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26 Gennaio 2018

Fallimento: mancato deposito dei bilanci

Con più frequenza di quanto si creda ricorre nei fatti che si rivolgano allo studio imprenditori, prevalentemente piccoli, che hanno ricevuto la notifica di istanza di fallimento e che non abbiano presentato per anni i bilanci al Registro delle Imprese.
Nel caso illustrato nel sito (La revoca del fallimento per la Corte d’appello di Milano) si trattava di società che non aveva provveduto a fare i bilanci e non aveva curato il deposito per il periodo da quando era nata il 1° ottobre 2016 (in concreto mancava il deposito del solo bilancio al quale era tenuta).
La Corte di Cassazione, Sezione Prima civile, con provvedimento 31 maggio 2017, n. 13746, ha affrontato il caso del tardivo deposito di bilanci però esistenti.
Perché i bilanci dispieghino l’efficacia probatoria, che è affermata dall’art. 1 L. Fall. quale prova dei requisiti di non fallibilità, è necessario che i bilanci degli ultimi tre esercizi siano stati già approvati e depositati nel Registro delle imprese prima che pervenga la domanda di fallimento.
In mancanza il giudice può motivatamente non tenere conto dei bilanci prodotti, rimanendo il fallendo onerato della prova circa la sussistenza dei requisiti della non fallibilità.
Tenuto conto della particolare accentuazione degli aspetti pubblicistici delle procedure concorsuali, la Corte ha affermato il seguente principio di diritto secondo cui: «i bilanci degli ultimi tre esercizi che l’imprenditore è tenuto a depositare, ai sensi dell’art. 15, comma 4, della L.F., sono quelli approvati e depositati nel registro delle imprese, ai sensi dell’art. 2435 cod. civ.».
Infatti “le ragioni di tutela, anche ai fini concorsuali, di coloro che siano venuti in contatto con l’impresa (potendo aver fatto affidamento sulla fallibilità o meno dell’imprenditore in base ai dati di bilancio), fanno sì che l’esame di siffatti documenti contabili, non depositati o non tempestivamente depositati, possa dar luogo a dubbi circa la loro attendibilità, anche in conseguenza delle tempistiche osservate (o non osservate) nell’esecuzione di tali adempimenti formali, sicchè – in tali casi – il giudice potrà non tenere conto dei bilanci prodotti, di conseguenza rimanendo l’imprenditore diversamente onerato della prova circa la sussistenza dei requisiti della non fallibilità”.
La censura mossa alla decisione della Corte di Appello consiste: “Nel caso in esame, il giudice di merito, sulla base della mancata prova del tempestivo deposito dei bilanci della società fallita presso il registro delle imprese, ha affermato in linea astratta che il solo fatto della violazione delle norme procedimentali, di per sé, «inficia la capacità (dell’atto) di fornire nel procedimento prefallimentare una prova attendibile dei dati in esso riportati», senza tener conto della concreta violazione addebitabile alla società debitrice”.
“In tal modo, tuttavia, esso è pervenuto ad una affermazione (l’inattendibilità dei documenti prescritti dall’art. 15, comma 4, L. Fall.) che, considerata la natura dichiarativa della pubblicità di quegli atti, non appare corretta, perché è stata compiuta senza l’accertamento concreto della specifica vicenda oggetto di esame…”.
Del resto se i dati contenuti nel bilancio non costituiscono una prova legale, neppure si può negare in astratto la loro attendibilità, così come ha fatto il giudice a quo, e ciò sulla base della non risultanza della data del loro deposito nel registro delle imprese, senza uno specifico accertamento ed una conseguente concreta motivazione del perché egli sia giunto a quella conclusione di inattendibilità”.
La Cassazione ha rinviato ad altro giudice d’appello che dovrà riesaminare la questione attenendosi al seguente principio di diritto: «in tema di fallimento, ai fini della prova della sussistenza dei requisiti di non fallibilità di cui all’art. 1, comma 2, della L.Fall., i bilanci degli ultimi tre esercizi che l’imprenditore è tenuto a depositare, ai sensi dell’art. 15, comma 4, della L.F., sono quelli già approvati e depositati nel registro delle imprese, ai sensi dell’art. 2435 c.c.; sicché, ove difettino tali requisiti, o essi non siano ritualmente osservati, il giudice può motivatamente non tenere conto dei bilanci prodotti, rimanendo l’imprenditore onerato della prova circa la sussistenza dei requisiti della non fallibilità».
Francamente ci saremmo aspettati maggiore rigore per la delicatezza del tema con riguardo in generale all’interesse dei terzi sulla corretta conduzione dell’attività sociale che tra le altre cose dia pubblicità al suo andamento sul mercato propriamente contenuto nei bilanci e dalle evidenze ivi rappresentate.

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