Categorie approfondimento: Commerciale e industriale
20 Marzo 2012

Etichettatura dei prodotti tessili: “MADE IN”

Di cosa si tratta

Il punto esatto, se sia obbligatorio che i capi di abbigliamento debbano indicare la dicitura di dove siano stati prodotti (“Made in”), non è di così immediato chiarimento.
Il tema è stato affrontato e non risolto a livello comunitario; pertanto le fonti normative che attualmente lo disciplinano sono interne all’ordinamento italiano.
Il Regolamento UE n. 1007/2011 del Parlamento Europeo e del Consiglio del 27 settembre 2011, relativo alle denominazioni delle fibre tessili e all’etichettatura e al contrassegno della composizione fibrosa dei prodotti tessili prevede che entro il 30 settembre 2013 la Commissione prepari una Relazione che riguarda possibili nuovi obblighi di etichettatura da introdurre per “fornire ai consumatori informazioni accurate sul Paese di origine e informazioni supplementari intese a garantire la piena tracciabilità dei prodotti tessili, tenendo conto dei risultati degli sviluppi su eventuali norme orizzontali relative al Paese di origine”. Nel Regolamento non viene fatto riferimento alcuno alla necessità di indicare il Paese di provenienza del bene se non per quanto riportato dal richiamato art. 24, n. 3, lettera A).
Invero vi sono altre due sedi ove viene considerato il Paese di origine dei beni: il “considerando” in premessa all’art. 20, che recita: “La tutela dei consumatori richiede norme commerciali trasparenti e coerenti, anche per quanto riguarda le indicazioni di origine. Tali indicazioni, qualora presenti, dovrebbero consentire ai consumatori di essere pienamente informati sull’origine dei prodotti che acquistano, così da proteggerli da indicazioni di origine fraudolente, inaccurate o fuorvianti”.
Ancora al “considerando” all’art. 26 si dice: “Al fine di eliminare i potenziali ostacoli al corretto funzionamento del mercato interno causati da disposizioni o prassi divergenti degli Stati membri e di tenere il passo con lo sviluppo del commercio elettronico e con le sfide future nel mercato dei prodotti tessili, sarebbe necessario considerare la possibilità di armonizzare o standardizzare altri aspetti dell’etichettatura dei prodotti tessili. A tal fine, la Commissione è invitata a presentare una Relazione al Parlamento europeo e al Consiglio riguardante possibili nuovi obblighi di etichettatura da introdurre a livello di Unione, onde agevolare la libera circolazione dei prodotti tessili nel mercato interno e conseguire un livello elevato di tutela dei consumatori in tutta l’Unione. Tale Relazione dovrebbe esaminare, in particolare, le opinioni dei consumatori per quanto riguarda la quantità di informazioni che dovrebbero figurare sull’etichetta dei prodotti tessili e analizzare quali mezzi diversi dall’etichettatura sia possibile utilizzare per fornire informazioni supplementari ai consumatori. Tale relazione dovrebbe basarsi su un’ampia consultazione delle parti interessate, inclusi i consumatori, e dovrebbe tenere conto delle vigenti norme europee e internazionali in materia. La Relazione dovrebbe esaminare, in particolare: l’ambito di applicazione e le caratteristiche di eventuali norme armonizzate sull’indicazione di origine, prendendo in considerazione i risultati degli sviluppi relativi a possibili norme orizzontali sul paese di origine; il valore aggiunto per i consumatori di eventuali obblighi di etichettatura concernenti la manutenzione, la taglia, le sostanze pericolose, l’infiammabilità e le prestazioni ambientali dei prodotti tessili; l’utilizzo di simboli non linguistici o codici per identificare le fibre tessili presenti nel prodotto, che consentano ai consumatori di comprenderne facilmente la composizione e, in particolare, l’uso di fibre naturali o sintetiche; l’etichettatura sociale ed elettronica nonché l’inclusione di un numero identificativo sull’etichetta per ottenere informazioni supplementari su richiesta, specialmente tramite Internet, in merito al prodotto e al fabbricante. La relazione dovrebbe essere corredata, se del caso, di proposte legislative”.
