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15 Gennaio 2018

Fideiussioni bancarie invalide

Dopo il noto tema dell’invalidità delle fideiussioni bancarie omnibus si va ora delineando per gli intermediari finanziari il problema di avere utilizzato il modello che l’ABI aveva predisposto per i contratti di fideiussione. Il fatto di essersi conformati allo schema contrattuale ha dato la possibilità di verificare quali fossero gli effetti di tale condotta sul piano della concorrenza, ravvisando una violazione.
Il contrasto all’art. 2, co. 2, lettera a) della legge n. 287 del 1990 consisteva “nella misura in cui venivano applicate in modo uniforme dalle proprie associate” come era già stato censurato da Banca d’Italia proprio nei confronti dell’ABI.
L’intervento della Cassazione (Cassazione ordinanza 12 dicembre 2017, n, 29810) assume l’esistenza della invalidità ma si occupa più in particolare del momento dal quale la nullità può essere invocata e cioè se l’invalidità inficia anche i contratti stipulati successivamente alla pronuncia di Banca d’Italia, “ove non derogato dall’istituto di credito in specifiche fattispecie negoziali”.
La Banca d’Italia aveva considerato che lo schema negoziale predisposto dall’ABI prevedeva una clausola di reviviscenza della fideiussione a fronte di vicende estintive o di cause di invalidità del rapporto principale, soltanto esemplificativamente indicate; lo schema delinea la permanenza dell’obbligazione fideiussoria ove prevede che “il fideiussore si impegna altresì a rimborsare alla banca le somme che dalla banca stessa fossero state incassate in pagamento di obbligazioni garantite e che dovessero essere restituite a seguito di annullamento, inefficacia o revoca dei pagamenti, o per qualsiasi altro motivo”. Inoltre era previsto che la garanzia del fideiussore fosse estesa anche agli obblighi di restituzione del debitore derivanti dall’invalidità del rapporto principale, in quanto “qualora le obbligazioni garantite siano dichiarate invalide, la fideiussione garantisce comunque l’obbligo del debitore di restituire le somme allo stesso erogate” (articolo 8).
Siccome le due disposizioni divergono dalla disciplina codicistica e introducono in capo al fideiussore obblighi di garanzia ulteriori e diversi rispetto a quelli nascenti dal rapporto creditizio originariamente garantito, entrambe le clausole sono risultate idonee a rendere più gravosa la posizione del fideiussore, rafforzando quella della banca.
La Banca d’Italia aveva sottolineato che, ai fini di tutela della concorrenza, la disciplina derogatoria contenuta nello schema negoziale predisposto dall’ABI assumeva rilievo per il potenziale effetto di standardizzazione dell’offerta insito nella deliberazione di un’associazione di imprese, ove, determinando oneri aggiuntivi a carico del prestatore della garanzia valutabili in termini indirettamente economici, appare idonea a favorire la diffusione uniforme su tutto il territorio nazionale di clausole che potrebbero non contemperare in modo equilibrato gli interessi delle parti
Si assumeva che l’adozione dello schema di contratto costituiva una facoltà, dato che non ha natura vincolante né obbligatoria per le banche che sono libere di predisporre schemi contrattuali diversi da quello in questione.
Le clausole quindi che andavano modificate erano quelle riguardanti: i) l’applicabilità dell’articolo 1948 c.c. (obbligazione del fideiussore del fideiussore) ai rapporti tra fideiussore e banca; ii) la limitazione della deroga all’articolo 1957 c.c. alla sola indicazione dei tempi per proporre le istanze nei confronti del debitore principale; iii) l’obbligo di rendere nota al fideiussore la risoluzione del contratto della banca con il debitore principale.
Come detto, l’ordinanza della Cassazione ha principalmente considerato il riferimento temporale se anteriore al provvedimento della Banca d’Italia per non dichiarare la nullità oppure l’irretroattività della normativa antitrust.
Il giudice di merito, la Corte d’appello, aveva respinto la richiesta del ricorrente di dichiarare la nullità in quanto il provvedimento n. B423 del 2 maggio 2005 avrebbe avuto carattere regolamentare e non sarebbe applicabile ai contratti conclusi prima del provvedimento ed illegittimo sarebbe solamente il mancato adeguamento dell’ABI nella predisposizione di norme bancarie uniformi.
La Cassazione ritiene che l’applicabilità della sanzione della nullità dei contenuti lesivi al singolo contratto vada riconosciuta in “tutte le vicende successive del rapporto che realizzino profili di distorsione della concorrenza”.
Le applicazioni delle intese lesive della concorrenza ai contratti o negozi che ne costituiscano l’applicazione “comprendono anche i contratti stipulati anteriormente all’accertamento dell’intesa da parte dell’Autorità indipendente preposta alla regolazione o al controllo di quel mercato… a condizione che quell’intesa sia stata posta in essere materialmente prima del negozio denunciato come nullo, considerato anche che rientrano sotto quella disciplina anticoncorrenziale tutte le vicende successive del rapporto che costituiscano la realizzazione di profili di distorsione della concorrenza”.

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