Categorie approfondimento: Societario
2 Agosto 2016

Si può essere coltivatore diretto anche in forma societaria

Non capita di frequente di occuparsi del settore agricolo e lo facciamo per rispondere a un quesito che invero era legato alla S.r.l. agricola, ma che nella comparazione dell’utilità con altri impieghi del fondo (fotovoltaico) ha posto il quesito della compatibilità della qualità di coltivatore diretto con l’assunzione di una forma sociale.
Al quesito ha risposto il Tribunale Udine con sentenza del 27 marzo 2015 che considerava la condizione del privilegio in sede fallimentare, affermando che l’attribuzione del privilegio del coltivatore diretto alla società semplice piccolo imprenditore agricolo, da un lato, non richiede affatto il ricorso all’inammissibile integrazione analogica dell’art. 2751bis, n° 4, c.c. e, dall’altro lato, si impone per ragioni di coerenza sistematica ed in termini di interpretazione orientata sia dalla considerazione della “causa del credito” (art. 2745 c.c.) che alla migliore compatibilità con i principi costituzionali.
Il giudice è stato attento a rilevare il contrasto che deriverebbe da una visione limitata della condizione del creditore per il solo fatto di esercitare un tipo di attività compatibile, ma in forma sociale, e la sostanziale tutela che va data.
Già altri giudici avevano dato per scontato il risultato (Tribunale di Treviso, 24 dicembre 2014; Tribunale di Mantova, 9 settembre 2011), ma senza fornire adeguata motivazione, che il giudice di Udine ha volto fornire sul piano normativo e sistematico.
In sede fallimentare il ricorrente aveva lamentato di essere stato ammesso al passivo in via chirografaria, e non privilegiata ex art. 2751bis, n° 4, c.c., e il provvedimento del giudice delegato è stato assunto sulla base del fatto che il privilegio non potrebbe essere invocato da enti collettivi che sono distinti dai singoli soci impegnati nel lavoro agricolo a prescindere da considerazioni metagiuridiche circa la coincidenza tra base sociale e gruppo familiare impegnato nel lavoro medesimo; il giudice delegato ha ritenuto che dovesse confermarsi che le norme in tema di privilegi siano di stretta interpretazione ed eventuali modifiche intervenute nella legislazione tributaria o speciale poco rilevino, dovendosi riferire ad una nozione codicistica di coltivatore diretto.
Non era contestato che il ricorrente fosse un imprenditore agricolo nella cui organizzazione aziendale l’importanza del lavoro personale dei soci (tutti membri della stessa famiglia) prevalesse rispetto a quella degli altri fattori della produzione (lavoro di terzi, subordinati o autonomi, e capitale investito nell’impresa). Neppure era contestata la natura agricola dell’attività svolta dal ricorrente, trattandosi di allevamento di bestiame (suini) e che “Per coltivazione del fondo, per selvicoltura e per allevamento di animali si intendono le attività dirette alla cura e allo sviluppo di un ciclo biologico o di una fase necessaria del ciclo stesso, di carattere vegetale o animale, che utilizzano o possono utilizzare il fondo, il bosco o le acque dolci, salmastre o marine” (art. 2135, comma 2°, c.c., come novellato dal D.Lgs. n. 228 del 2001, che ha esplicitamente reso facoltativa e non necessaria l’utilizzazione del fondo, purché si realizzino prodotti anche solo potenzialmente collegati all’utilizzazione del fondo: v. Cass. 10.12.2010, n° 24995).
Il giudice ha ritenuto che l’unica questione decisiva per risolvere la controversia sia quella relativa alla possibilità di riconoscere il privilegio del coltivatore diretto all’imprenditore agricolo organizzato in forma sociale, in particolare nel caso in cui sussistano i requisiti del piccolo imprenditore, nel senso che il lavoro dei soci sia fattore della produzione prevalente, rispetto al lavoro di terzi e al capitale investito (artt. 2083 e 1647 c.c.).
