Categorie approfondimento: Fallimentare
9 Luglio 2008

Esdebitazione si pronunzia la corte costituzionale

Di cosa si tratta

Torniamo al tema dell’esdebitazione dopo quanto già scritto all’entrata in vigore della Riforma fallimentare (nel sito all’archivio: L’esdebitazione.) e poi in aggiornamento dopo le sistemazioni del 2007 (nel sito : Esdebitazione: le modifiche della Riforma 2007).
Torniamo nuovamente in quanto la Corte Costituzionale con la sentenza 181 del 19 maggio 2008 ha dichiarato la illegittimità costituzionale dell’art. 143 del R.D. 16 marzo 1942, n. 267 (Disciplina del fallimento, del concordato preventivo e della liquidazione coatta amministrativa), nel testo introdotto a seguito della entrata in vigore del D.LGS. 9 gennaio 2006, n. 5 (Riforma organica della disciplina delle procedure concorsuali a norma dell’art. 1, comma 5, della legge 14 maggio 2005, n. 80), limitatamente alla parte in cui esso, in caso di procedimento di esdebitazione attivato, ad istanza del debitore già dichiarato fallito, nell’anno successivo al decreto di chiusura del fallimento, non prevede la notificazione, a cura del ricorrente e nelle forme previste dagli artt. 137 e seguenti del codice di procedura civile, ai creditori concorrenti non integralmente soddisfatti, del ricorso col quale il debitore chiede di essere ammesso al beneficio della liberazione dai debiti residui nei confronti dei medesimi creditori, nonché del decreto col quale il giudice fissa l’udienza in camera di consiglio.
L’ipotesi considerata è quella dell’istanza del debitore già dichiarato fallito, che nell’anno successivo al decreto di chiusura del fallimento chiede l’esdebitazione, ove non è prevista la notificazione, a cura del ricorrente, ai creditori concorrenti non integralmente soddisfatti, del ricorso.
Con ordinanza del 13 luglio 2007 la Corte di appello di Venezia aveva sollevato, in riferimento all’art. 24 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell’art. 143 del R.D. 16 marzo 1942, n. 267, nel testo introdotto a seguito della entrata in vigore del D.LGS. 9 gennaio 2006, n. 5.
La Corte era chiamata a giudicare in merito al reclamo interposto avverso il decreto col quale il Tribunale ordinario di Vicenza ha dichiarato inammissibile l’istanza presentata al fine di essere ammessa al beneficio della esdebitazione. Tale decreto interpretava l’art. 150 del d.lgs. n. 5 del 2006 nel senso che l’art. 142 della legge fallimentare, il quale ha introdotto nel nostro ordinamento l’istituto della esdebitazione, non sarebbe applicabile in caso di procedura fallimentare che, pur conclusa nella vigenza della riforma, sia sorta anteriormente a questa.
La Corte riteneva che, stante la natura sostanziale della previsione legislativa, l’istituto in questione fosse applicabile alle procedure che, anche se sorte anteriormente, fossero state dichiarate chiuse nella vigenza della normativa riformata, come già avevamo avuto modo di esprimerci e come la Riforma integrativa del 2007 ha poi previsto.
Il giudice, brevemente illustrati i profili della nuova figura giuridica, preordinata alla liberazione del fallito persona fisica dai debiti fallimentari residuati parzialmente insoddisfatti alla chiusura del fallimento, potendo essa spiegare effetti, sia pure minori, anche nei confronti dei creditori anteriori al fallimento che non abbiano partecipato alla procedura, osserva che, ai sensi dell’art. 143 L.Fall., la esdebitazione può essere pronunciata o contestualmente alla chiusura del fallimento, ovvero, con separato provvedimento –emesso previa verifica delle condizioni previste dall’art. 142 L.Fall. e «sentito il curatore ed il comitato dei creditori» – ove il debitore abbia presentato ricorso entro un anno dalla chiusura del fallimento.
