Categorie approfondimento: Societario
4 Febbraio 2008

Finanziamento dei soci nelle società di capitali

Di cosa si tratta

A quasi cinque anni di distanza torniamo su un tema trattato all’epoca dell’entrata in vigore della Riforma societaria e prima dell’entrata in vigore di quella fallimentare (da leggere in questo sito: “La società a responsabilità limitata. I conferimenti”), le sorti cioé dei finanziamenti dei soci di società di capitali.
Torniamo al tema con il conforto di due sentenze, le prime note in materia pronunciate dal Tribunale di Milano 30 aprile 2007- dr. Ferraris (presidente-Relatore) e 24 aprile 2007- dr. Ciampi (Presidente-dr. Fiecconi Relatore).
In sintesi possiamo riassumere i principi affermati da questa giurisprudenza lombarda:

  • la non applicabilità della postergazione nel caso si tratti di una società per azioni;
  • l’applicabilità della norma solo a vicende successive all’entrata in vigore della Riforma;
  • la qualificazione di anomalia del finanziamento come tratto qualificante per applicarne il regime;
  • la necessità di un concorso di creditori in sede di liquidazione volontaria o concorsuale ovvero di procedura esecutiva per applicarla.

Il primo punto non è oggetto di specifica pronuncia, ma si ricava dalle conclusioni alle quali perviene il Tribunale, respingendo l’opposizione, per le quali non pare che si possa applicare per analogia la disposizione all’art. 2467 cod. civ. anche alle società per azioni anche se siano di ristretta base azionaria (“chiusa”).
In ordine all’efficacia nel tempo della disposizione la prima sentenza afferma che la norma crea una “nuova fattispecie”, alla quale collega l’effetto-sanzione della postergazione del credito e, come tale, non può trovare applicazione per l’irretroattività della legge in mancanza di norma espressa.
Sul terzo la linea distintiva tra i finanziamenti dei soci e i versamenti in conto capitale andrebbe individuata “avuto riguardo alla ricostruzione della volontà delle parti in quella situazione che sarebbe irragionevole finanziare la società perché questa da prima non presenti le condizioni finanziarie per potere restituire il finanziamento ricevuto, tale da ritenersi che l’investimento fatto dai soci sia nel capitale di rischio e trovi quindi la sua motivazione nella qualità di socio di chi lo effettua”. Versiamo quindi in quell’ipotesi che se il finanziatore fosse un terzo, questi non effettuerebbe l’operazione.
Il punto fa scaturire l’ulteriore quesito se la norma si applichi anche alle ipotesi nelle quale il finanziatore sia una società che eserciti un potere di direzione e coordinamento rispetto alla società finanziata. In queste ipotesi non vi è ragione di escludere l’applicazione della norma, la cui ragione poggia proprio sul particolare interesse del socio in ordine a che cosa intenda effettuare con l’operazione che pone in essere.
Sempre la prima sentenza afferma che l’istituto trova applicazione “nel concorso, quanto meno potenziale, dei creditori e, pertanto, in sede esecutiva”, mentre la seconda ne ipotizza l’impiego nelle “ipotesi di liquidazione volontaria o concorsuale nell’ambito delle quali opererebbe la postergazione”.
Il Tribunale di Milano si è profuso nell’illustrare la distinzione tra il finanziamento e i versamenti in conto capitale dei soci utilizzando il condivisibile parametro delle valutazioni terze e cioé di quelle scelte che compirebbe ragionevolmente un qualunque finanziatore in relazione alla condizione della società.
Ha aderito, diremmo, ad interpretazioni restrittive di confronto a tesi che portano alla generalizzazione di alcuni principi sulla postergazione e alle ipotesi di sua ricorrenza.

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