Con le disposizioni richiamate il centro dell’attenzione è focalizzato sulla tutela del consumatore e sono state considerate al momento come “eventuali norme armonizzate sull’indicazione di origine”.
Precedentemente al Regolamento in Italia l’obbligo era già stato previsto dal Codice del Consumo (D.Lgs. 6 settembre 2005, n. 206) che all’art. 6 prevede: “I prodotti o le confezioni dei prodotti destinati al consumatore, commercializzati sul territorio nazionale, riportano, chiaramente visibili e leggibili, almeno le indicazioni relative:
a) alla denominazione legale o merceologica del prodotto;
b) al nome o ragione sociale o marchio e alla sede legale del produttore o di un importatore stabilito nell’Unione europea;
c) al Paese di origine se situato fuori dell’Unione europea;
d) all’eventuale presenza di materiali o sostanze che possono arrecare danno all’uomo, alle cose o all’ambiente;
e) ai materiali impiegati ed ai metodi di lavorazione ove questi siano determinanti per la qualità o le caratteristiche merceologiche del prodotto;
f) alle istruzioni, alle eventuali precauzioni e alla destinazione d’uso, ove utili ai fini di fruizione e sicurezza del prodotto”.
Per l’attuazione dell’art. 6 il successivo art. 10 del Codice dispone che: “Con decreto del Ministro delle attività produttive, di concerto con il Ministro per le politiche comunitarie … sono adottate le norme di attuazione dell’articolo 6, al fine di assicurare, per i prodotti provenienti da Paesi dell’Unione europea, una applicazione compatibile con i principi del diritto comunitario, precisando le categorie di prodotti o le modalità di presentazione per le quali non è obbligatorio riportare le indicazioni di cui al comma 1, lettere a) e b), dell’articolo 6. Tali disposizioni di attuazione disciplinano inoltre i casi in cui sarà consentito riportare in lingua originaria alcuni dati contenuti nelle indicazioni di cui all’articolo 6”. “2. Fino alla data di entrata in vigore del decreto di cui al comma 1, restano in vigore le disposizioni di cui al decreto del Ministro dell’industria, del commercio e dell’artigianato 8 febbraio 1997, n. 101”. Questo Decreto all’art. 1 prevede il contenuto degli obblighi di informazione da mettere a disposizione del consumatore, ma non prevede l’indicazione del Paese di origine.
Sull’obbligo di indicazione del Paese (art 6, lettera c) è poi intervenuto l’art. 31-bis del D.L. 30 dicembre 2005 n. 273, convertito in legge 23 febbraio 2006, n. 51, che ha disposto: “1. L’efficacia della disposizione di cui all’articolo 6, comma 1, lettera c), del Codice del Consumo di cui al D.Lgs. 6 settembre 2005, n. 206, decorre dal 1° gennaio 2007 e, comunque, a partire dalla data di entrata in vigore del decreto di cui all’articolo 10 del predetto codice”.
Il decreto di attuazione dell’art. 6, lettera c), del Codice del Consumo non è ancora stato emanato, con la conseguenza che l’efficacia di detta disposizione è momentaneamente sospesa.
Il legislatore è intervenuto un’altra volta sulla questione della tutela del “Made in” e del consumatore, abrogando il controverso art. 17 della Legge 23 luglio 1999, n. 99, che prevedeva all’art. 17 l’indicazione in ogni caso della provenienza estera del prodotto e introducendo alcune nuove previsioni che lasciano adito a dubbi.
La recente Legge 20 novembre 2009, n. 166, di conversione del D.L. 25 settembre 2009, n. 135, che si occupa all’art. 16 del “Made in Italy e prodotti interamente italiani” ha stabilito che l’importazione e l’esportazione di prodotti recanti falsi o fallaci indicazioni di provenienza o di origine costituisce reato ed è punita ai sensi dell’art. 517 del codice penale. Si considera fallace l’indicazione l’origine e la provenienza estera dei prodotti o delle merci, l’uso di segni, figure, o quant’altro possa indurre il consumatore a ritenere che il prodotto o la merce sia di origine italiana, incluso l’uso fallace o fuorviante di marchi aziendali. Qualora apponga fallaci diciture l’imprenditore sarà punito ai sensi dell’art. 517 del codice penale, in forza del quale “chiunque pone in vendita o mette altrimenti in circolazione opere dell’ingegno o prodotti industriali, con nomi, marchi o segni distintivi nazionali o esteri, atti a indurre in inganno il compratore sull’origine, provenienza o qualità dell’opera o del prodotto, è punito, se il fatto non è preveduto come reato da altra disposizione di legge, con la reclusione fino a due anni e con la multa fino a ventimila euro”, oltre al fatto che la merce su cui è illegittimamente apposta la dicitura “Made in Italy” verrà sottoposta a sequestro e saranno comminate le relative sanzioni amministrative.
