Categorie approfondimento: Fallimentare
5 Aprile 2008

Fallimento d’ufficio: la fine di una minaccia

Di cosa si tratta

Prima dei due recenti provvedimenti normativi di Riforma in materia fallimentare l’introduzione di una domanda di fallimento dava spazio ad attendersi che potesse la procedura sfociare comunque nella dichiarazione di fallimento per i poteri che appartenevano al tribunale; la Riforma ha invece limitato il potere di pronunciare “d’ufficio” il fallimento del debitore, escludendo tale possibilità ad iniziativa del pubblico ministero se non quando sia investito del tema e in quanto la segnalazione dello stato di insolvenza sia emersa in un giudizio civile con esclusione del tribunale fallimentare.
A questa interpretazione è di recente arrivata la Corte d’appello di Milano con sentenza in data 29 novembre 2007, ove si afferma la nullità della sentenza dichiarativa di fallimento “pronunciata dal tribunale su iniziativa del pubblico ministero a seguito di segnalazione effettuata dal tribunale fallimentare presso il quale pendeva un procedimento per dichiarazione di fallimento – nel caso di rinuncia del creditore istante – in quanto la segnalazione dello stato di insolvenza può essere effettuata solo nell’ambito di un giudizio civile”.
Il nuovo art. 6 legge fallimentare legittima all’istanza di fallimento: il debitore stesso che si trovi in stato di insolvenza, uno o più creditori o il pubblico ministero. Il successivo art. 7 precisa quando il pubblico ministero possa farsi portatore di tale istanza a “quando l’insolvenza risulta nel corso di un procedimento penale, ovvero dalla fuga, dalla irreperibilità o dalla latitanza dell’imprenditore, dalla chiusura dei locali dell’impresa, dal trafugamento, dalla sostituzione o dalla diminuzione fraudolenta dell’attivo da parte del debitore” oppure “quando l’insolvenza risulta dalla segnalazione proveniente dal giudice che l’abbia rilevata nel corso di un procedimento civile”.
In quest’ultimo caso, al quale si riconduce la sentenza richiamata, non sfugge che si parli di “giudizio civile” laddove la norma parla di “procedimento civile”.
Che dalla sede penale possa scaturire l’iniziativa non è questione, ma in sede civile il ritenere che lo stesso tribunale fallimentare possa trasmettere gli atti al pubblico ministero per promuovere l’istanza, è parso ai Giudici d’appello troppo e che rappresentasse l’elusione della riforma in quanto sarebbe rientrato dalla finestra un potere che era stato messo fuori dalla porta.
Però la norma parla di “procedimento civile” e non di giudizio civile e quello fallimentare non è interamente un giudizio, ma più si avvicina al procedimento per quanto presidiato da valide garanzie di reazione alla non corretta conduzione.
L’orientamento della dottrina e della stessa Relazione non è quello espresso da questa prima pronuncia, che ha ricordato come l’art. 6 L. Fall. nel testo successivo alla Riforma “ha eliminato ogni riferimento all’iniziativa d’ufficio per la dichiarazione di fallimento” e non dà adito a dubbi sul fatto che l’iniziativa non possa scaturire da una sollecitazione proveniente da quello stesso tribunale fallimentare che si vedesse sprovvisto della possibilità di dichiarare il fallimento per la desistenza del creditore istante, ma con una situazione di difficoltà economica allarmante, questo perché si avrebbe la disapplicazione di una “norma di carattere inderogabile, voluta dal legislatore allo specifico fine di superare ogni contrasto con il principio del giusto processo sanzionato dal nuovo art. 111 Cost.”.
Dovremo quindi pensare che il potere del pubblico ministero possa esprimersi quando l’emersione della condizione economica avvenga in una sede civile diversa da quella fallimentare e, nel caso che il creditore procedente dovesse presentare la propria desistenza, il tribunale dovrebbe limitarsi alla chiusura della procedura e non potrebbe inoltrare gli atti al pubblico ministero.
Confessiamo che dopo anni di applicazione della precedente normativa facciamo fatica a capire che gli interessi in gioco in una situazione in cui si protragga la condizione di insolvenza siano adeguatamente tutelati se lo stesso imprenditore non si arresta, ma è anche vero che a situazioni di illiquidità, confuse con l’insolvenza, si è approdati al fallimento che non era forse la soluzione più adatta in una momentanea condizione difficile.
Verificheremo in seguito se questo orientamento verrà condiviso e quali saranno gli esiti del giudizio di legittimità su questa pronunzia.

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