società del gruppo si era fatta carico di rifornire la fallita, in quanto quest’ultima non riceveva più credito da parte dei fornitori abituali;? le vendite di merce provenienti dagli abituali fornitori e consegnate alla fallita venivano rifatturate a condizioni di totale favore, sia per ciò che concerne i ricarichi.
Già da due anni erano esistite le particolari condizioni di favore, per le ragioni sopra esposte in una situazione caratterizzata da entrambi i requisiti previsti dall’art. 2467 cod. civ., ossia da un eccessivo squilibrio dell’indebitamento rispetto al patrimonio netto e da una situazione finanziaria nella quale sarebbe stato ragionevole un conferimento: condizioni che sono presenti in caso di crisi.
La conclusione è confermata anche dal tenore dell’art. 182 quater, 3° co., della L. Fall., che introduce una deroga al disposto dell’art. 2467 cod. civ.; la norma stabilisce che i finanziamenti dei soci fatti in funzione (o in esecuzione) della presentazione della domanda di concordato preventivo sono rimborsabili in prededuzione nella misura dell’80%, purché i finanziamenti siano previsti dal piano concordatario e vi sia provvedimento favorevole del tribunale.? La norma conferma “a contrario” che ai finanziamenti effettuati dai soci al di fuori di un piano concordatario, quando la società è in condizioni economiche o finanziarie identificabili con l’insolvenza o la crisi, si applica il disposto dell’art. 2467 cod. civ.
I presupposti previsti dall’art. 2467 2° co. cod. civ. (squilibrio tra indebitamento e patrimonio con situazione finanziaria che rende ragionevole un conferimento), pur potendo consistere in situazioni diverse e più variegate rispetto allo stato di crisi o di insolvenza previsto dall’art. 160, ultimo co. L. Fall. si identificano con tale stato, nel quale si trovava la fallita da prima del novembre 2013.
Inoltre il tribunale ha ritenuto di decidere se l’articolo 2467 cod. civ. si applichi anche a crediti derivanti non da meri trasferimenti di danaro infragruppo, ma anche da rapporti diversi quali le forniture di beni o servizi o di garanzie. Il tribunale ha dato risposta affermativa, qualora si accerti in concreto che le forniture di beni, di servizi, o l’erogazione di altre utilità abbia la stessa funzione della dazione di danaro.
È agevole concludere nel senso che all’infausta situazione economico-finanziaria della fallita la società del gruppo abbia tentato di porre rimedio non solo interponendosi tra la controllata ed i suoi fornitori, ma anche intercedendo presso aziende di credito e altri imprenditori con operazioni sicuramente definibili come di soccorso finanziario.
È in questo scenario che si inserisce: il mandato di credito conferito, che ha avuto l’effetto di rendere la società garante della controllata fallita per i finanziamenti erogati a quest’ultima dall’azienda di credito; la fideiussione prestata nell’interesse della fallita ed a favore di un operatore finanziario, per il noleggio a lungo termine di un autoveicolo; i pagamenti effettuati a creditori della fallita; i costi sostenuti nell’interesse della controllata per il montaggio di mobili d’ufficio e per assistenza informatica.
A prescindere dalla constatazione che tali ulteriori crediti non avrebbero potuto trovare collocazione al passivo fallimentare, rimane il fatto che essi sono tutti accomunati da un’unica funzione, identificabile nel sostegno finanziario in favore della fallita intervento che ha avuto luogo, anziché mediante messa a disposizione del danaro liquido direttamente in favore della fallita (ossia tramite un “finanziamento” nel senso proprio del termine), mediante le forme sopra indicate, ma che nella sostanza lasciano inalterato lo scopo finanziario perseguito.

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