Categorie approfondimento: Societario
5 Marzo 2014

Finanziamento soci e postergazione anche dopo la cessione

Di cosa si tratta

Il tribunale di Milano ha disposto che non cambia la condizione del finanziamento effettuato dall’ex socio e il relativo credito resta postergato anche dopo l’uscita dalla società del socio (Tribunale di Milano 15 gennaio 2014).
Afferma la sentenza che in tema di postergazione “deve accedersi ad un’interpretazione della disciplina dei presupposti ex art. 2467 cod. civ. (l’”eccessivo squilibrio dell’indebitamento rispetto al patrimonio” e la “situazione finanziaria della società nella quale sarebbe stato ragionevole un conferimento”) secondo la quale il legislatore ha voluto individuare una nozione unitaria di crisi, che finisce per coincidere con il rischio di insolvenza, idoneo a fondare una sorta di “concorso potenziale” tra tutti i creditori della società”.
Ci limitiamo ad alcuni rilievi; per questa prima parte sembrerebbe che il tema dell’applicazione della postergazione si limiti alle descritte situazioni; solamente quando si versi nelle condizione descritta trova applicazione il principio affermato. Certo si deve trattare di una condizione che già si atteggi con una particolare gravità.
“La condizione di inesigibilità del credito ex art. 2467 cod. civ. va eccepita al socio finanziatore solo laddove il finanziamento sia stato erogato, e il rimborso richiesto in presenza di una situazione di specifica crisi della società, che impone, da un lato, che il finanziatore (socio) resti assoggettato all’inesigibilità, prescritta dalla norma, destinata ad evitare che il rischio di impresa sia trasferito in capo agli altri creditori, e che l’attività sociale prosegua in danno di questi ultimi”. Questo ulteriore passaggio, oltre alla realtà della condizione sociale, si proietta dalla posizione complessiva della società alla condizione di socio di confronto alla condizione degli altri creditori.
L’applicabilità della disposizione codicistica, inoltre, non è preclusa dalla “uscita dalla compagine sociale del socio finanziatore”, in quanto la norma “è posta a salvaguardia delle aspettative del ceto creditorio, e su questa non possono evidentemente incidere le vicende successive e soggettive del socio mutuante, pena l’inaffidabilità del regime medesimo o, in altre parole, l’inutilità dell’istituto, che si presterebbe a facili elusioni in danno di creditori e terzi”.
Sospingere gli effetti della trascorsa condizione di socio che abbia effettuato apporti a favore della società pare in termini generali eccessivo. Nessuna considerazione vediamo dare anche all’elemento temporale.
Se nell’altalenare dell’andamento delle società vi fossero momenti con condizioni migliori successive a peggioriandamenti e viceversa, la sola fase nella quale la restituzione è ipotizzabile sarebbe quando la società non versa nella condizione della prima parte della massima; con questa alternanza sarebbe invece da considerare che l’ex socio può avere valutato l’opportunità di restare a finanziare la società per le utilità che ne può trarre e questa non sarebbe una condizione diversa di altri che alla società vogliano dare credito.
Non disponendo della pronuncia integrale ci soffermiamo a queste annotazioni perché, pur nella validità dell’affermazione di principio, una relatività concreta va sicuramente verificata da caso a caso.

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