In sintesi attualmente la regola è che il produttore/ importatore non è tenuto ad indicare l’origine nei confronti del consumatore finale, a condizione che non vi siano indicazioni o segni che possano trarre in inganno il consumatore sull’effettiva origine del prodotto. Qualora invece venga indicata, essa dovrà rispettare le regole di origine previste dalla normativa europea. In caso di indicazioni fallaci o mendaci l’imprenditore potrà essere punito in base alle norme penali sopra menzionate.
Si è venuto a creare un ampio contenzioso per la divergenza tra l’interpretazione che viene effettuata della legge e la prassi rigorosa seguita dalle Autorità doganali. La giurisprudenza della Corte di Cassazione penale si è consolidata (Cfr.: Cass. Penale 15374/2010) nel confermare che – per origine della merce – non debba intendersi il luogo di fabbricazione totale (o parziale) della merce, ma la provenienza da un determinato produttore che se ne assume la responsabilità sotto i vari profili, in particolare quello della qualità. La Corte sostiene che l’induzione in inganno prevista dall’art. 517 c.p. riguarda l’origine, la provenienza o la qualità del prodotto. L’origine e la provenienza sono funzionali alla qualità, che in realtà è l’unico elemento fondamentale, posto che il luogo o lo stabilimento in cui il prodotto è confezionato è indifferente alla qualità del prodotto stesso.
La nuova normativa sull’etichettatura, contenuta nella recente Legge 8 aprile 2010, n. 55, interessa esclusivamente il settore tessile, calzaturiero, della pelletteria, nonché i prodotti conciari e i divani e prevede un sistema di etichettatura obbligatoria recante evidenza del luogo di origine di ciascuna fase di lavorazione. Tale legge prevede che la dicitura “Made in Italy” sia possibile solo su prodotti finiti per i quali almeno due delle fasi di lavorazione abbiano avuto luogo prevalentemente nel territorio nazionale e per i quali sia verificabile la tracciabilità delle rimanenti fasi.
L’art. 1 della L. 55/2010 individua per ciascun settore le fasi di lavorazione, che per il tessile sono la filatura, la tessitura, la nobilitazione e la confezione compiute in Italia anche utilizzando fibre di importazione.
Non privo di effetti sul piano dell’interpretazione è l’ultimo comma dell’art. 1 della legge 55/2010, il quale sancisce che “per ciascun prodotto di cui al comma 1 (settore tessile ect.) che non abbia i requisiti per l’impiego dell’indicazione “Made in Italy” resta salvo l’obbligo di etichettatura con l’indicazione dello Stato di provenienza, nel rispetto della normativa comunitaria”. Si tratta di una previsione di non immediata comprensione e che necessiterà certamente di ulteriori precisazioni da parte del nostro legislatore.
Dopo la notifica della legge n. 55/2010 alla Commissione europea questa ha inviato una lettera alle autorità italiane, con la quale contesta il metodo e il merito della legge Reguzzoni-Versace-Calearo per i prodotti calzaturieri, arredo, tessili e in pelle; in particolare è stata avanzata una richiesta di adeguamento delle misure per renderla conforme alle normative comunitarie e alla direttiva 98/34/Ce.
E’ stato contestato che “la normativa italiana sull’etichettatura obbligatoria e la tracciabilità dei prodotti tessili, arredo, della calzatura e della pelletteria, è stata notificata a Bruxelles il 7 maggio, quando non poteva più essere considerata una bozza, essendo stata pubblicata sulla Gazzetta ufficiale in aprile”.