Rileva il rimettente come la previsione normativa, la quale non contempla come necessaria la partecipazione al procedimento dei creditori concorsuali, mentre non creerebbe problemi, a suo avviso, nel caso di esdebitazione pronunziata contestualmente alla chiusura del fallimento, essendo in tal caso il provvedimento emesso a conclusione di una procedura alla quale i creditori hanno partecipato con potere di interlocuzione, sarebbe, viceversa, pregiudizievole del diritto dei creditori se pronunziata successivamente alla chiusura del fallimento, su istanza del debitore; ciò in quanto non è previsto alcuno strumento idoneo a informare i creditori concorsuali dell’inizio di un procedimento destinato, in caso di accoglimento dell’istanza, a produrre effetti sostanziali nei loro confronti.
La Corte ritiene che, in relazione alla non necessarietà della partecipazione al procedimento di esdebitazione dei creditori concorsuali o, quantomeno, alla mancata previsione della loro messa a conoscenza, con idoneo mezzo, dell’instaurazione del procedimento, sì da consentire loro la partecipazione ad esso, si pongano dubbi sulla compatibilità costituzionale dell’art. 143 L.Fall. con il diritto di agire in giudizio per la tutela dei propri diritti, presidiato dall’art. 24 della Costituzione, in quanto non è garantita al titolare del diritto di credito, inciso dal provvedimento che viene richiesto dal debitore, la possibilità di partecipare al giudizio, con facoltà di interlocuzione; né il rilievo viene meno per l’attribuzione riservata ai creditori insoddisfatti della facoltà di interporre reclamo avverso il provvedimento di esdebitazione. Infatti, la Corte osservava che – superate «le pur legittime riserve sia sulla doverosità, per l’ipotesi di procedimento instaurato su istanza del debitore successivamente alla chiusura del fallimento, degli strumenti predisposti dalla legge per rendere conoscibile il decreto di chiusura del fallimento [recte: il decreto di accoglimento della domanda di esdebitazione], che dell’idoneità degli stessi ad assicurare un’utile conoscenza del provvedimento, rimane il fatto che la piena esplicazione del diritto di difesa dei creditori è preclusa per il procedimento di primo grado».
Il tenore letterale dell’art. 143 L. Fall. non fa sorgere dubbi che l’effetto della esdebitazione sia quello di escludere la possibilità per i creditori concorsuali rimasti solo parzialmente soddisfatti di pretendere, dopo la chiusura del fallimento, il pagamento del loro residuo credito da parte del «debitore già dichiarato fallito».
Evidente è, pertanto, l’effetto pregiudizievole che, sotto l’aspetto sostanziale, l’applicazione dell’istituto ha sulla posizione soggettiva dei creditori concorsuali non integralmente soddisfatti.
Il ricorrente lamentava che, nell’ipotesi in cui il ricorso sia presentato nell’anno successivo alla chiusura del fallimento, tale effetto negativo possa determinarsi anche in assenza di qualsivoglia, sia pur potenziale, coinvolgimento dei soggetti incisi da tale decisione (cioè i creditori) nella procedura giurisdizionale volta alla dichiarazione di esdebitazione.
Il legislatore della riforma del diritto fallimentare, nel disciplinare, al censurato nuovo art. 143 della legge fallimentare, la struttura del procedimento di esdebitazione, non ha infatti previsto che il ricorso introduttivo del giudizio debba essere portato a conoscenza dei creditori concorsuali non integralmente soddisfatti, onde consentire loro, se credono, di intervenire nel giudizio stesso al fine di tutelare, avversando l’istanza di esdebitazione, la loro posizione.
Tale omissione, per ciò che riguarda i creditori ammessi al passivo, che hanno cioè manifestato un interesse a partecipare alla procedura concorsuale ritenuto meritevole di tutela da parte degli Organi preposti al suo corretto andamento, e di cui sono, quindi, note le generalità e il domicilio, si pone in contrasto con l’art. 24 della Costituzione.
