Categorie approfondimento: Tributario e fiscale
30 Dicembre 2015

EXIT TAX: la migrazione delle imprese

Di cosa si tratta

Quando un imprenditore sposta la residenza fiscale dell’attività commerciale dall’Italia è tenuto al pagamento di una imposta di uscita, exit tax (articolo 166, comma 1, Tuir): il trasferimento costituisce ipotesi di realizzo, al valore normale, dei componenti dell’azienda o del complesso aziendale, salvo che confluiscano in una stabile organizzazione che resta italiana.
Chi trasferisce la residenza in un altro Stato membro della Ue o aderente all’accordo sullo Spazio economico europeo, che garantisce lo scambio di informazioni con il nostro Paese e ha stipulato un accordo per la riscossione dei crediti tributari, può richiedere la sospensione degli effetti del realizzo o la rateizzazione delle imposte dovute (articolo 166, comma 2-quater).
Sollecitati dalla Commissione europea l’Italia si è data norme idonee a regolare il fenomeno nell’ipotesi di migrazione all’estero e la disciplina ultima è data dal D.M. del 2 luglio 2014, che ha modificato la disciplina in materia di “exit-tax”, ossia il regime impositivo applicabile ai trasferimenti all’estero della residenza fiscale di soggetti che esercitano le imprese commerciali, di cui all’art. 166 del Tuir.
Le precedenti modifiche erano state introdotte con il D.L. n. 1 del 24 gennaio 2012, convertito dalla L. 24 marzo 2012 n. 27, e regolate con il decreto attuativo del Ministero dell’economia e delle finanze del 2 agosto 2013. Con la locuzione exit tax si fa riferimento a forme di tassazione che hanno come presupposto la perdita, da parte del contribuente, della residenza nel proprio Stato e il venir meno della potestà impositiva dello Stato e le disposizioni hanno natura antielusiva, volte ad evitare che redditi maturati prima della perdita del collegamento, e rientrati nella potestà impositiva dello Stato di origine, non vengano più assoggettati a tassazione nello Stato di origine, ma siano sottoposte alla tassazione nello Stato di destinazione.
L’art. 166 del Tuir regola il trasferimento della sede all’estero da parte di soggetti che esercitano attività di impresa e prevede la tassazione delle plusvalenze, calcolata come differenza tra il valore normale (ex art. 9 Tuir) ed il valore fiscalmente riconosciuto dei beni trasferiti, fatto salvo il caso in cui i beni entrino in una stabile organizzazione in Italia e i redditi continuano ad essere tassati in Italia, e fino a quando tali beni non vengano distolti dalla stessa. Al contrario, si considerano realizzate le plusvalenze relative a stabili organizzazioni all’estero.
La ratio è quella di evitare che con il trasferimento della residenza fiscale in altro Paese venga sottratto allo Stato di origine il potenziale gettito futuro in termini di utili e plusvalori latenti.
L’attuale comma 2 quater del D.M. 2 luglio 2014 introduce la possibilità di sospensione della riscossione della exit tax quando il trasferimento avviene verso un Paese appartenente all’Unione Europea ovvero aderente all’Accordo sullo Spazio Economico Europeo (ASEE) che consenta un adeguato scambio di informazioni e che abbia stipulato con l’Italia un accordo sulla reciproca assistenza in materia di riscossione dei crediti tributari.
Con il D.M. 2.08.2013 erano stati definiti l’ambito ed il contenuto della sospensione, le fattispecie che determinano la decadenza della sospensione, i criteri di determinazione dell’imposta dovuta e le modalità di versamento delle imposte.
Il MEF ha emanato il D.M. 2 luglio 2014, che abroga il decreto precedente e trova applicazione dal periodo d’imposta che inizia nel 2015 per i soggetti il cui periodo di imposta coincide con l’anno solare. Il trasferimento della residenza è determinato tenendo conto delle Convenzioni in materia di doppia imposizione sui redditi vigenti tra l’Italia e gli Stati UE o ASEE e di quelle tra questi e gli Stati terzi.
La plusvalenza sulla quale calcolare l’imposta include il valore dell’avviamento, comprensivo delle funzioni e dei rischi trasferiti, calcolato “sulla base dell’ammontare che imprese indipendenti avrebbero riconosciuto per il loro trasferimento”. L’imposta è determinata in via definitiva alla fine dell’ultimo periodo d’imposta di residenza in Italia, e non rilevano le plusvalenze e le minusvalenze successive al trasferimento.
L’opzione di sospensione o rateazione va esercitata per il complesso aziendale, non per i singoli beni distintamente, ma la plusvalenza complessiva è riferita a ciascun cespite in proporzione al rapporto tra il rispettivo maggior valore e la sommatoria di tutti maggiori valori. All’importo dell’imposta sospesa o rateizzata si applicano gli interessi nella misura prevista dall’art. 20 del D.Lgs. 9 luglio 1997, n. 241. Non illustriamo, rinviando al D.M. quanto invece rimane fuori dalla possibilità di sospensione o rateazione.
Per le perdite pregresse non utilizzate, le nuove regole non differiscono dal D.M. del 2013: la compensazione avverrà con il reddito dell’ultimo periodo d’imposta di residenza in Italia, comprensivo dei componenti elencati che non possono dar luogo a sospensione o rateazione. L’eccedenza, unitamente all’eventuale perdita di periodo, compenserà la plusvalenza “di trasferimento”. Le eventuali perdite ancora residue saranno computabili in diminuzione del reddito dell’eventuale stabile organizzazione in Italia.
Le imposte sui redditi oggetto di sospensione devono essere versate al verificarsi del primo di specifici eventi indicati nel D.M. e per la rateizzazione le imposte dovute sono versate in sei rate annuali di pari importo. Il D.M. prevede cause di decadenza dalla sospensione o rateazione, con il conseguente pagamento del residuo entro il termine previsto dal successivo versamento e con provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle Entrate n° 9214 del 10 luglio 2014 sono state definite le modalità di esercizio dell’opzione e di prestazione delle garanzie.

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