L’altro principale problema è che è messo in discussione il merito della normativa che “prevede un marchio volontario ‘Made in Italy’, che viene rilasciata dalle autorità ai produttori locali, da apporre unicamente su prodotti il cui processo di produzione si tiene soprattutto in Italia”. “La Corte di giustizia ha più volte dichiarato che una normativa nazionale che disciplina la marcatura o di applicazione dei regimi di origine sono in violazione degli articoli 34-36 del nuovo Trattato Ue”. Infine, “nella legge si fa riferimento a una normativa comunitaria, mentre – spiega la Commissione – non esiste un regolamento Ue per un sistema di etichettatura obbligatoria” (questo era valido sino all’arrivo del Regolamento N. 1007/2011.
Nella lettera, indirizzata al rappresentante permanente dell’Italia presso l’Ue, si fa anche riferimento a due casi simili relativi a Germania, nel 2002, e Gran Bretagna, nel 1983. Per il primo, la Corte di giustizia Ue ha dimostrato che un sistema di marchio “made in” ha effetti restrittivi potenziali sul libero movimento delle merci tra stati membri, costituendo un ostacolo ingiustificato al commercio. Nel secondo, la Corte ha indicato che un tale marchio ha avuto come effetto l’aumento dei costi di produzione delle merci importate e le ha rese più difficili da vendere.
Il problema era a quel momento stabilire come bisognasse agire con una legge che entra in vigore senza l’approvazione di Bruxelles, con rischi di una possibile procedura di infrazione, e la possibilità di ricorsi nazionali e internazionali per contestare le eventuali sanzioni applicate.
Allo stato dobbiamo ritenere che l’importatore/produttore possa, all’atto dell’importazione di prodotti da Paesi extra U.E., non specificare il luogo di origine del prodotto e presentare all’autorità doganale un’attestazione con cui si impegna a regolarizzare la merce al momento della commercializzazione, con le precise informazioni per il consumatore, salvo verificare che il prodotto importato non faccia parte di una categoria per cui sia obbligatoriamente prevista l’indicazione del luogo di origine.
L’obbligo esisterebbe per il tessile in forza della legge 55/2010 la cui efficacia è stata, tuttavia, sospesa “di fatto” dalla circolare dell’Agenzia delle Dogane n. 119919/RU.
Siccome la disposizione era nata per regolare il “Made in Italy”, l’effetto che produce la sua presenza nell’ordinamento giuridico è quello di vietare comportamenti confusori con rappresentazioni sui prodotti che sembrino farli provenire dall’Italia.
Allo stato quindi e sino a quando non si disporrà del contenuto della Relazione, come disposto dal Regolamento, che dovrà essere predisposta dalla Commissione Europea entro il settembre 2013, sul tema resta il Regolamento che al “considerando” n. 20 richiama le disposizioni da adottare a tutela dei consumatori, perché vengano date dalla Commissione le indicazioni in ordine all’obbligo di indicare il Paese di origine, come ribadito anche è al “considerando” n. 26 delle premesse al Regolamento.
L’ovvietà di quanto esposto si fonda anche sui principi generali dell’efficacia del Regolamento U.E..
Sappiamo che non tutti i Regolamenti sono uguali, ma quello in discussione è obbligatorio per tutti i suoi elementi, anche quelli che sono regolati attraverso una riserva di normativa, il cui riempimento è demandato alla valutazione della proposta che vorrà fare la Commissione.
Sino all’adozione di tale provvedimento, che peraltro non è una delega a contenuto già stabilito, ma è la formulazione di una valutazione sull’opportunità di prescrivere l’elemento dell’indicazione di provenienza, l’indicazione “Made in” può essere ritenuta rappresentare effetti distorsivi della concorrenza e del mercato, effetti che non possono essere prodotti e dai quali discende la precettività delle disposizioni di riserva sull’adozione di misure e di rinvio.
La disciplina del Regolamento è esclusiva e non lascia riserve o spazi di autonomia agli Stati aderenti per norme suppletive ed è di diretta applicazione una volta che il regolamento sia entrato in vigore.

(Visited 18 times, 3 visits today)