Stante il condivisibile principio che le disposizioni di legge in materia di privilegi non sono suscettibili di integrazione analogica, ma possono essere oggetto di interpretazione estensiva tenendo conto della “causa del credito che, ai sensi dell’art. 2745 c.c., rappresenta la ragione giustificatrice di qualsiasi privilegio” (v. Cass. 17 maggio 2010, n. 11930) per risolvere la questione si tratta di stabilire se la corretta definizione del concetto giuridico di coltivatore diretto sia tale da includere, tra i suoi connotati ineliminabili, il riferimento alla persona fisica ovvero se sia invece idonea a denotare anche un soggetto giuridico diverso, quale una società di persone.
Da qui l’affermazione che l’incompatibilità tra coltivatore diretto e forma sociale non trova adeguata giustificazione sul piano normativo e sistematico considerato che quella dell’imprenditore (art. 2082 c.c.) è evidentemente categoria generalissima idonea a comprendere in sé sia le persone fisiche che esercitano in proprio attività d’impresa, sia soggetti di natura diversa e, in particolare, gli enti collettivi in forma societaria. Si deve ritenere anche per la subcategoria dei “piccoli imprenditori” (caratterizzata dalla prevalenza del lavoro proprio dell’imprenditore e dei componenti della sua famiglia), non solo per la sua collocazione sistematica in immediata sequenza con la categoria generale (art. 2083 c.c.), ma anche perché ciò è da tempo normativamente previsto e comunemente accettato dagli interpreti per quanto riguarda gli artigiani, i quali, proprio come i coltivatori diretti, sono una delle specie di piccoli imprenditori specificamente nominate nella disposizione appena citata.
Con la modifica dell’art. 1 della legge fallimentare introdotta dal D.Lgs. n. 5 del 2006 è da tempo venuto meno quello che era forse l’unico dato normativo che dava una chiara indicazione (anche se ingiustificata sul piano razionale) di incompatibilità tra concetto di piccolo imprenditore e forma sociale (art. 1, comma 2°, ultimo periodo, del testo anteriore alla riforma).
Un appiglio in tal senso nemmeno si può desumere dalla giurisprudenza di legittimità che nega la compatibilità tra forma associata (studio professionale) e privilegio del prestatore d’opera, in quanto tale giurisprudenza non si fonda su considerazioni di carattere soggettivo sulle dimensioni della “impresa” professionale associata, bensì sull’idea che quel privilegio sia legato alla “personalità del rapporto d’opera professionale” (v. Cass. 8 settembre 2011, n° 18455 e art. 2232 c.c.: “Il prestatore d’opera deve eseguire personalmente l’incarico assunto”), aspetto che evidentemente nulla ha a che fare con la prestazione del coltivatore diretto così come con quella dell’artigiano e del piccolo commerciante.
La negazione del privilegio ad un’impresa agricola solo perché organizzata in forma societaria, in particolare nel caso in cui si tratti di una società semplice composta da membri della stessa famiglia, il cui apporto sarebbe comunque da sommare a quello dell’imprenditore individuale al fine del giudizio di prevalenza rispetto agli altri fattori della produzione, sarebbe sospetta di incostituzionalità sia con riferimento all’art. 3 Cost. (per l’ingiustificato diverso trattamento riservato al piccolo imprenditore agricolo rispetto all’artigiano), sia con riguardo all’art. 2 Cost. (per l’ingiustificata penalizzazione di una realtà economica esattamente equivalente a un’altra (imprenditore individuale agricolo con prevalente lavoro proprio e della sua famiglia) solo per la scelta dei soci di svolgere la propria attività in un particolare tipo di formazione sociale, qual è la società semplice).
Quindi l’attribuzione del privilegio del coltivatore diretto alla società semplice piccolo imprenditore agricolo, da un lato, non richiede il ricorso all’inammissibile integrazione analogica dell’art. 2751bis, n° 4, c.c. e, dall’altro lato, si impone per ragioni di coerenza sistematica ed in termini di interpretazione orientata sia dalla considerazione della “causa del credito” (art. 2745 c.c.) che alla migliore compatibilità con i principi costituzionali.

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