La Corte ha affermato che la legittimità costituzionale di un procedimento avente natura giurisdizionale, quale certamente è quello relativo alla esdebitazione, si misura, fra l’altro, sull’indefettibile rispetto delle garanzie minime del contraddittorio, la prima e fondamentale delle quali consiste nella necessità che tanto l’attore quanto il contraddittore partecipino o siano messi in condizione di partecipare al procedimento.
La possibilità di tale partecipazione è, in linea generale, garantita, riguardo al contraddittore, attraverso forme di pubblicità dell’atto col quale il procedimento viene introdotto, forme di pubblicità che, ogniqualvolta ciò sia possibile, sia per la identificabilità dei possibili contraddittori che per il loro numero ragionevolmente contenuto, si ritengono idonee allo scopo, ove esse siano portate direttamente a conoscenza di ogni singolo contraddittore, o quanto meno siano portate nella sua sfera di conoscibilità.
La disciplina censurata non prevede alcun adempimento volto ad assicurare, attraverso la conoscenza, ovvero la conoscibilità, della pendenza della procedura, detta partecipazione, ponendosi in tal modo in contrasto con l’art. 24 della Costituzione. Né tale omissione può considerarsi giustificata in ragione delle pur presenti esigenze di celerità e speditezza che, sotto più profili, caratterizzano le procedure concorsuali. Al riguardo è sufficiente osservare che l’ipotesi normativa oggetto di esame da parte di questa Corte riguarda espressamente fattispecie nelle quali la procedura concorsuale già si è esaurita con la dichiarazione di chiusura del fallimento, sicché sarebbe il frutto di una scelta manifestamente arbitraria far perdurare oltre misura gli effetti delle ricordate esigenze.
La Corte non ritiene soddisfacente, ai fini della tutela costituzionale del diritto di difesa, il fatto che l’ultimo comma dell’art. 143 della legge fallimentare preveda la possibilità per i creditori non integralmente soddisfatti di presentare reclamo, ai sensi dell’art. 26 L. Fall., avverso il decreto col quale è stata disposta la esdebitazione. Infatti, a prescindere sia dai brevissimi termini normativi entro i quali essa è legittimamente esercitabile sia dalla problematica compatibilità costituzionale di una forma di tutela giurisdizionale di tipo esclusivamente impugnatorio – e non già, come altrove, oppositorio – tale facoltà può essere resa concretamente possibile solo nell’ipotesi in cui coloro che hanno interesse a farne uso siano a conoscenza della esistenza di un provvedimento soggetto a reclamo; ipotesi questa che, stante la mancata previsione della informazione relativa alla instaurazione del procedimento, non trova nei fatti un adeguato fondamento.
L’esame della disciplina delle procedure camerali consente dunque di ravvisare, come necessario strumento di pubblicità della pendenza della procedura nei confronti dei controinteressati, la notificazione ad essi del ricorso introduttivo e del pedissequo decreto col quale l’organo giudiziario fissa l’udienza in camera di consiglio per la discussione del ricorso stesso.
Tenuto conto del petitum contenuto nella ordinanza di rimessione della Corte di appello di Venezia, relativo alla ipotesi di procedimento di esdebitazione introdotto con ricorso entro l’anno dall’avvenuta dichiarazione di chiusura del fallimento, deve conformemente al descritto modello procedimentale, affermarsi la illegittimità costituzionale dell’art. 143 della legge fallimentare limitatamente alla parte in cui non prevede la notificazione, a cura del ricorrente e nelle forme previste dagli artt. 137 e seguenti cod. proc. civ. (ivi compresa, ricorrendone i requisiti, anche quella di cui all’art. 150 cod. proc. civ.), ai creditori concorrenti non integralmente soddisfatti, del ricorso col quale il debitore, già dichiarato fallito, chiede, nell’anno successivo alla dichiarazione di chiusura del fallimento, di essere ammesso al beneficio della liberazione dai debiti residui nei confronti dei medesimi creditori, nonché del decreto col quale il giudice fissa l’udienza in camera di consiglio.

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