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30 Marzo 2021

Estinzione della società e debiti tributari

È noto che la riforma societaria abbia introdotto il principio che con l’estinzione a seguito della cancellazione della società i soci rispondano di quanto avessero percepito in sede di bilancio finale di liquidazione ex art. 2495 cod. civ., che può ritenersi principio generale sul piano della limitazione a quanto possa essere tenuto un socio per la sua responsabilità patrimoniale, ovviamente nelle società di capitali.
L’ordinario creditore sociale non può pretendere altro che sia superiore all’indicato limite di quanto ricevuto. Non vale la stessa situazione quando il creditore sia il fisco per il quale non opererebbe l’indicato limite.
Scritto così l’effetto sarebbe terrificante in tutte le vicende che abbiano visto senza colpa un andamento negativo della società. Invero bisogna guardare più da vicino se e quali limitazioni esistano nell’applicazione in concreto che è quanto ha compiuto l’ordinanza n. 7168 del 15 marzo 2021 della Corte di Cassazione tributaria.
Era un caso di società messa in liquidazione e poi cessata che in vita aveva distribuito utili fuori bilancio. La notifica degli avvisi di accertamento era stata compiuta alla società, che aveva una ristretta base sociale, e al liquidatore, all’amministratore e ai soci collettivamente ed impersonalmente.
La doglianza era che fosse nulla la notifica alla società presso i soci e gli organi sociali prima della chiusura, così anche per i soci e liquidatore nei confronti dei quali era mancata una individuazione di responsabilità personale e diretta.
Le norme violate, oltre all’art. 2495 cod. civ., sarebbero state gli art. 36 del D.Pr. n. 602/1973 e art. 65, ultimo co. del D.Pr. n. 600/1973, il primo sul rispetto dei principi sul pagamento di imposte antecedenti e il secondo per la possibilità di notificare gli atti agli ex soci.
Per il primo riferimento normativo la Corte ha ritenuto che fosse una ricostruzione generale e complessiva dell’astratta possibilità di esercitare una pretesa nei confronti dei soci di una società cancellata ovvero al fine di delineare i presupposti di responsabilità del liquidatore. La Corte ha quindi ritenuto non propriamente formulato il motivo che struttura il ricorso.
È passata poi alla considerazione dell’art. 65 che per il caso di morte del debitore dà la possibilità di procedere alla notifica ai “successori”, presso il loro domicilio con effetti valevoli nei confronti degli eredi, che trova il fondamento nel fenomeno successorio che si realizza con riferimento alle situazioni debitorie gravanti sul dante causa, con ciò realizzandosi lo scopo della citata disciplina che è quello di rendere edotto almeno uno dei successori della pretesa azionata nei confronti della società.
Sarebbe stato questo un fare valere direttamente nei confronti dei soci a titolo di successione nel debito societario, il cui fondamento resta la norma civilistica, ed avendo operato la società una sottofatturazione delle vendite che comportava l’applicazione della norma a titolo successorio.
La sentenza dà continuità al principio affermato da tempo che “il successore che risponde solo intra vires dei debiti trasmessigli non cessa per questo di essere un successore; e se l’accennato limite di responsabilità dovesse rendere evidente l’inutilità per il creditore di fare valere le proprie ragioni nei confronti del socio, ciò si rifletterebbe sul requisito dell’interesse ad agire, ma non sulla legittimazione passiva”. Consegue a questo che la pretesa fatta valere nei confronti dei soci a titolo di successione nell’obbligazione tributaria della società estinta, esiste in quanto legittimati passivi.
Il fatto storico dell’evasione fiscale giustificava l’azione nei confronti dei soci e non avrebbe potuto impedire all’amministrazione finanziaria di agire nei loro confronti per il recupero di imposte sui maggiori utili dallo stesso percepiti e non dichiarati e il potere sarebbe mancato solamente nei caso si fosse accertato che la pretesa nei confronti della società non era fondata.
La pretesa nei confronti della società era fondata per la presunzione che deriva dalla ristretta base sociale e dall’accertamento dei maggiori utili extra bilancio.
È ammissibile l’applicazione della presunzione di riconoscimento in capo al socio di utili conseguiti dalla società in quanto l’assetto societrio implica un vincolo di solidarietà e di reciproco controllo dei soci nella gestione sociale; comporta ciò l’inversione dell’onere della prova a carico del contribuente, essendo tenuto a dimostrare di non avere acquisito utili di provenienza dalla società.
Nonostante l’autonomia della posizione tra i soci e la società solamente l’infondatezza della pretesa nei confronti della società avrebbe tolto fondamento alla pretesa nei confronti dei soci.
Nel caso di estinzione della società l’eventuale verifica per vizi formali della nullità dell’avviso relativo a debiti della società non fa venire meno la necessità dell’accertamento della legittimità della pretesa nei confronti del socio.

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